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Cronaca
12 Maggio 2025 - 13:17
Gli abusi sono iniziati quando la piccola non aveva ancora compiuto 10 anni
"Ciao, sono Martina e ho 16 anni..."
Queste le parole con cui iniziava il diario segreto che ha spalancato le porte sull'incubo vissuto da una bambina quando non aveva ancora compiuto 10 anni. Attenzioni ricevute dal compagno della sorella maggiore, un uomo di cui la piccola si fidava, con il quale trascorreva del tempo e con cui giocava. Peccato che in quelle ore insieme si nascondessero atti sessuali che hanno segnato per sempre la piccola.
Al termine di un processo lungo e sofferto dinnanzi al Tribunale di Ivrea in composizione collegiale, presieduto dalla giudice Stefania Cugge, l'imputato è stato condannato a 5 anni e 6 mesi di carcere. Una pena dura, ma che tiene conto delle attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti contestate. Un beneficio escluso dalla pubblica accusa che per l'uomo aveva chiesto 8 anni e 6 mesi di reclusione.
L'imputato dovrà inoltre riconoscere alla giovane vittima una provvisionale subito esecutiva di 20mila euro.
L'avvocata Alessandra Lentini, rappresentante di Martina, dichiara: "È stata una vicenda molto lunga e sofferta, anche dal punto di vista umano, ma finalmente la sentenza di primo grado pronunciata ieri dal Tribunale di Ivrea ha restituito giustizia alla persona offesa e la sua famiglia, sono quindi molto soddisfatta del risultato ottenuto".
Martina (il nome è di fantasia) si era tenuta per sé il terribile segreto per anni. Lui gliel'aveva fatto giurare su quanto di più caro avesse: suo nonno. Una promessa diabolica che l'aveva imbavagliata. Ed è stato così per anni, fino a quando, ormai sedicenne, aveva sentito il bisogno di affidare quei ricordi che affollavano le sue notti di incubi, alle pagine di un diario segreto. Un'agendina blu nascosta nel cassetto della biancheria intima, un bel giorno ritrovata dalla madre.
"Ciao, sono Martina e ho 16 anni..." e subito dopo il dettaglio di tutto ciò che il compagno di sua sorella le faceva quando erano soli e tutto ciò che lui le chiedeva di fargli. Pagine che hanno fatto sprofondare la mamma di un baratro.
Per essere certa, però, che non si trattassero di cattivi ricordi o strane fantasie, la madre parla amorevolmente con la figlia e di comune accordo decidono di scrivere all'uomo, riaprendo una finestra su quegli anni: "Ti ricordi quell'estate... Perché mi facevi quelle cose?. Perché mi chiedevi di farti quelle cose".
E lì la conferma, quasi una confessione: l'uomo non casca dalle nuvole, non tenta neppure di negare nelle sue risposte. E quando la madre di Martina, il suo compagno e Martina piombano a casa sua, messo alle strette, lui risponderà davanti a tutti i testimoni presenti: "E' successo solo una volta. Cosa sarà mai...".
Quanto basta per chiamare i carabinieri. Immediate le indagini. Martina viene aiutata a ricordare, a raccontare, le viene fornito immediatamente un sostegno psicologico perché il vaso di pandora scoperchiato potrebbe creare un abisso dal quale sarebbe difficile per chiunque riemergere.
Martina ricorda, racconta senza mai enfatizzare. E' contenuta, ma precisa. Vengono così ricostruiti venti episodi. Ma potrebbero essercene stati molti di più.

L'avvocata Alessandra Lentini, legale di parte civile
Le indagini condotte con delicatezza e fermezza dalla Pm Elena Parlato creano un castello accusatorio incrollabile.
A giudizio l'interrogatorio dell'uomo è stato duro, incalzante:
PM: “Lei riceve questo messaggio: ‘Io voglio sapere se mia sorella sa di quando mi toccavi e io toccavo te’. E risponde: ‘Stai tranquilla. Perché?”
Imputato: “Perché… non volevo farla agitare. Era un momento difficile…”
PM: “Ma lei non smentisce. Non dice ‘è falso’, non dice ‘non ti ho mai toccata’. Dice solo ‘stai tranquilla’. Perché?”
Imputato: “Non sapevo come affrontare l’argomento…”
PM: “Lei continua a dire che è successo solo una volta. Ma la ragazza scrive: ‘È successo più di una volta’. Lei non la contraddice. Anzi, risponde: ‘Magari non lo facevamo apposta, senza renderci conto’. Che cosa significa?”
Imputato: “Che non c’era… malizia. Era una situazione… ambigua…”
PM:“Poi lei scrive: ‘Abbiamo dormito abbracciati, ci siamo svegliati così, con le mani nelle cosce’. E la ragazza le scrive: ‘Io ero piccola’. E lei risponde: ‘Sì’. Perché?”
