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Cronaca
16 Aprile 2025 - 19:26
Una porta antincendio che si apriva con due dita. Un cancelletto messo al contrario, nella direzione opposta all’esodo. Un corridoio senza personale, nonostante in quel momento 48 ospiti stessero per essere preparati al pranzo. E Maria Corradin, 86 anni, seduta sulla sua carrozzina, legata con una cintura pelvica, in una struttura che avrebbe dovuto garantirle protezione e sicurezza. Invece, il primo aprile del 2021, è finita giù dalle scale. Ed è morta.
A tre anni dalla tragedia consumatasi a Villa Grazia, RSA di San Carlo Canavese, la procura di Ivrea chiede condanne pesanti: due anni di carcere e 3500 euro di ammenda ciascuno per Giacomina Remondino, classe 1966, amministratrice della società, e per il fratello Gianluca Remondino, classe 1970, direttore della struttura. Per Villa Grazia srl, invece, la pm Valentina Bossi ha chiesto la condanna a una sanzione pecuniaria di 258 mila euro – mille quote da 258 euro l'una – oltre alla sospensione dell’autorizzazione per sei mesi.
Una requisitoria, quella della pm, lunga, accorata, scandita da un incalzante lavoro di sintesi e memoria. Una vera e propria cronaca del disastro, che inchioda la responsabilità alla catena di comando: «La signora Corradin era considerata irrequieta, capace di muoversi da sola, anche di togliere il freno alla carrozzina. Doveva essere seguita. Invece, quel giorno, c’era un solo operatore a vigilare su quarantotto ospiti».
La Procura ha demolito, punto per punto, le difese. A partire dalla narrazione sulla porta Rei che Maria è riuscita ad attraversare: «Era una porta antincendio difettosa, bastavano due dita per spingere il maniglione e farla aprire. Nessuno ha mai dimostrato che fosse stata sistemata dopo l'incidente. E nessuno, tra i responsabili della struttura, ha segnalato alcun problema, pur sapendo che quella scala non era a norma e priva di mancorrente».
Ma non è tutto. Secondo la pm Bossi, a mancare era anche il personale: «Quel giorno, in base alla tabella regionale DGR 4548, avrebbero dovuto esserci dieci operatori sociosanitari per garantire i livelli assistenziali minimi. Invece, ce n’erano tre. Una sola OSS per tutto il corridoio. E Maria Corradin, come hanno confermato più testimoni, si muoveva molto, era imprevedibile, doveva essere monitorata. Non lo è stata».
Il corpo della donna è stato trovato sul pianerottolo sottostante. La carrozzina ancora legata a lei. Era riuscita a superare la porta Rei, a spingere il cancelletto d’alluminio, aperto nella direzione sbagliata, e a finire sulle scale. Un volo. La morte.
Per la Procura si tratterebbe di una responsabilità da manuale: colpa generica per omissione di sorveglianza, colpa specifica per la violazione dell’articolo 64 del decreto 81/08, quello sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, che tutela anche i terzi, come gli ospiti di una RSA. E responsabilità dell'ente per non aver mai adottato un modello organizzativo efficace, né un sistema di controllo reale.
Durissime le parole del pubblico ministero anche sul modello 231, il Modello di Organizzazione e Gestione adottato da Villa Grazia: «Una parvenza. Un documento ripetitivo, vuoto. E l’organismo di vigilanza? Per tre anni è stato rappresentato dallo stesso avvocato che oggi difende l’imputata. Non aveva indipendenza. Non ha segnalato nulla. Non c'è traccia nemmeno dell'incidente nei verbali interni dell'ente».

Villa Grazia a San Carlo Canavese
Di fronte a questo quadro, le difese si sono affrettate a respingere le accuse. L’avvocata Eleonora Rizzoli, per Gianluca Remondino, ha sottolineato come il suo assistito non avesse ruoli clinici o sanitari: «Si è sempre limitato a trasmettere le istanze dei medici e ad autorizzare, su richiesta, le cinture di contenzione. Maria Corradin era stata valutata in fascia alta, non era mai stata segnalata per wandering, né era mai stato chiesto un suo trasferimento nel NAT, il nucleo Alzheimer».
L’avvocato Cristiano Burdese, per Giacomina Remondino, ha invece puntato tutto sull’inesigibilità: «Nessuno ha mai segnalato malfunzionamenti alla porta Rei. La ditta di manutenzione aveva effettuato controlli regolari. Non si può pensare che il datore di lavoro debba verificare ogni maniglia di ogni porta. Serve un nesso causale diretto. E qui non c'è».
L’avvocato Giuseppe Damini, per la struttura: «Non c'è stata alcuna violazione della normativa 231. Il modello c'è, le procedure sono rispettate, la struttura è accreditata e certificata. Non è responsabilità dell’ente se l’accaduto non è stato segnalato nei verbali, e non si può confondere l'evento tragico con una carenza organizzativa sistemica».
Al centro del dibattimento anche i numeri: quelli relativi agli ospiti presenti nella struttura la notte del 31 marzo e quelli riguardanti il personale in servizio. Secondo la pm Valentina Bossi, al primo piano della RSA c’erano 48 persone non autosufficienti e un solo operatore addetto alla sorveglianza notturna. Un dato che, per l’accusa, configura una grave violazione degli standard minimi stabiliti dalla DGR 4548.
Ma è sui numeri che si è innescato uno scontro acceso tra accusa e difesa. Gli avvocati degli imputati hanno parlato di una “mistificazione” dei dati: secondo i loro calcoli, gli ospiti di quel nucleo erano solo 24, gli altri erano distribuiti al piano terra e nel reparto protetto, dove era attivo un secondo operatore. “Il conteggio fatto dalla Procura – hanno detto in aula – somma tutti gli ospiti della struttura e li attribuisce a un solo piano, alterando la realtà dei fatti.”
Ancora più netto l’intervento dell’avvocato Giuseppe Damini, legale della struttura: “Parliamo del nucleo Sangrato della RSA, un nucleo composto da 11 stanze doppie, quindi 22 posti letto. È documentalmente provato. E allora, quando oggi si parla di 47 ospiti nella RSA, o c’erano dei letti a castello e venivano messi in quattro per stanza, oppure è evidente che quel numero è complessivo, e include anche gli ospiti di un altro nucleo – il nucleo San Carlo – che aveva altro personale dedicato e si trova in un’altra parte della struttura, seppur nello stesso complesso di Villa Grazia.”
Damini ha sottolineato che Villa Grazia non è solo RSA, ma anche casa di cura, poliambulatorio, residenza sanitaria assistenziale. “Occorre sgomberare il campo dall’equivoco, altrimenti si falsano i termini della questione.”
Sarà ora la giudice Stefania Cugge a stabilire se quella morte fu davvero frutto di una catena di negligenze, sottovalutazioni e porte lasciate aperte. O se fu, come ha detto uno dei consulenti della difesa, «una disgrazia imprevedibile». Una tragedia. Ma senza colpe.
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