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Cronaca
29 Maggio 2025 - 18:57
Li chiamavano “i rottamai” e quando arrivavano li sentivi prima coi motori, poi coi ferri che tintinnavano. Famiglie Rom di stanza al “Palazzo” di Brusasco, il condominio Alice: cinque piani di cemento e sopravvivenza. Li vedevi comparire all’alba, puntuali come gli scarrabili della Seta, pronti a rovistare, contrattare, afferrare. E mentre qualcuno svuotava il bagagliaio, loro erano già lì a cercare “il buono”: lavatrici, ferri vecchi, pezzi di rame, frigoriferi. Roba che pesava poco ma rendeva.
Per anni hanno controllato il traffico dei rifiuti ferrosi nei paesi stretti tra il Po e la collina: Brusasco, Cavagnolo, Brozolo. Senza bisogno di minacciare. Bastava la presenza. Bastava il clima. Bastava il silenzio generale. Ora, dieci anni dopo, sono a processo a Ivrea per ricettazione ed estorsione. Con loro, anche due operatori ecologici di Seta accusati di peculato.
Fu proprio La Voce, il 25 maggio 2015, a far partire l’inchiesta. Oggi in aula lo ha detto senza giri di parole il maresciallo dei carabinieri Simone Alfonso Generoso: “Leggemmo quell’articolo, e cominciammo a indagare”.
Sono passati dieci anni da quando i primi allarmi cominciarono a filtrare da Brusasco e Brozolo. Ora, in Tribunale ad Ivrea, si celebra il processo contro i cosiddetti “rottamai”. Secondo le accuse, intercettavano materiali ferrosi, lavatrici, frigoriferi e altri rifiuti di valore prima che venissero conferiti ufficialmente nei cassoni degli Ecocentri mobili allestiti da Seta nei paesi della collina. Accuse pesanti: ricettazione ed estorsione per sette membri delle famiglie Sulejmanovic, Seferovic, Osmanovic, Prijlic e Husejnovic; peculato e responsabilità per fatto altrui per due operatori ecologici di Seta, Filippo Muratore e Fabrizio Garbarino.

L'avvocata Patrizia Bugnano con l'amministratrice delegata di Seta, Nadia Corgiat Loia
Ma a segnare un punto fermo nella vicenda è quanto emerso oggi in aula: l’inchiesta nacque da un articolo pubblicato da La Voce il 25 maggio 2015. A dirlo non è stato un cronista, ma un ufficiale dei carabinieri. Il maresciallo Simone Alfonso Generoso, all’epoca comandante della stazione di Cavagnolo, oggi in servizio al Nas di Salerno, ha detto: “È stato proprio leggendo quell’articolo che ci siamo attivati. Riguardava l’ecostazione di Casalborgone, ma toccava anche i comuni sotto il mio comando”.
Da lì partì tutto. Prima le osservazioni dirette da parte dei carabinieri nei centri mobili di raccolta a Brusasco (6 giugno 2015), Cavagnolo (13 giugno), Brozolo (20 giugno). Poi gli accertamenti investigativi più puntuali: le indagini condotte dal maresciallo Andrea Todeschino, i filmati di videosorveglianza acquisiti, le testimonianze dei residenti. Sul banco degli imputati sono saliti i nomi storici delle comunità Rom della zona, quelli che — come raccontavano già allora gli abitanti — "davano l’impressione di dominare la scena", arrivando anche con due o tre camioncini e un esercito di bambini al seguito.
Ma l’udienza di oggi è servita anche a srotolare la matassa burocratica che, negli anni, aveva tentato inutilmente di arginare il fenomeno. Diego Marco Chiodoni, all’epoca ingegnere responsabile della parte operativa dei servizi Seta, ha raccontato di lettere mandate già nel 2011 ai sindaci dei Comuni interessati: “Avevamo segnalato il problema dell’ordine pubblico che si creava intorno agli Ecocentri mobili, ma nessuno ci rispose. Li chiamavamo ‘procacciatori di metalli’. Non minacciavano nessuno, ma la loro presenza creava un clima di soggezione. E noi non avevamo strumenti per allontanarli: eravamo su suolo pubblico”.
Cinque anni dopo, nel 2016, Seta si era rivolta direttamente ai carabinieri, chiedendo un patteggiamento, cioè un supporto minimo in termini di controllo, pattugliamenti, dissuasione. Anche quella richiesta cadde nel vuoto. Solo nel 2021, con l’apertura degli Ecocentri stabili di Gassino e Cavagnolo, il servizio degli ecometri mobili fu cessato.
Nel frattempo, però, il disagio tra operatori e cittadini cresceva. Come ha spiegato ancora Chiodoni: “Era sempre la stessa famiglia che seguiva i nostri spostamenti. I colleghi si lamentavano, gli utenti anche. Ci aiutavano pure a svuotare le auto, ma non era collaborazione: era un sistema parallelo. Noi chiamavamo, ma senza flagranza o minacce esplicite, nessuno interveniva”.
A dare sostanza a questo clima grigio, ai margini del lecito, sono le testimonianze raccolte dal banco dell’accusa — la pubblica ministero Valentina Bossi — già nella scorsa udienza. Maria Rosa Graglia di Brozolo ha ricordato come “si presentavano sempre, appena si apriva la piazza. Ti chiedevano di aiutare, e prendevano tutto. Io controllavo di avere in auto solo cose di cui volevo davvero sbarazzarmi”. E Liberato Buccelli, di Crescentino: “Due bambini si sono infilati nel mio Doblò. C’era roba che non volevo buttare, gliel’ho dovuta dare per terra. Era un sistema. Tutta la famiglia intorno”.
Secondo Mauro Oggero, volontario della Pro Loco ed ex consigliere comunale di Cavagnolo, il fenomeno era sotto gli occhi di tutti: “Venivano sempre. Facevano una sorta di preselezione, prendevano il ferro e i rifiuti migliori. Ai dipendenti Seta andava bene così: era meno roba da smaltire”. Un’affermazione che oggi pesa, soprattutto per i due operatori imputati per peculato: Muratore e Garbarino, difesi dall’avvocato Mazza, accusati di non aver impedito la sottrazione del materiale.
Seta, con l’amministratrice delegata Nadia Corgiat Loia, si è costituita parte civile nel procedimento, assistita dall’avvocata Patrizia Bugnano. E lo ha fatto non solo per tutelarsi economicamente, ma per rimarcare il proprio ruolo etico: “Quei comportamenti minavano la fiducia nel servizio, condizionavano gli utenti e danneggiavano la mission dell’azienda”.
Il Collegio giudicante oggi era composto dai giudici Tiseo, Pelliccia e Scanavino, dopo il cambio rispetto alla scorsa udienza (Fugge, Natta Cavoti). In aula anche l’avvocata Francesca Magagna, in sostituzione del difensore storico degli imputati, Roberto Capra.
Una storia di degrado e incuria istituzionale, dove l’illegalità è cresciuta nell’indifferenza generale. Finché non è stato un giornale locale, il nostro, a dire la parola che ha smosso le acque. Una denuncia scritta nera su bianco il 25 maggio 2015. E da lì, la giustizia ha cominciato a muoversi.
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