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Cronaca
11 Aprile 2025 - 18:13
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I silenzi in aula sono a volte più potenti delle parole. Succede questa mattina, nell'aula del tribunale di Ivrea, dove, dinnanzi al giudice Edoardo Scanavino, si è tenuta una nuova udienza del processo contro diversi agenti di polizia penitenziaria del carcere cittadino, accusati a vario titolo di aver partecipato a pestaggi sistematici e maltrattamenti nei confronti dei detenuti tra il 2015 e il 2022.
A testimoniare sono stati Michele Pitti, ex comandante del carcere, e Assuntina Di Rienzo, direttrice dell'istituto dal 2012 al 2020. Due figure chiave nella catena di comando dell'epoca. Eppure, almeno in parte, le loro voci oggi restano spezzate.
Pitti, oggi indagato in un procedimento parallelo per fatti analoghi, ha scelto di avvalersi più volte della facoltà di non rispondere, in particolare alle domande incalzanti della pm Sabrina Noce. I suoi silenzi sono stati intervallati da dichiarazioni parziali: ha ricordato un buon clima iniziale al suo arrivo a Ivrea nel marzo 2021, l'impegno per migliorare la struttura, la promozione di lavori e installazione di telecamere. Ma ha anche descritto un progressivo isolamento da parte del personale dopo la perquisizione del novembre 2022.
La pm Noce lo incalza più volte. Gli chiede se abbia ricevuto minacce, se sia stato oggetto di pressioni, se sia vero che aveva espresso timori per la propria incolumità: "Mi ha detto che aveva paura che la caricassero di botte. Se è minacciato, in qualità di pubblico ufficiale, deve avere il coraggio di dirlo". Pitti nega, ma aggiunge di aver ricevuto messaggi "non proprio felici" da parte dei colleghi e di essersi sentito isolato.
La pm lo incalza ancora: "Prima del novembre 2022, i rapporti erano davvero sereni? E perché oggi non conferma quanto ha dichiarato in Procura?". Pitti risponde che all'inizio il clima era buono, ma l'aria è cambiata dopo l'indagine.
Le domande toccano anche il presunto "modus operandi" degli agenti più anziani: "Aveva notato atteggiamenti prevaricatori? Una presunzione di impunità da parte loro? Ha avuto notizia di pestaggi seguiti da denunce contro i detenuti?". Anche in questo caso, Pitti sceglie il silenzio.
La pm insiste: "Lei aveva segnalato che in alcuni casi i detenuti venivano malmenati e poi denunciati dagli agenti per lesioni reciproche. E aveva parlato anche della reticenza dei medici, della mancanza di referti. Oggi perché tace?". Pitti replica: "Rispondo per ciò che ho visto direttamente".
Poi, sollecitato dal giudice, Pitti ha aggiunto: "Nessuno mi ha minacciato direttamente, ma l'aria, dopo le ordinanze del novembre 2022, era cambiata", ha detto. Ha negato di aver mai visto o saputo con certezza di pestaggi. Ma quando la pm gli ha contestato dichiarazioni rese in precedenza, Pitti ha replicato: "Non rispondo per tutelarmi rispetto all'altra inchiesta in cui sono indagato".
Assuntina Di Rienzo: "Segnalazioni inoltrate, mai testimone diretta"
Assuntina Di Rienzo ha ripercorso gli otto anni alla direzione del carcere: il contesto difficile, l'assenza di un comandante stabile, le tensioni sindacali. Ha riferito di aver ricevuto lettere da detenuti che lamentavano violenze o vessazioni, e di averle trasmesse alla Procura. "Parlai direttamente con il procuratore Ferrando", ha detto.
La direttrice ha spiegato di non essere mai stata testimone di episodi di violenza, ma ha ammesso criticità legate ad alcune strutture, come la cosiddetta "cella liscia" e la sala detta "acquario", utilizzate per l'isolamento o l'attesa sanitaria. Dopo le visite del garante, furono disposte modifiche e lavori.
Ha anche riferito che alcuni medici del carcere erano anche medici di base degli agenti, e che questo poteva generare dinamiche poco trasparenti, ma di non avere mai avuto prove concrete di coperture o omissioni.
