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Cronaca

In aula a Ivrea il caso "Bucarest": dieci anni dopo, si giudica un nome, una sbornia e una verità a intermittenza

Un processo tra ricordi confusi, identità smarrite e nomi che non tornano

In foto, Bucarest

In foto, la città di Bucarest e l'avvocato Marco Stabile

Lo chiamavamo tutti Bucarest. E non perché avesse un accento particolarmente marcato, o perché avesse qualcosa di esotico, di malinconico, di europeo orientale addosso. Semplicemente, nessuno – nemmeno chi lo frequentava – sapeva davvero come si chiamasse. E ieri, nell’aula del Tribunale di Ivrea, davanti alla giudice Marianna Tiseo, questo dettaglio è tornato prepotentemente a galla, nella forma di una verità sfuggente, costruita su un nome che è stato detto, poi ritratto, poi sostituito.

Lui, Ionita Vasile, è imputato per aver fornito false generalità ai carabinieri, la notte del 25 ottobre 2013, dopo un incidente stradale avvenuto a Mathi, lungo la provinciale 2. All’epoca – e si parla di oltre dieci anni fa – si trovava a bordo di una Hyundai Atos color oro, intestata a una terza persona, sprovvista di assicurazione. Con lui, un passeggero. L'auto si schianta. Arrivano ambulanza e vigili del fuoco, e i due occupanti vengono trasportati all'ospedale di Cirié. È qui che comincia il rebus.

L’appuntato scelto Diego Mainardi, in servizio al radiomobile dei Carabinieri di Venaria Reale, racconta di aver raggiunto i due in ospedale. L’identificazione – spiega – è avvenuta prima della sedazione. L’uomo, dall’alito fortemente alcolico, si rifiutava di sottoporsi agli accertamenti sull’etanolo e, in quel contesto, dice di chiamarsi Kadar Claudio, residente a Torino. Scrive il nome di proprio pugno su un modulo. “Poi – racconta il carabiniere – il giorno successivo ha fornito una nuova attestazione di identità, dichiarandosi Ionita Vasile”. I rilievi dattiloscopici non vennero eseguiti dagli stessi militari intervenuti, ma la discrepanza tra le due versioni è rimasta agli atti.

Non è l’unico elemento curioso emerso in aula. A prendere la parola anche l’uomo che viaggiava con lui quella notte, un amico o conoscente, chiamato a testimoniare. Quando la giudice gli chiede se conoscesse il vero nome dell’imputato, l’uomo allarga le braccia e risponde con disarmante semplicità: “No, non l’ho mai saputo. Lo chiamavamo tutti Bucarest”. Un soprannome identitario, forse affibbiato per la città d’origine o per qualche storia raccontata a metà, che però fotografa bene il contesto opaco in cui si muoveva il protagonista di questa vicenda.

Il Tribunale di Ivrea

In aula, l’imputato non era presente: è attualmente detenuto nella casa circondariale di Frosinone e ha rinunciato a comparire. A rappresentarlo, l’avvocato Marco Stabile, che fornisce una lettura diversa di quanto accaduto quella notte: “Il mio assistito era in stato confusionale, aveva subito un forte trauma nell’incidente, tanto da dover essere ricoverato e sedato. È plausibile che abbia fornito un nome non suo. Quel nome, Kadar Claudio, appartiene a un suo amico d’infanzia. Non c’era malizia, né volontà di eludere i controlli, ma solo uno stato alterato e una memoria sfocata”.

La linea difensiva poggia anche su un dato di fatto: il giorno seguente, in un contesto più lucido, è stato proprio l’imputato a fornire spontaneamente il proprio vero nome. “Segno – ha insistito l’avvocato – che non c’era nessuna intenzione di nascondersi”. Il nodo resta uno solo: se quel primo nome dichiarato sia stato il frutto di un momento di confusione dovuto all’alcool e all’urto, oppure una manovra volontaria per sottrarsi a eventuali sanzioni o responsabilità.

L’udienza si è chiusa con la conclusione dell’istruttoria, ma il processo continua. Mentre il nome "Bucarest", pronunciato a mezza voce dal testimone, rimane come un’eco tra i banchi del tribunale, più forte di qualunque documento d’identità.

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