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Cronaca

Mutande imbottite di droga e messaggi che si autodistruggevano: ecco come si spacciava agli studenti di Ivrea

Un controllo in piazza Croce Rossa aveva portato a sventare un traffico ben più ampio: oggi è iniziato il processo

Mutande imbottite di droga e messaggi che si autodistruggevano: ecco come si spacciava agli studenti di Ivrea

È una storia che inizia in piazza Croce Rossa a Ivrea e finisce oggi in un’aula del Tribunale, davanti a un collegio di tre giudici presieduto da Stefania Cugge. È la storia di un’operazione che parte da un controllo di routine e si allarga come una macchia d’olio, raccogliendo giovani, scooter, cespugli di rosmarino e cellulari senza sim. È anche la storia di un ragazzo, appena diciottenne all’epoca dei fatti, di origine iraniana, che non ha fatto resistenza, anzi. Si è seduto, ha raccontato tutto. E con la sua voce, ha fatto partire un effetto domino che ha portato ad altre due persone.

Era il 27 gennaio 2020, ore 14:55. I carabinieri del Radiomobile di Ivrea erano appostati proprio lì, in piazza Croce Rossa, all’uscita delle scuole. Una piazza semicentrale, che non è pieno centro ma nemmeno periferia, incastrata tra via dora Baltea e il Movicentro. Un’area frequentata da studenti, complice la presenza di diversi istituti superiori – come il Cena e il Gramsci. Addirittura, lì vicino c'è la scuola elementare Nigra. E poi  giardinetti, panchine e muretti che la rendono punto di ritrovo ideale per i pomeriggi svogliati. Le voci sullo spaccio tra i ragazzi si erano fatte insistenti. Quel giorno, gli occhi degli agenti si posano su un gruppetto di cinque giovani, due ragazze e tre ragazzi. Le mani che frugano nelle tasche, le parole sussurrate in un angolo. Non sembrava una banale chiacchierata tra studenti. Quando i militari li avvicinano, capiscono subito di non aver sbagliato. Uno dei ragazzi – Amir – ha con sé un bilancino di precisione, venti grammi di marijuana nascosti nelle mutande e 295 euro in contanti, tutti in piccolo taglio. Ma è la perquisizione domiciliare a casa sua, poco dopo, in Corso Vercelli, a spalancare le porte sul giro. Nel cespuglio di rosmarino sotto casa, due buste di plastica con scritto “100 critica”, ciascuna contenente cento grammi di erba. E poi, un barattolo di vetro Bormioli, di quelli con il tappo a capsula, perfetti per le conserve con residui della stessa sostanza.

Amir, classe 2002, non si chiude nel silenzio. In caserma parla, e lo fa senza avvocato. Il suo racconto inizia così:“Spaccio da circa sette mesi”. Racconta di aver cominciato insieme a un coetaneo, Luca, e di aver poi ricevuto l’introduzione diretta a chi gli forniva la roba: Marco, il terzo uomo. Dice di contattarlo solo attraverso una piattaforma di messaggistica a messaggi effimeri, quelli che si autodistruggono. Fornisce anche orari, luoghi, dettagli. E tutto, a distanza di pochi giorni, trova riscontro: l’8 marzo, i carabinieri vanno a casa di Luca, in una frazione di Mongrando, nel Biellese. Trovano buste identiche a quelle nascoste tra il rosmarino di Amir. Stessa grafia, stesso odore, stessa qualità.

Intanto anche il commissariato di Polizia di Ivrea-Banchette si muove. I due filoni d’indagine – carabinieri e polizia – si intrecciano, a pochi giorni di distanza. Il 7 febbraio tocca a Marco, ma l'operazione viene condotta dagli uomini del commissariato di polizia Ivrea - Banchette.  

Sotto la lente di ingrandimento finiscono le sin e il traffico telefonico degli ultimi mesi. Tra Amir e Luca scorre un fiume di 288 telefonate in sei mesi.Al contrario, con Marco, il ragazzo oggi a processo, solo tre chiamate in tutto: una da un secondo, una da nove, una da diciannove.

Marco – classe 2000, residente a Ivrea in zona Bellavista, difeso dall’avvocato Ferdinando Ferrero – ha scelto il dibattimento. È lui oggi a comparire davanti alla Corte. Il suo difensore oggi ha portato sul tavolo una questione che rischia di spostare il baricentro giuridico dell’intera operazione: le dichiarazioni rese da Amir, rese senza la presenza di un legale, sono utilizzabili? È su questo punto che l'avvocato Ferrero ha acceso i riflettori, contestando la legittimità delle dichiarazioni spontanee che hanno dato il via all’individuazione degli altri due ragazzi. Amir, formalmente già indagato, parlava in caserma senza difensore. Quelle parole, dice Ferrero, sono il cuore stesso del castello accusatorio. E quindi? Sono valide oppure no?

Nel frattempo, la cronaca giudiziaria segna i suoi passaggi. La posizione di Amir e Luca è già stata definita. Uno ha patteggiato sei mesi, pena sospesa. L’altro ha chiuso con rito abbreviato. Resta Marco, l’unico che ha deciso di affrontare il processo ordinario, sotto la lente dei giudici collegiali. Nella prossima udienza testimonierà in videocollegamento proprio di Luca, il coimputato già condannato.

La giustizia farà il suo corso. Ma l’istantanea di quella piazza, di quei cinque ragazzi tra cui due ragazze, di quel cespuglio di rosmarino che nasconde più di quanto sembri, resta impressa. 

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