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Cronaca

Massacrato per un gioco crudele: in tre a giudizio per il pestaggio del venditore di rose

Era stato massacrato ad Ivrea con l'unico scopo di strappargli dalle mani i suoi fiori. Ma è solo uno degli episodi contestati: c'è perfino il sequestro di due ragazzini

Massacrato per un gioco crudele: in tre a giudizio per il pestaggio del venditore di rose

Un’aggressione surreale, da Arancia Meccanica in pieno centro a Ivrea: tre uomini, un mazzo di rose e una violenza cieca e ingiustificata. È il 18 novembre 2023 quando S. D., 24 anni, residente a Burolo, L. B., 46enne di Ivrea, e M. A., 37enne di Saint Vincent, piombano addosso a Laskar Jamangir, 51 anni, venditore ambulante di origini bengalesi, conosciuto da tutti in città per il suo sorriso mite e le rose tra le mani.

Lo avvicinano, gli afferrano il mazzo di fiori, lo spintonano, lo buttano a terra, e cominciano a colpirlo a calci e pugni, ovunque: in faccia, sulle costole. Una frattura al metacarpo, un trauma nasale e un’emorragia orbitale: tutto per un pugno di rose, strappate come se fosse un gioco malato, uno sfogo crudele in pieno giorno, davanti agli occhi increduli del centro cittadino. Una storiaccia che aveva fatto il giro di tutta Italia.

Ma quello non era un gesto isolato. Era solo il primo atto di una spirale di violenza che si sarebbe estesa nei mesi successivi tra rapine, furti, sequestri di persona e minacce a mano armata, fino a far finire i tre uomini davanti al Tribunale di Ivrea, su richiesta della Procura.

L’udienza preliminare si è tenuta l’8 maggio, alle ore 12:45, davanti al giudice Andrea Cavoti. Sul tavolo, un incartamento da codice penale pesante che parla di una banda improvvisata ma feroce, capace di seminare il terrore.

Il picco della violenza, quello che in aula pesa come un macigno, si consuma il 22 febbraio 2024, ancora una volta a Ivrea. Sono da poco passate le 18 quando S.D., il più giovane del trio, raggiunge due ragazzi seduti a bordo di una Fiat Panda. Li blocca, estrae una pistola a tamburo (una “scacciacani”, ma loro non lo sanno) e li minaccia senza esitazione. Non una parola di troppo, solo il terrore negli occhi. Poi sale in macchina, si mette alla guida e parte in direzione di un conoscente, con i due ragazzi costretti sul sedile. L’arma, anche se priva di proiettili, diventa un vero strumento di controllo psicologico, e basta una minima distrazione perché i due, con un balzo, riescano a fuggire e a rifugiarsi nell’abitazione di un amico. Una fuga di sopravvivenza, più che di coraggio.

Ma non è finita. Sempre quel giorno, S.D. si impossessa della Panda, che risulta essere di proprietà della madre di uno dei due ragazzi sequestrati, e ruba anche i loro due iPhone, completando la giornata con un carico di violenza, intimidazione e bottino.

E se questo non bastasse, su S.D. pende un'altra accusa: evasione dagli arresti domiciliari. Il 1° giugno 2024, mentre dovrebbe trovarsi a casa della madre a Viverone, viene sorpreso a Banchette alla guida di un’Alfa Romeo Giulietta. I carabinieri lo fermano: alito pesante di vino, eloquio impastato, occhi lucidi, andatura incerta. Il test all’etilometro non lascia scampo: i grammi di alcol per litro di sangue sono quasi quattro volte il consentito. Oltre alla guida in stato d'ebbrezza, dai controlli emerge che non aveva alcuna autorizzazione a lasciare la sua abitazione.

Le accuse sono numerose, gravi e aggravate dalla recidiva sia per S.D. che per M.A. Si va dal sequestro di persona alla rapina aggravata, dalle lesioni al porto illegale di armi improprie, fino a furto e evasione. Le prove raccolte – testimonianze, referti medici, ricostruzioni filmate – delineano un quadro pesante.

Tre uomini, una Panda, una pistola scenica, e una catena di atti violenti commessi in pochi mesi, spesso con vittime inermi, minorenni o lavoratori ambulanti. Il Canavese si scopre teatro di una criminalità spicciola ma feroce, fatta di sopraffazione e violenza quotidiana. 

E' l'episodio delle rose, però, quello che più di tutti aveva scosso la città. L'episodio aveva sconvolto Ivrea, lasciandola attonita e ferita. “Malmenato da tre mascalzoni e farabutti solo perché voleva lavorare”, si era scritto allora. Un pestaggio in pieno giorno, in stile Bronx, a due passi dalla Camera di Commercio, a un passo dall’indifferenza. Le immagini del volto tumefatto di Laskar hanno fatto il giro della città, e con loro si è scatenata un’ondata di indignazione e solidarietà.

La città si era svegliata scoprendosi indifesa e vulnerabile. Il presidente del Consiglio comunale Luca Spitale, la consigliera Vanessa Vidano e il consigliere d’opposizione Massimiliano De Stefano si erano persino organizzati per andare a trovare Laskar in ospedale, salvo poi scoprire che era già stato dimesso.

Il sindaco Matteo Chiantore, con parole che restano impresse, aveva lanciato un grido d’allarme: “Non si tratta di uno spintone. L’hanno mandato all’ospedale. Tutto questo non ha un senso. Mi preoccupa non solo come sindaco, ma come genitore e cittadino. Servono nuovi modelli educativi, un altro linguaggio”.

Nel quartiere si era parlato anche di una petizione cittadina. Le intenzioni erano chiare: più sorveglianza, più educazione, più rispetto. E in molti, tra chi conosceva Laskar, hanno indicato un’altra parola che ha aleggiato senza essere detta esplicitamente: razzismo.

Il resto dell’indagine lo avevano costruito i carabinieri della stazione di Banchette, identificando i presunti responsabili e ricostruendo una catena di episodi violenti proseguita fino al 22 febbraio 2024

Ivrea ha già espresso la sua condanna. Ora tocca alla giustizia fare il resto. Quel mazzo di rose calpestato resta l’emblema di una violenza che non può più passare inosservata.

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