Imputato: “Era la verità. Era piccola. Ma non con quella intenzione…”
PM: “In un’altra chat, lei scrive: ‘Giuralo su tua nonna, che non hai detto nulla’. Stava cercando di coprire l’accaduto?”
Imputato: “No. Cercavo solo di capire se qualcuno sapeva qualcosa…”
PM: “Appunto. Aveva paura che qualcuno sapesse. Non che non fosse vero.”

In una delle ultime chat Martina – ormai sedicenne – scrive allo zio: “Ho da sei anni questo pensiero. Mi sento sporca nei confronti di mia sorella. Vorrei sapere perché è successa questa cosa. Tu mi toccavi. E non sai nemmeno perché?”
Parole da adulta. Ma scritte da chi è cresciuta troppo in fretta. Senza poter parlare. Con un’agendina blu come unico rifugio. Pagine che oggi, due anni dopo, sono diventate prove in un’aula di giustizia.
Eppure l'imputato, difeso dagli avvocati Marco Novara e Cesare Carnevale Schanca, ha sempre respinto con forza la pesante accusa di abusi sessuali aggravati e continuati.
Martina, in quegli anni, era spesso a casa della sorella. “Fragile, bellissima”, come la descriveranno i testimoni. E sola, nei pomeriggi in cui la sorella maggiore era di turno e il compagno restava in casa con lei. È lì che si sarebbero consumati gli abusi. A volte sul divano. A volte sul letto. A volte mentre guardavano un cartone animato in Tv. E ogni volta, nel silenzio. Tradita da chi avrebbe dovuto accudirla.
Ma l'imputato non è stato l'unico a negare tutto. Anche Monica, la sorella maggiore, testimoniando a processo ha escluso che quegli episodi si possano essere mai verificati.
Con voce ferma, davanti ai giudici, ha negato ogni circostanza e ha sostenuto che la sorella più piccola avrebbe “immaginato tutto”. “Non ho mai creduto a nulla di quello che ha raccontato – ha detto –. Per me sono solo fantasie nate in un contesto familiare disturbato, già segnato da altri traumi.”
Parole pesanti come macigni, soprattutto perché pronunciate da chi, per anni, avrebbe dovuto essere figura di riferimento e protezione per quella bambina. Invece Monica ha voltato le spalle non solo a Martina, ma all’intera famiglia d’origine. “Io ho chiuso i contatti con tutti. Ho bloccato mia madre, le mie sorelle, anche Martina. Dopo tutto quello che è successo, non li sento più. Di loro non voglio più sapere nulla.”
Ha colpito anche il modo in cui Monica parlava della madre, sempre riferendosi a lei per nome, mai usando il termine “mamma”. Un distacco netto, quasi chirurgico. “Non era una madre, era una presenza scomoda. Ha sempre parlato male di me e del mio compagno, ci ha insultati, umiliati. Diceva che lui era un analfabeta e che mi aveva portato a vivere in un buco.”
Dichiarazioni che non saranno senza conseguenze. La Pm Parato ha chiesto la trasmissione degli atti relativi alla sua testimonianza in Procura, richiesta accolta dal Tribunale. Verrà quindi aperto un nuovo fascicolo nei suoi confronti e nei confronti della sorella dell'imputato. Entrambe dovranno rispondere del reato di falsa testimonianza.
Il racconto reso in aula è quello di una giovane donna che nel 2015 si allontana da casa per vivere con il fidanzato conosciuto una manciata di mesi prima in una frazione isolata di Cafasse. “Avevamo poco, ma ci bastava. Io avevo appena preso la patente, lavoravo, facevo le pulizie, portavo lui al lavoro e andavo a riprenderlo. Martina veniva ogni tanto, ma non è mai rimasta da sola del tempo con lo zio”
Eppure, secondo le accuse, proprio tra quelle mura Martina sarebbe stata più volte abusata. Ma proprio la sorella ha negato tutto, anche quando la Pm Elena Parato le ha chiesto se ricordasse gli audio, i messaggi, la chat e quel diario segreto in cui Martina ha scritto anni di dolore. “Quel diario non l’ho mai voluto leggere. Quando Noemi è venuta da me col diario, l’ho sbattuta fuori. Non le ho mai creduto.”
Una testimonianza piena di dettagli e di accuse alla famiglia, ma nessun dubbio, neppure uno sul suo compagno. Monica ha affermato di non aver mai notato “nulla di strano”, né nei comportamenti di lui, né in quelli della sorella. “A me Martina raccontava di aver visto cose terribili in casa di nostra madre: il compagno nudo, rapporti sessuali espliciti. Mi aveva anche mandato un audio dove si sentivano ansimi. Ma non riguardavano certo il mio compagno. Erano altre cose, altri traumi.”
Parole che avevano gettato un’ombra ancora più cupa su una vicenda già profondamente dolorosa.
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