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Cronaca

“Volevo solo difendermi”: boss della camorra, dal carcere di Ivrea diffama un giornalista

Augusto La Torre, il "boss psicologo" sta scontando l'ergastolo per la strage di Pescopagano. Ora dovrà risarcire un giornalista attaccato in una dura intervista

Augusto La Torre il "Boss psicologo"

Augusto La Torre detto il "Boss psicologo"

Dall'ergastolo in cella ad Ivrea per una strage di camorra ad un processo per diffamazione aggravata a mezzo stampa. La vicenda giudiziaria che ha visto protagonista il boss casertano Augusto La Torre, classe ’62, si è conclusa con una condanna simbolica ma densa di significato: mille euro di multa e 6mila euro complessivi di risarcimento per le offese rivolte al giornalista Giuseppe Tallino e all'editrice “Libra” società cooperativa.

Era il 4 giugno 2018 quando sul sito web www.appiapolis.it veniva pubblicata un’intervista dal titolo inequivocabile: “Chi è Augusto La Torre”. Un’autoritratto a tinte forti, uno sfogo lungo e articolato in risposta a un articolo uscito pochi giorni prima sul quotidiano “Cronache di Caserta e Napoli”, firmato da Giuseppe Tallino. Titolo: “Bifone consegnò una pistola a La Torre”. Un’accusa pesante, secondo La Torre. E falsa. Soprattutto perché La Torre dal 1997 sta scontando una condanna all'ergastolo e dal carcere non è mai uscito.

Scatta la denuncia. Il boss – all’epoca recluso proprio nella casa circondariale di Ivrea – querela il giornalista. Ma al tempo dalla sua cella rilascia una lunga intervista che viene pubblicato da un sito di area casertana. È in quell'intervista che La Torre affonda il coltello: definisce Tallino uno “pseudo-giornalista, altro lecchino che non solo scrive menzogne ma addirittura cita intercettazioni telefoniche che non esistono”, lo accusa di essere “portavoce della Procura”, ironizza su presunti errori, insinua connivenze, e infine, lo liquida così: “la vergogna del giornalismo”.

Nel capo d’imputazione, oggi agli atti del processo, le parole sono cristallizzate nero su bianco. Non un’iperbole momentanea, ma frasi deliberate, rivolte a un cronista colpevole – a dire del boss – di aver messo nero su bianco fatti mai accaduti. A Tallino, per sicurezza, dopo l’episodio fu assegnata la misura della vigilanza dinamica.

Il processo, inizialmente celebrato a Napoli, è stato spostato a Ivrea per competenza territoriale su istanza dell’avvocato Alessio Michele Soldano, storico difensore di La Torre. “L’intervista fu resa mentre il mio assistito si trovava nel carcere di Ivrea. La competenza non può che essere piemontese”, aveva sostenuto. La giudice napoletana ha accolto l’eccezione, e così la scena si è trasferita ai piedi delle Alpi.

Durante le udienze eporediesi, La Torre è comparso in videocollegamento dal carcere, presente e silenzioso mentre il suo legale – con una arringa chirurgica durata appena nove minuti – ha tentato di spostare l’asse della responsabilità: “La critica, anche aspra, è legittima. Tallino, all’epoca dei fatti, era pubblicista. Aveva l’obbligo di verificare. Invece ha scritto di una consegna di armi avvenuta in un arco temporale assurdo, tra il 2006 e il 2012 anni in cui Augusto La Torre era in carcere, recluso ininterrottamente dal 1997. E non per furto di polli...”.

Il pubblico ministero non si è lasciato convincere: il 16 aprile scorso, ha chiesto per l’imputato nove mesi di reclusione. Una richiesta rigettata dalla giudice Antonella Pelliccia, che ha disposto invece una condanna pecuniaria da mille euro, accogliendo in pieno l’istanza dell'avvocato Soldano.

Ma la sentenza non si ferma lì: La Torre dovrà risarcire Giuseppe Tallino con 3mila euro di provvisionale subito esecutiva, e altri 3mila euro alla casa editrice Libra, costituitasi parte civile, che pubblica il quotidiano “Cronache di Caserta”. 

Tallino, che da anni si occupa con determinazione del clan La Torre e delle sue diramazioni, ha più volte raccontato le connessioni tra il boss e i suoi familiari ancora attivi sul territorio, come Antonio La Torre (fratello, arrestato per armi e truffa) e Francesco Tiberio La Torre (figlio, condannato per droga e armi), finendo nel mirino di ambienti criminali e subendo pressioni, minacce, e una campagna di delegittimazione.

In aula, durante il dibattimento, La Torre ha ripetuto le stesse accuse al cronista, parlando di “effetto Saviano”

«Sono trentatré anni che sto in carcere, mai avuto un permesso premio. Solo un’uscita per necessità, quella volta che sono andato a trovare mia madre».

«Ancora oggi va dicendo che avevo legami con esponenti della criminalità. Ma io non sento nemmeno mio fratello Antonio – che tra l’altro è rientrato in carcere – né mio figlio Francesco Tiberio, condannato per droga e armi. Eppure mi descrive come un boss mafioso, irriducibile. C’è una volontà precisa di colpirmi». Secondo La Torre, all’origine di tutto ci sarebbe stata una strategia: «È l’effetto Saviano. Tallino vuole la scorta. Ma ha sbagliato persona. Io sono un collaboratore. Sono un collaboratore di giustizia. Lui è stato avventato, forse qualcuno lo ha anche mal consigliato. E alla fine lo prendono pure in giro, passandogli notizie che non stanno né in cielo né in terra».

Il carcere di Ivrea

La Torre, ex capo dell’omonimo clan attivo tra Mondragone e il litorale domizio, è in carcere da 28 anni. Ha ottenuto tre lauree, tra cui una in psicologia, che gli è valsa il soprannome di “boss psicologo”. Per anni ha tentato di riottenere la libertà, anche avviando una collaborazione con la DDA di Napoli. Una collaborazione giudicata “riduttiva”: La Torre ha confessato decine di omicidi, tra cui la strage di Pescopagano (1990), ma senza mai fornire elementi utili a ritrovare il tesoro del clan. Oggi sconta l’ergastolo.

Quella di Ivrea è solo una parentesi in una biografia criminale lunghissima.

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