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Cronaca

Furti in serie all'Urban Center di Rivarolo tra abiti e profumi: a Ivrea il processo

A far scattare la denuncia era stato il negozio Oviesse cui si erano accodati Dior, Bata e Il Gigante

Furti in serie all'Urban Center di Rivarolo tra abiti e profumi: a Ivrea il processo

È bastato uno sguardo, poi un cenno alla sicurezza: “È di nuovo lei”. Al centro commerciale Urban Center di Rivarolo Canavese era diventata una presenza fin troppo familiare, tanto che quel giorno, quando Manuela B., 48 anni, è stata vista aggirarsi tra le corsie dell’Ovs con fare sospetto, l’allarme è scattato in tempo reale. Pochi minuti dopo, gli addetti alla sicurezza l’hanno fermata con addosso merce non pagata, proveniente non solo dall’Ovs ma anche da altri negozi del centro, tra cui Bata, Dior e Il Gigante.

Non una ladra occasionale, ma una frequentatrice assidua del centro commerciale – a quanto riferito dai dipendenti – con precedenti comportamenti simili. Eppure, nel gioco incrociato di norme e cavilli legali, solo una delle quattro denunce è arrivata in aula con tutti i documenti in regola. Risultato: il processo si è concentrato su un solo episodio – quello dell’Ovs – e l’accusa è stata ridimensionata da furto aggravato a tentato furto semplice.

Alla sbarra, Manuela B., assistita dall’avvocata Livia Mansueto, non era in aula quando è stato letto il verdetto dal giudice Edoardo Scanavino del Tribunale di Ivrea: due mesi di reclusione e 60 euro di multa, con riconoscimento delle attenuanti generiche e riqualificazione del reato. Le denunce degli altri negozi? Improcedibili, perché sprovviste della procura speciale necessaria per la costituzione in giudizio.

Ma la vera chiave della sentenza è in quella riqualificazione. La donna era stata fermata prima di superare le casse, e il tentato furto ha preso il posto dell’imputazione più grave. L’Ovs ha potuto presentare querela valida e documentata, a differenza degli altri esercizi commerciali, che si sono visti tagliati fuori dal processo.

Nel corso del processo, l’avvocata Mansueto ha delineato un ritratto umano della sua assistita: una donna in evidente stato di fragilità psicofisica, con una vita segnata da disagi economici e problemi di salute, che “non ruba per professione, ma per errore, per necessità”.

Il giudice ha accolto la richiesta di riqualificazione del reato in tentato furto come già aveva fatto la pubblica accusa al termine della requisitoria con la quale aveva chiesto una condanna a 4 mesi di reclusione e 400 euro di multa. 

Un caso minore, certo, ma che racconta molto. Tra scontrini mai battuti e borse piene di merce nascosta, dietro il gesto di Manuela B. si nasconde una storia di solitudine, difficoltà e marginalità. Non giustificazioni, ma contesto. E anche questo – in tribunale – fa la differenza.

Il Tribunale di Ivrea ha emesso la sentenza

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