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Cronaca
14 Maggio 2025 - 20:03
Un’accusa lanciata come un sasso, durante una riunione della Croce Rossa, ai suoi concorrenti sul mercato. “Hanno lasciato un biglietto da visita sul corpo di un morto”.
A dirlo sarebbe stato Biagio Pasqualone, impresario delle onoranze Arietti di Cavagnolo, puntando il dito contro Fabrizio Coppa e Ivana Boscolo, titolari della Liffredo Funeral Home e volontari storici del comitato CRI di Lauriano, distaccamento di Cavagnolo. Una frase velenosa, fatta apposta per screditarli, per intaccarne la reputazione in un ambito – quello del volontariato – dove l’onorabilità conta quanto, se non più, della professionalità. Una frase che avrebbe la loro espulsione dall'organizzazione di volontariato dopo anni di onorato servizio.
E così la rivalità tra imprese funebri è finita in Tribunale, trasformandosi in un processo per diffamazione aggravata, celebrato oggi a Ivrea. Perché Coppa e Boscolo, rappresentati dall'avvocato Edoardo Zambardi del Foro di Torino, non ci avevano pensato due volte a denunciare Pasqualone per diffamazione.
Oggi Pasqualone è stato condannato: 1000 euro di multa, 2000 euro di risarcimento per ciascuna delle due persone offese e spese processuali da pagare. Ma il caso ha messo in luce molto più di un’offesa. Ha fatto emergere un intreccio torbido di versioni smentite, testimonianze non genuine e il sospetto di pressioni indebite.

L'avvocato Avvocato Zambardi
Cinque volontari della Croce Rossa sono stati chiamati a testimoniare, e per quattro di loro la giudice Stefania Cugge ha disposto la trasmissione degli atti in Procura per falsa testimonianza. Tutti i testimoni, infatti, facevano capo alla stessa delegazione CRI di Lauriano, teatro della presunta riunione in cui si sarebbe consumata la diffamazione. Riunione che, secondo molti, non sarebbe nemmeno mai avvenuta.
Eppure, quella frase – che per l’imputato sarebbe solo un vecchio episodio mal compreso – è bastata a far scattare la denuncia e, dopo un decreto penale di condanna, l’opposizione e il processo. Oggi si chiude un capitolo, ma la vicenda lascia dietro di sé una lunga scia di veleno, rancori e reputazioni compromesse, anche tra i volontari.
La miccia si era accesa il 27 luglio 2022, quando Pasqualone, durante una riunione tra volontari della CRI nella sede di Lauriano, avrebbe accusato Coppa e Boscolo di aver lasciato il loro biglietto da visita durante un servizio su un decesso, suggerendo un comportamento scorretto e lesivo dell’immagine del Comitato. Una frase sibilata – secondo l’accusa – non in privato, ma di fronte a più persone, proprio per colpire, per gettare ombre, per intaccare la loro posizione di volontari e imprenditori. Il gesto aveva portato a una denuncia e, infine, a un decreto penale di condanna che Pasqualone ha deciso di opporsi, dando così vita al processo celebrato oggi.
Ma il processo ha raccontato molto di più di un insulto fra concorrenti. Ha disvelato un clima opaco, un dietro le quinte fatto di versioni contrastanti, manovre occulte e pressioni sui testimoni. Perché a difendere l’imputato, in aula, sono stati convocati cinque volontari della stessa Croce Rossa. E quattro di loro ora rischiano un processo per falsa testimonianza: il giudice Stefania Cugge ha infatti disposto la trasmissione degli atti in Procura. A incastrarli sarebbero le incongruenze tra quanto dichiarato nella fase investigativa (le sommarie informazioni testimoniali, SIT) e quanto riferito oggi in aula. Ma non solo: secondo quanto raccontato dall’avvocato di parte civile Edoardo Zambardi, nel frattempo qualcuno avrebbe persino tentato di convincere il maresciallo dei carabinieri a modificare le dichiarazioni raccolte.
Alla fine, la verità processuale ha premiato la linea dei due querelanti. Il Tribunale ha riconosciuto la natura diffamatoria delle frasi pronunciate da Pasqualone, ha accolto la costituzione di parte civile e ha stabilito non solo il risarcimento del danno (2000 euro a testa per Coppa e Boscolo), ma anche la condanna alle spese legali (3500 euro per le parti civili). Il tutto per una storia partita, apparentemente, da un semplice sospetto – un biglietto lasciato in un momento di lutto – e diventata una guerra giudiziaria fra impresari in camice da volontario.

Il Tribunale di Ivrea
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