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Cronaca
23 Aprile 2025 - 13:36
Un momento degli scontri durante il G7 del 2017 a Torino
Era il 2017 quando Torino ospitava il G7. L'ultima giornata del meeting iniziato il 25 settembre, si era svolta a Venaria Reale dove si erano registrati scontri tra forze dell'ordine e il corteo di circa 2000 manifestanti che avevano cercato di entrare nella cosiddetta "zona rossa".
Sul banco degli imputati del Tribuale di Ivrea, oggi c'erano Andrea Bonadonna (classe 1976) e Giorgio Rossetto (classe 1962), leader del centro sociale Askatasuna, tra i volti più noti della galassia antagonista torinese. Sullo sfondo: il 30 settembre 2017, giorno conclusivo del G7 su industria e ICT, ospitato per la chiusura a Venaria Reale sotto una cappa di tensione. Quel sabato, il corteo antagonista, partito da Torino tra cori e cartelli, si trasformò in una lunga scia di scontri, esplosioni e lacrimogeni.
Oggi, in aula, i protagonisti di allora si sono ritrovati – imputati e poliziotti – a raccontare quei momenti dinnanzi alla giudice Stefania Cugge. Ma il tempo stringe: la prescrizione incombe e l’intera istruttoria dovrà chiudersi entro il 30 maggio.
Le imputazioni vanno dalle lesioni personali aggravate, ad aggravanti come l’uso di artifizi esplodenti, la finalità di agevolare un sodalizio e la resistenza a pubblico ufficiale, il tutto in concorso e in continuazione. Un fascicolo giudiziario che mescola ideologia e piazza, prassi di piazze ribollenti e strategie di contenimento della forza pubblica. Ma anche un processo destinato a mutare pelle nella prossima udienza: Bonadonna, come annunciato, uscirà dal ruolo di imputato per passare a quello testimone in difesa di Rossetto.
Oggi a riportare i fatti dentro l’aula di giustizia sono stati due agenti della Digos di Torino. Erano in borghese quel giorno a Venaria, operativi nella zona cuscinetto tra il corteo e i reparti in tenuta antisommossa. Hanno raccontato della dinamica esplosiva – letteralmente – scattata poco prima delle sei del pomeriggio. Una manciata di persone, "tre o quattro", travisate, si erano sganciate dalla testa del corteo avvicinandosi al cordone di polizia all’altezza di via Cavallo, in prossimità del ponte sul Ceronda. Da lì partirono bombe carta e batterie pirotecniche. “Era pratica comune in quegli anni – ricorda uno degli agenti – usare fuochi d’artificio contro i reparti schierati”.
Tra i lanciatori, una ragazza mai identificata e un secondo soggetto – “quello che lanciava in rapida successione due artifizi” – che diventa il fulcro dell’intervento della Digos. I due agenti lo seguono, lo bloccano, urlano “fermo, polizia!”, mostrano la placca. Ma lui si divincola, si getta verso il corteo tentando di dileguarsi.
Si tratta di Anthony Pecoriello, un antagonista avellinese proveniente da un centro sociale di Pesaro. Verrà riconosciuto solo successivamente grazie alle immagini e il suo arresto era stato convalidato il 4 ottobre successivo.
Il ragazzo si era avvalso della facoltà di non rispondere ma ha poi aveva fatto dichiarazioni spontanee. In attesa che la giudice Marianna Tiseo si pronunciasse sulla misura alternativa, una trentina di attivisti di Askatasuna avevano protestato davanti al carcere di Ivrea, dove il giovane era detenuto, chiedendone la scracerazione.
Durante i tentativi di fermare Pecoriello, il 30 settembre era comparso anche Giorgio Rossetto. “È intervenuto assieme a un altro – hanno detto gli agenti in aula – strattonandoci e colpendoci per impedire l’arresto del manifestante”. Una colluttazione che dura un minuto, forse più. Si cade, ci si rialza, si sgomita, ci si trascina verso la balaustra, si prova a contenere il corpo a corpo mentre attorno piovono lacrimogeni. Il teatro dello scontro è ristretto, teso, fumoso.
A incastrare Rossetto ci sarebbero le immagini girate durante la manifestazione dalla Digos e dai media: quelle, secondo gli agenti, lo collocano nei pressi del lanciatore di petardi e ne documentano l’intervento a suo favore. “Era noto in quell’ambiente – dice uno dei Digos – e riconoscibile”. Le lesioni riportate dai poliziotti, riferite come guaribili in sei o sette giorni, completano il quadro accusatorio.
