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cronaca
14 Aprile 2025 - 17:01
L'ex direttore dell'Asl To 4, Flavio Boraso
Dopo anni di inchieste, titoli roboanti e sospetti che hanno macchiato carriere e dignità personali, il tribunale di Torino ha messo un punto fermo sulla vicenda giudiziaria che ruotava attorno all’appalto da 57 milioni di euro bandito dall’ASL To3 nel 2018. Lunedì 14 aprile 2025 sono arrivate quattro assoluzioni piene, con la formula “perché il fatto non sussiste”, tra cui quella dell’ex direttore generale dell’azienda sanitaria Flavio Boraso (ex direttore generale anche dell'Asl To4), principale imputato del processo.
Accusato di corruzione e turbativa d’asta, Boraso è stato per anni al centro di un’indagine complessa, condotta dalla Guardia di Finanza e coordinata dal pubblico ministero Gianfranco Colace, incentrata su presunti favoritismi legati alla concessione del maxi-appalto per la fornitura e gestione di apparecchiature biomediche agli ospedali di Rivoli, Pinerolo e Venaria.
“Finalmente arriva una sentenza che restituisce la verità e che riconosce la totale correttezza dell'operato del mio assistito”, ha commentato l’avvocato Vincenzo Enrichens, difensore di Boraso, che ha sempre respinto con decisione ogni addebito, sostenendo la piena regolarità della procedura di gara e i benefici ottenuti dall’ASL grazie al partenariato pubblico-privato con la società Althea Italia, unica partecipante e vincitrice della gara con un ribasso minimo, dello 0,4%.
A condividere il destino assolutorio dell'ex direttore generale sono stati anche l’amministratore delegato di Althea, Antonio Marino (difeso dall’avvocato Mario Almondo), e Giuseppe Carboni, luogotenente dei carabinieri oggi in servizio a Cirié ma all’epoca in forza all’aliquota di polizia giudiziaria della Procura di Torino.
Carboni era accusato di favoreggiamento per aver – secondo l’accusa – suggerito a Boraso come rispondere durante gli interrogatori dopo le perquisizioni subite. Anche per lui il verdetto è stato di piena assoluzione, come sottolineato dal suo difensore, Michele Polleri.
L’unico a riportare una condanna è stato un maresciallo della Guardia di Finanza, all’epoca in servizio alla Direzione investigativa antimafia, che avrebbe rivelato informazioni riservate ad Antonio Marino su alcune intercettazioni in corso nell’ambito dell’operazione “Platinum-Dia”, un’indagine che nulla aveva a che fare con il procedimento in questione. Per lui il tribunale ha inflitto nove mesi di reclusione per rivelazione di segreti d’ufficio.
Tutto ha inizio nel maggio 2018, quando il nome di Flavio Boraso inizia a comparire nei fascicoli della Procura. A dare il via alle indagini è un esposto del M5S e della lista civica per Collegno, che sollevano dubbi sulla trasparenza dell’appalto da 57 milioni di euro per la gestione di risonanze magnetiche e TAC negli ospedali dell’ASL To3.
A ricevere i primi avvisi di garanzia per turbativa d’asta sono proprio Boraso e Marino. Il sospetto è che l’intera procedura sia stata cucita su misura per favorire Althea, che si era proposta come soggetto privato in un PPP (Partenariato Pubblico Privato), secondo quanto previsto dal nuovo codice degli appalti.
Nel frattempo, il caso deflagra anche sul piano politico. In Consiglio regionale, il consigliere del M5S Davide Bono solleva ulteriori perplessità su un altro bando da 6,3 milioni di euro per apparecchiature informatiche aggiudicato alla Venco Spa con un prezzo ritenuto doppio rispetto a quello di un’analoga gara promossa da SCR Piemonte. Anche in questo caso i riflettori si puntano su Boraso, accusato di aver ignorato le linee guida regionali per procedere autonomamente, facendo lievitare i costi senza una reale giustificazione.
Tra i filoni secondari dell’inchiesta, poi stralciati per competenza, quello riguardante Francesca Bisanti, nominata nel frattempo primaria di Radiologia dell’ASL To4. Secondo la Procura, Boraso avrebbe spianato la strada alla sua nomina, in cambio dell’assunzione – ottenuta da Althea – in una struttura privata collegata.

Mario Traina
In questo quadro si inseriscono anche i nomi di Mario Traina, direttore sanitario e membro della commissione esaminatrice, e un carabiniere sposato con una dipendente di Althea. Il tutto condito da una presunta fitta rete di messaggi tra Boraso e Traina contenenti valutazioni sul concorso. Ma le posizioni di Bisanti e Traina sono state stralciate e trasferite alla Procura di Ivrea, dove il procedimento è ancora in fase preliminare.
Nel corso del processo principale, però, l’impianto accusatorio si è via via sgretolato. Le testimonianze acquisite e le perizie tecniche hanno ribaltato le tesi iniziali, dimostrando che le procedure di gara erano state corrette, che non vi erano elementi di corruzione e che la scelta di affidarsi a un PPP aveva portato vantaggi economici all’azienda sanitaria.
Come sottolineato anche in aula dallo stesso Boraso: “Grazie a quel progetto abbiamo potuto affrontare con strumenti aggiornati anche l’emergenza Covid”.
Con la sentenza del 14 aprile, il tribunale di Torino ha quindi chiuso una pagina lunga e sofferta della sanità piemontese. Per Flavio Boraso e gli altri imputati assolti, si tratta di un sollievo morale e professionale, dopo sette anni vissuti sotto accusa. La vicenda, che inizialmente sembrava il classico caso di “sanità e affari”, si è rivelata alla prova dei fatti una procedura conforme, anche se imperfetta nei risultati, ma non inquinata da intenti illeciti.
Insomma, la montagna ha partorito un topolino. E il processo, partito tra clamori e sospetti, si è concluso tra le aule semivuote di un tribunale con una formula piena: il fatto non sussiste.
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