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Cronaca
30 Maggio 2025 - 16:18
Non era un criminale. Era solo un uomo in affanno, stretto tra il lavoro che lo portava ogni giorno su e giù per la valle, una separazione che lo stava svuotando e l’abitudine di usare la macchina di famiglia utilizzata anche dal padre per andare a funghi. Il processo che si è celebrato a Ivrea davanti alla giudice Antonella Pelliccia ha raccontato questo: la stanchezza, l’umanità, il disordine della vita, e un coltello rimasto nel vano portaoggetti che ha innescato una denuncia penale per porto ingiustificato di oggetti atti a offendere.
L’imputato, Francesco F., classe 1977, è uno chef e pizzaiolo. Lavora a Châtillon, in Valle d’Aosta. Ogni giorno fa avanti e indietro da Ivrea, dove vive. Il 2 febbraio 2024, all’altezza di Montalto Dora, viene fermato da una pattuglia dei carabinieri. Durante il controllo, il vicebrigadiere della stazione di Agliè nota qualcosa nel vano lato conducente. Un coltello. Scatta la perquisizione, il sequestro. Quando gli chiedono spiegazioni, lui non sa cosa dire. Non riesce. Comincia a piangere. Dice che sta vivendo un momento difficile, si sta separando dalla moglie, i figli da gestire, i turni da affrontare. Si sente sopraffatto. I carabinieri, lo ha raccontato lui stesso in aula, gli avevano assicurato che si sarebbe trattato solo di una multa. Ma tempo dopo, invece, arriva un decreto penale di condanna da tremila euro.

Francesco F. non ci sta. Fa opposizione, sceglie la strada del dibattimento. Vuole raccontare davvero com’è andata. A difenderlo, l’avvocato Marco Stabile, che ricostruisce la dinamica familiare e porta in aula anche l’anziano padre, oggi malato, che spiega con voce affaticata che quella macchina – una Fiat Elba cointestata dal 3 agosto 2023 – era la sua. È lui che la usava per andare nei boschi, a funghi e a pesca. “Quel coltello era mio”, spiega. Era uno dei tanti oggetti rimasti nel vano portaoggetti: c’erano anche galleggianti, ami, attrezzi. Francesco, in quei giorni, aveva lasciato la sua auto dal meccanico e stava usando quella del padre. Non aveva nemmeno guardato nel cruscotto.
La procura aveva chiesto otto mesi di arresto e 700 euro di multa, riconoscendo comunque le attenuanti generiche. Ma la difesa ha insistito sulla verità di quella versione, sul contesto, sulla mancanza di intenzionalità. “Sembra uno scarico di responsabilità verso il padre – ha detto l’avvocato Stabile – ma così non è. La leggerezza, se c’è stata, è stata ben compresa. Il fatto resta di particolare tenuità”.
La giudice Antonella Pelliccia ha deciso di assolvere Francesco F. proprio per la particolare tenuità del fatto, riconoscendo l’assenza di pericolosità concreta e la fragilità della situazione vissuta.
E così, quel coltello dimenticato tra gli oggetti da pesca, quella crisi familiare in salita, quelle lacrime sincere davanti a una pattuglia, non sono diventati il sigillo di una condanna, ma un passaggio di verità. Di quelli che succedono, nella vita vera. Anche nei giorni sbagliati.
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