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Cronaca

Aggressione in pediatria ad Ivrea: a processo un papà disperato

In aula emerge una versione dei fatti profondamente diversa da quella contenuta nella denuncia del medico e del sindacato infermieri

Aggressione in pediatria ad Ivrea: a processo un papà disperato

Alle 5.30 del mattino, nel reparto di Pediatria dell’ospedale di Ivrea, la sala d’attesa è vuota. Una bambina ha la febbre alta da due giorni, il tampone risulta positivo al Covid. La madre è dentro, il padre – operatore socio sanitario – aspetta fuori. Quando legge sul foglio di dimissione “Tachipirina in gocce”, risale per chiedere se possa somministrare una supposta. In quel momento, secondo la ricostruzione degli inquirenti, Francesco N. avrebbe perso il controllo: urla, insulti, un pugno alla porta, poi il vetro blindato che si infrange.

È questa la versione riportata nel verbale e rilanciata dal sindacato Nursind, che chiede misure più severe per la tutela del personale sanitario. Oggi quella vicenda arriva in tribunale, davanti alla giudice monocratica Antonella Pelliccia, dove Francesco N., operatore socio sanitario, è imputato per danneggiamento aggravato e rapina impropria.

Le carte raccontano un episodio breve ma densissimo, in cui ogni gesto – uno scatto, una frase, un movimento verso la porta – assume il peso di un'accusa. A denunciarlo è il personale sanitario, con il sostegno del sindacato Nursind. A difenderlo è la moglie, Valentina C., che in aula ha ribaltato la ricostruzione, sostenendo che a colpire per primo sarebbe stato il medico. E che il vetro non si è frantumato per un pugno, ma nel tentativo di proteggere la figlia e allontanarsi.

Due versioni inconciliabili che oggi si affrontano in aula, tra verbali, testimonianze e una tensione che, da quella notte d’agosto del 2022, non si è mai del tutto dissipata.

Secondo il sindacato Nursind, che ha denunciato pubblicamente l’aggressione parlando di “fatti gravi e inaccettabili”, Francesco N. avrebbe dato in escandescenze all’interno del reparto di pediatria: prima avrebbe inveito contro il personale, poi avrebbe spintonato un medico e sfondato il vetro blindato della porta del reparto. “Cogl**ni, andate a zappare la terra”, avrebbe urlato, secondo le testimonianze raccolte tra infermieri e Oss, che dicono di aver udito tutto dal corridoio. Il medico secondo fonti discordanti), sarebbe rimasto profondamente scosso. Il sindacato ha chiesto subito misure di protezione più stringenti e giustizia esemplare.

Giuseppe Summa del Nursind

Ma è nella versione della moglie dell’imputato che la storia prende una piega opposta, ribaltando lo scenario.

La donna ricostruisce con lucidità quella notte: «Erano le cinque e mezza del mattino. Nostra figlia aveva la febbre alta da due giorni. Eravamo già in contatto con l’ospedale di Ivrea. Siamo arrivati, abbiamo fatto il tampone e ci hanno detto che era Covid». A quel punto, secondo la donna, la visita si è svolta in fretta: il medico – precisa – ha consegnato un verbale con le indicazioni e ci ha rimandati a casa, consigliando di portarla al Regina Margherita solo in caso di peggioramento.

Ma qualcosa, dopo, è andato storto. «Mio marito era giù, ci è venuto a prendere in auto. Leggendo il foglio ha notato che c’era scritto Tachipirina in gocce. La bambina però vomitava tutto, allora voleva solo chiedere se potevamo darle la supposta, come già stavamo facendo. A quel punto il medico ha iniziato a urlare». La scena, riferisce, si fa concitata: «Ci ha detto di andarcene, che nostra figlia aveva il Covid e dovevamo stare lontani. Poi ha dato un calcio per farci allontanare. Ero in braccio alla bimba: sono caduta all’indietro e col gomito ho colpito il vetro. Si è rotto. Ma non è stato mio marito».

In aula la donna ha poi confutato le accuse più gravi. «Tutti dicono che Francesco ha dato un pugno alla porta. Non è vero. Sono stata io. Stavo cercando di spingerla per uscire». Ha negato anche le frasi oltraggiose: «Mai dette. Lo dicono tutti, ma noi non abbiamo insultato nessuno». E quando il giudice le ha ricordato che i testi parlano di un uomo fuori controllo che scuoteva la porta, ha risposto: «Mio marito è un operatore socio sanitario. Ha solo detto di essere un collega. Il medico ha iniziato a inveire da subito».

La vicenda, intanto, era già finita sulle cronache locali all’epoca dei fatti, grazie a una segnalazione del sindacato. Ma secondo Valentina, non era ancora stata nemmeno sporta querela quando la notizia è circolata. E c’erano margini per un chiarimento. «Abbiamo chiamato i carabinieri appena arrivati a casa, ci hanno detto di pensare alla salute della piccola. Abbiamo scritto alla direzione sanitaria, lasciato il numero. Eravamo disposti a pagare i danni. Ma non c’è stato dialogo. Solo accuse».

Il processo si gioca ora su una narrazione bifronte: da un lato l’indignazione del personale ospedaliero, dall’altro il senso di ingiustizia e la denuncia dei genitori. La bambina, alla fine, è guarita. Ma la frattura – metaforica e reale – resta.

A chiarire i fatti, con esattezza, saranno forse i prossimi testimoni. E, inevitabilmente, i carabinieri della Compagnia di Ivrea, che stanno ancora ricostruendo nel dettaglio l’accaduto. Il condizionale resta d’obbligo. Ma le incrinature – tra vetri rotti, urla e accuse incrociate – si sono già fatte fenditure profonde.

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