L’avvocata Valentina Groppo, in aula per Rossetto, ha incalzato sui dettagli: “Quanto era distante il soggetto che lanciava gli artifizi rispetto agli agenti? E dove erano davvero posizionati Rossetto e gli altri?”. Le risposte non sciolgono tutti i nodi, ma confermano che la dinamica è rimasta impressa nella memoria dei testimoni come concitata, instabile, violenta.
Anche la posizione di Andrea Bonadonna si chiarisce nel corso della giornata. Secondo quanto riferito in aula e confermato dai suoi legali, Roberto Lamacchia e Valentina Colletta, non sarà più un imputato e testimonierà a favore di Rossetto.
Su questo processo, pesa l’ombra pesante della prescrizione. A distanza di quasi otto anni dai fatti, il rischio concreto è che il processo si chiuda per decorrenza dei termini, lasciando sospesa ogni valutazione giuridica. La prossima udienza, già fissata, sarà decisiva per capire se si arriverà a una sentenza oppure a un epilogo burocratico.

Due anni dopo gli scontri avvenuti durante il G7 di Venaria, il 4 luglio 2019 scattavano le misure cautelari più estese legate a quell’evento: la Digos aveva eseguito 17 provvedimenti nei confronti di attivisti ritenuti protagonisti delle violenze contro forze dell’ordine e giornalisti. Nove misure partivano da Torino e colpivano direttamente il cuore dell’organizzazione antagonista: i vertici del centro sociale Askatasuna di corso Regina. Le altre riguardavano leader e militanti dell’area radicale attiva a Roma, Firenze, Venezia, Bari e Modena.
Erano state emesse 7 misure cautelari degli arresti domiciliari e 10 misure cautelari dell’obbligo di presentazione alla Polizia Giudiziaria. I militanti provenivano da Askatasuna, della compagine antagonista fiorentina dell’“Autonomia Diffusa Ovunque”, del centro sociale modenese “Spazio Guernica”, del collettivo universitario “Sapienza Clandestina”, dell’“Ex Caserma Liberata” di Bari e dei “Centri Sociali – Nord Est” di Venezia.
Nella giornata conclusiva del vertice del G7, e precisamente il 30 settembre 2017, circa 2000 manifestanti partiti in corteo da largo Toscana giungevano in piazza Vittorio Veneto di Venaria Reale, a circa 200 metri dalla Reggia, ove era in corso il meeting internazionale.
Un gruppo di circa 200 antagonisti aveva tentato di forzare lo sbarramento delle forze dell’ordine ed utilizzavano diversi carrelli della spesa. Un tentativo di sfondamento che gli agenti sentiti oggi in aula hanno definito "goliardico". "Nei carrelli avevano grosse brioches di gomma piuma".
E' solo dopo che lo scontro si accende, quando vengono lanciate bombe carta e accese batterie pirotecniche.
I provvedimenti – arresti domiciliari e obblighi di firma – arrivavano in risposta alle scene di guerriglia urbana che avevano trasformato le strade in un campo di battaglia: razzi, petardi e fumogeni venivano lanciati contro i reparti schierati a difesa della Reggia di Venaria, mentre la polizia rispondeva con lacrimogeni. Due agenti della Digos rimanevano feriti nel tentativo di bloccare un manifestante, un poliziotto veniva colpito da un petardo al petto, un carabiniere riportava contusioni. Un giornalista era stato colpito da una bottiglia e aveva perso due denti.
Nel frattempo, i centri sociali, i No TAV e i collettivi studenteschi insorgevano, accusando apertamente la procura di orchestrare una repressione politica: “Non si trattava di punire reati – sosteneva Dana Lauriola di Askatasuna – ma di fare un processo alle intenzioni”.
Secondo Alberto Perino, storico volto del movimento No TAV, quelle misure “erano stipate in un cassetto, pronte per essere tirate fuori alla vigilia del festival Alta Felicità”. Le accuse si moltiplicavano negli spazi occupati, dove si parlava apertamente di un provvedimento usato per colpire il dissenso. Per Manituana e Studenti Indipendenti, si trattava di un precedente pericoloso per la libertà di espressione: “Se questa diventa la normalità, anche solo manifestare potrebbe divenire un reato”.
A replicare era stato anche il ministro dell’Interno Matteo Salvini, che rivendicava la linea dura: “In Italia era ovviamente garantita la libertà di manifestare, ma non c’era tolleranza per i violenti, soprattutto se aggredivano uomini e donne in divisa. Anche per gli estremisti rossi, troppo spesso coccolati da certa sinistra, era finita la pacchia”.
