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Cronaca
18 Giugno 2025 - 17:35
Giuseppe Gioffrè, ucciso dopo 40 anni: la ‘ndrangheta non dimentica
San Mauro Torinese, 11 luglio 2004. Una domenica d’estate come tante. Il sole si spegne dietro le colline, la città rallenta, il silenzio si posa come un velo sui giardinetti pubblici. In uno di questi, a pochi passi da casa, siede Giuseppe Gioffrè, pensionato 77enne, che si gode il fresco della sera. Poi, all’improvviso, la quiete si infrange: cinque colpi di pistola, sparati a bruciapelo, lo abbattono sulla panchina. I killer fuggono su una Fiat Uno, trovata poco dopo carbonizzata, come da manuale criminale. Un’esecuzione in piena regola. Una vendetta. Ma per cosa?
Per trovare la risposta servono quasi vent’anni di indagini, interruzioni, silenzi, ma anche caparbietà investigativa e il contributo della scienza forense. Oggi, finalmente, la verità giudiziaria trova conferma nell’aula della Corte d’assise d’appello di Torino, dove i giudici ribadiscono la condanna a trent’anni di reclusione per Giuseppe Crea e Paolo Alvaro, già riconosciuti colpevoli in primo grado per quell’omicidio efferato.
Ma questa non è solo la cronaca di un delitto risolto con decenni di ritardo. È il racconto di una faida feroce della ‘ndrangheta, nata in un passato lontano e mai sopito. Una promessa di sangue, fatta nel 1964, mantenuta quarant’anni dopo.
Negli anni Sessanta, Giuseppe Gioffrè viveva a Sant’Eufemia di Aspromonte, nel cuore della Calabria più aspra e arcaica. Gestiva una piccola rivendita di alimentari, attività che intralciava gli interessi di un clan locale. Durante una lite, Gioffrè uccise due affiliati alla cosca Dalmato-Alvaro. Condannato e incarcerato, mentre sconta la pena sua moglie e suo figlio vengono assassinati in un agguato. Quando nel 1976 torna libero, decide di ricominciare: si trasferisce in Piemonte, a San Mauro, si risposa, trova un lavoro, costruisce una nuova esistenza.
Ma chi nasce dentro una faida, anche se tenta di fuggire, non è mai davvero al sicuro. Nel 1964, secondo una testimonianza riportata negli atti giudiziari, un parente delle vittime si avvicinò a uno dei cadaveri e ne bevve il sangue. Un rituale arcaico e simbolico, che nella cultura della ‘ndrangheta rappresenta una promessa solenne: la vendetta non avrà scadenza.

Il 2004 è l’anno in cui quella maledizione si compie. Nessuna parola, solo il piombo. Nessun testimone diretto, solo tracce. Una bottiglietta d’acqua lasciata vicino all’auto usata per la fuga — una Fiat Uno, data alle fiamme — diventa la chiave per riaprire il caso. All’epoca, quel dettaglio non porta a nulla. Ma nel 2022, grazie alle nuove tecnologie forensi, i carabinieri del RIS riescono a estrarre il DNA dalla bottiglietta.
Quel profilo genetico corrisponde a Giuseppe Crea, legato alle cosche calabresi. Le indagini, ormai più solide, consentono di collegare anche Paolo Alvaro, figlio di una delle vittime dell’episodio del 1964. La storia si chiude. La vendetta è compiuta, con calma, freddezza, ferocia.
I due imputati vengono giudicati separatamente in primo grado e condannati entrambi a trent’anni di carcere. La Corte d’assise d’appello decide di riunire i procedimenti e oggi il procuratore generale Marcello Tatangelo sottolinea la gravità dei fatti, definendo “non condivisibile” la concessione delle attenuanti generiche.
“Non si tratta solo di un omicidio - aveva dichiarato Tatangelo qualche tempo fa - ma di un’esecuzione pianificata con fredda lucidità, motivata da un codice d’onore mafioso che nulla ha a che vedere con la civiltà. Nessuna attenuante può essere concessa a chi porta avanti una vendetta tribale a distanza di decenni, dopo che la giustizia dello Stato si era già espressa.”
Giuseppe Gioffrè non è soltanto una vittima della ‘ndrangheta. È l’uomo che ha cercato di lasciarsi tutto alle spalle, rifarsi una vita tra le colline del Torinese, lontano dai codici del sangue. Ma quella stessa ‘ndrangheta che oggi affolla le cronache giudiziarie del Nord, era già lì. Silente, in attesa, pronta a colpire. Anche dopo quarant’anni.
È la storia di una giustizia che arriva tardi, ma arriva, e che insegna quanto la perseveranza delle forze dell’ordine e il progresso scientifico possano fare la differenza. Senza quell’analisi del DNA, questo caso sarebbe rimasto nel limbo dei misteri insoluti.
Una vicenda di sangue e memoria. Dove il silenzio apparente di una città del Nord ha nascosto per anni una ferita nata in Calabria. Dove la giustizia dello Stato ha impiegato due decenni per dare risposta. Ma anche dove una verità si impone con forza: nessun tempo è troppo lungo per la vendetta mafiosa. Ma nessun tempo è troppo tardi per la giustizia.
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