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Cronaca

Pescava trote nel Parco Nazionale del Gran Paradiso: a processo un 75enne del Canavese

Il Ministero dell’Ambiente è parte offesa nel processo per pesca di frodo nei confronti dell'ex vigile del fuoco

Foto d'archivio

Foto d'archivio

Settantacinque anni, una fedina penale più pulita del letto del torrente che lo ha tradito. Nessuna multa, nessuna contravvenzione, neanche una violazione del codice della strada in cinquant'anni di patente. Eppure ora, l’uomo che chiameremo Giovanni, ex vigile del fuoco conosciutissimo nel Canavese, dovrà sedersi sul banco degli imputati al Tribunale di Ivrea. L’accusa? Bracconaggio ittico, per aver pescato – senza autorizzazione – alcune trote Fario in un tratto protetto del torrente Campiglia, all’interno del Parco Nazionale del Gran Paradiso.

Un reato minore, certo, ma che assume contorni quasi surreali se rapportato alla figura dell’imputato: un uomo che ha salvato vite, spento incendi, aiutato persone per una vita intera e che ora si ritrova coinvolto in un procedimento penale per un gesto compiuto, a detta sua, “in buona fede”, nell’agosto del 2021.

A contestargli la violazione è il Ministero dell’Ambiente, che nel procedimento figura formalmente come parte offesa, in quanto responsabile della tutela del patrimonio naturale protetto. È lo Stato, in sostanza, a costituirsi leso in un reato che non ha avuto vittime umane, ma ha toccato l’integrità del Parco Nazionale e delle sue specie faunistiche.

Il fatto contestato si basa sulla presunta violazione dell’art. 11 comma 3 lettera a) e f) della Legge 394/1991, che vieta tassativamente la cattura di fauna selvatica all’interno delle aree protette. Secondo la ricostruzione, Giovanni avrebbe pescato venti trote in una zona del Parco interdetta e riservata, all'interno dei confini del Comune di Ronco Canavese.

A difenderlo è l’avvocato Carlo Alberto La Neve, del Foro di Torino, che ha chiesto alla giudice Marianna Tiseo l’ammissione alla “messa alla prova”, un istituto previsto dal codice penale italiano per i reati minori. Si tratta di un’alternativa al processo: l’imputato si impegna in un percorso riparativo (che può consistere in lavori socialmente utili, attività ambientali, o percorsi formativi) e, se portato a termine positivamente, estingue il reato senza condanna.

Una possibilità concessa proprio per casi come questo, dove la gravità del fatto è obiettivamente contenuta e la condotta dell’imputato esemplare.

La data dell’udienza è fissata per il prossimo 26 settembre. Sarà allora che la giudice valuterà se accogliere la richiesta della difesa e dare a Giovanni la possibilità di riparare a quell’errore con lo stesso spirito di servizio che ha contraddistinto tutta la sua vita.

Le trote, il parco, un patrimonio da proteggere

Venti trote, certo. Ma non pesci qualunque. Quelle finite nella rete di Giovanni – o forse solo nella sua canna – erano trote Fario: un simbolo silenzioso dei corsi d’acqua alpini, delicate, schive, eleganti nella livrea punteggiata. Una specie che popola da millenni i torrenti di montagna, ma che non è più scontato trovare in libertà. Per questo, il loro prelievo, senza autorizzazione, in una zona protetta come il torrente Campiglia, rappresenta ben più di una semplice infrazione: è considerata una ferita alla biodiversità.

La Fario – Salmo trutta fario – è una sottospecie autoctona di trota comune, fortemente legata all’equilibrio degli ecosistemi d’alta quota. Vive solo in acque fredde, ben ossigenate e poco inquinate, si riproduce in modo naturale tra ghiaie e sassi, ed è sentinella biologica della qualità ambientale. In molti tratti di torrente, però, è in regressione a causa dell’inquinamento, dei prelievi e – paradossalmente – anche degli innesti di trote di allevamento, che ne alterano la purezza genetica.

Ecco perché il Parco Nazionale del Gran Paradiso, dove si è svolta la contestata battuta di pesca, la protegge con rigore. Non solo la Fario, ma un intero ecosistema alpino: 71.000 ettari tra Piemonte e Valle d’Aosta, il più antico parco nazionale d’Italia, istituito nel 1922, nato per salvare dallo sterminio lo stambecco, e diventato nel tempo una roccaforte della biodiversità italiana.

Oltre 1700 specie vegetali e più di 150 specie di vertebrati abitano queste valli: stambecchi, camosci, marmotte, aquile reali, gipeti, per citarne alcuni. Ma anche insetti rari, pipistrelli, salamandre e – nei ruscelli e nei laghi d’alta quota – anfibi e pesci come la Fario, appunto. Ogni habitat, ogni conca, ogni microfauna è parte di un equilibrio fragile e prezioso.

In quest’ottica, pescare senza autorizzazione non è un gesto banale, ma un atto che tocca direttamente un patrimonio collettivo, il frutto di un secolo di conservazione e sorveglianza. È per questo che lo Stato – attraverso il Ministero dell’Ambiente, formalmente parte offesa nel processo – chiede giustizia: non per quattro pesci, ma per un principio. Difendere le aree protette, anche da chi lo fa magari senza malizia, è oggi più che mai una scelta necessaria.

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