Un’atmosfera rovente, che rifletteva una frattura profonda tra piazza e istituzioni.
Giorgio Rossetto
Classe 1962, Giorgio Rossetto è una figura storica dell'autonomia torinese e uno dei leader del centro sociale Askatasuna. La sua militanza politica inizia negli anni Ottanta, con le prime esperienze nel collettivo di via Verdi, nato sulla scia delle proteste antinucleariste successive al disastro di Chernobyl. Da allora, Rossetto è stato protagonista di numerose mobilitazioni, dalle manifestazioni studentesche alle proteste contro la linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione (TAV) in Val di Susa.
Nel corso degli anni, Rossetto è stato coinvolto in diversi procedimenti giudiziari legati alla sua attività politica. Nel gennaio 2025, il tribunale di sorveglianza di Torino ha disposto per lui la detenzione domiciliare per scontare una condanna superiore ai due anni di reclusione, ormai irrevocabile, per gli incidenti tra No Tav e forze dell'ordine avvenuti in Val di Susa nel 2011. Il provvedimento è stato adottato anche in considerazione di problemi di salute derivanti da un infortunio.
Rossetto è stato anche imputato nel cosiddetto "processo Askatasuna", un maxi processo che ha coinvolto 28 attivisti del centro sociale torinese. In questo procedimento, la procura di Torino aveva chiesto per lui una condanna a sette anni di reclusione, sostenendo l'esistenza di un'associazione a delinquere finalizzata a organizzare disordini durante le proteste. Tuttavia, nel marzo 2025, il tribunale ha assolto tutti gli imputati dall'accusa di associazione a delinquere, condannando Rossetto a tre anni e quattro mesi di reclusione per altri reati legati a singoli episodi di violenza durante le manifestazioni.
Rossetto continua a essere un punto di riferimento per l'area antagonista torinese. La sua figura è riconosciuta non solo per il ruolo di leadership all'interno di Askatasuna, ma anche per la capacità di trasmettere esperienza e visione politica alle nuove generazioni di attivisti. La sua presenza costante nelle mobilitazioni e il suo impegno nella difesa delle istanze sociali lo rendono una figura centrale nel panorama dell'antagonismo italiano.

Andrea Bonadonna
Andrea Bonadonna, classe 1976, è uno dei volti più noti dell'area antagonista torinese e figura di riferimento del centro sociale Askatasuna. La sua militanza si è sviluppata nel contesto delle lotte sociali e politiche che hanno attraversato Torino e la Val di Susa negli ultimi decenni, con particolare attenzione al movimento No Tav.
Nel 2017, Bonadonna è stato arrestato in seguito agli scontri avvenuti durante il G7 di Venaria Reale. Accusato di violenza e resistenza a pubblico ufficiale, è stato scarcerato pochi giorni dopo, con l'imposizione dell'obbligo di dimora nel comune di Bussoleno. Secondo la sua versione, sarebbe intervenuto per difendere un manifestante a terra, senza rendersi conto che si trattava di un agente in borghese.
Nel 2019, Bonadonna è stato assolto nel processo relativo all'occupazione dell'ex villaggio olimpico (ex Moi) di Torino, dove era accusato di aver aiutato un gruppo di migranti a insediarsi negli alloggi. Il tribunale ha stabilito che non si poteva configurare il reato di concorso in invasione di edificio, poiché si trattava di un reato istantaneo non imputabile a chi raggiunge l'area successivamente.
Più recentemente, Bonadonna è stato coinvolto nel maxi-processo contro i militanti di Askatasuna, accusati di associazione a delinquere per una serie di azioni di protesta tra il 2019 e il 2021. Nel marzo 2025, il tribunale ha assolto tutti gli imputati dall'accusa di associazione a delinquere, ma ha inflitto 18 condanne per reati legati a singoli episodi di violenza durante le manifestazioni. Bonadonna è stato condannato a tre anni e quattro mesi di reclusione.
Durante il processo, Bonadonna ha difeso l'operato del centro sociale, sottolineando l'importanza della collaborazione tra movimenti dal basso e istituzioni per affrontare le emergenze sociali. Ha citato come esempio positivo l'occupazione dell'ex Moi, risolta attraverso un dialogo tra attivisti, Comune e Diocesi, che ha portato a uno "sgombero dolce" e al reinsediamento delle famiglie in altre strutture.
Andrea Bonadonna continua a essere una figura centrale nell'antagonismo torinese, rappresentando una generazione di attivisti impegnati nelle lotte sociali e politiche della città.

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