La rivolta dell’ottobre 2016 e la gestione dell’emergenza
L’ottobre 2016 segna uno degli episodi più critici nella storia recente del carcere di Ivrea: una protesta accesa e violenta da parte di alcuni detenuti, poi passata agli atti come “la rivoltina”. La direttrice dell’epoca, Assuntina Di Rienzo, ha ricostruito in aula la sequenza dei fatti durante la sua deposizione in aula.
La rivolta scoppiò durante la sua assenza. A correre d’urgenza verso Ivrea fu il commissario Capra, che all’epoca operava altrove. Di Rienzo seguì la situazione da remoto, mantenendo contatti costanti con il personale.
Alla base della protesta, secondo quanto riferito in aula, vi fu una sanzione disciplinare destinata a cinque o sei detenuti per condotte irregolari precedenti. L’isolamento doveva essere eseguito, ma non c’erano posti disponibili nelle celle disciplinari.
De Rienzo propone il trasferimento di alcuni di loro. Dopo una consultazione con il provveditore Pagano – che si oppose fermamente al trasferimento dei detenuti in altri istituti – fu presa la decisione di collocarli temporaneamente nel nuovo reparto appena ultimato, destinato ai detenuti transessuali.
"Il provveditore si arrabbiò molto, dicendomi che volevo scaricare il problema su altri istituti. Mi intimò di risolvere il problema e trovare gli spazi per far scontare subito i provvedimenti ai detenuti. L'unica soluzione era quella di collocarli al quarto piano, dov'era appena stato allestito il nuovissimo reparto per transessuali, appena affrescato, nuovo di pacca".
La direttrice ha riferito che, nella fase precedente alla rivolta, l'operazione di spostamento dei detenuti era avvenuta senza una perquisizione approfondita, nonostante le indicazioni. I detenuti avrebbero portato con sé oggetti come accendini e soprattutto, la grappa artigianale che i detenuti riescono a fare in carcere di nascosto utilizzando la frutta macerata e fermentata. Fu in questo contesto che, durante la notte, la situazione degenerò.

L'ex direttrice Assuntina De Rienzo
Secondo la testimonianza di Di Rienzo, fu proprio Capra ad autorizzare e coordinare gli interventi del personale. Lei rimase a Torino, in contatto telefonico con il carcere. Confermò di aver autorizzato, in base alle informazioni ricevute, l’uso di caschi e scudi difensivi, ma non l’uso dei manganelli. Né – ha precisato – tale richiesta le fu mai avanzata.
Durante l’udienza, due ambienti del carcere di Ivrea sono tornati al centro dell’attenzione: la cosiddetta “cella liscia” e la sala nota come “acquario”. Entrambi gli spazi sono stati oggetto di numerose segnalazioni, ispezioni e polemiche.
La cella liscia veniva utilizzata per l’isolamento disciplinare e, fino almeno al 2016, era collocata al piano terra. Secondo la testimonianza di Assuntina Di Rienzo, si trattava di una cella priva di suppellettili, dotata di riscaldamento non sempre funzionante, e destinata a garantire l’effettività della sanzione punitiva. Vi si collocavano detenuti sottoposti a provvedimenti disciplinari, spesso in condizioni definite “essenziali, ma dignitose”. Tuttavia, i garanti dei detenuti e le ispezioni successive, comprese quelle del Comitato Europeo per la prevenzione della tortura, ne hanno criticato lo stato: ambiente spoglio, freddo, con finestre danneggiate e privo di un vero sistema di aerazione.
A seguito delle visite del Garante nazionale, la direttrice dispose interventi di bonifica e l’eliminazione definitiva dell’utilizzo della cella “liscia” per fini punitivi.
Quanto all’“acquario”, si tratta di una stanza nei pressi dell’infermeria, adibita formalmente a sala d’attesa per detenuti in transito o in attesa di visite mediche e somministrazione di farmaci. Il nome, stando a quanto riferito da Pitti, gli era ignoto fino alla lettura degli atti: lui stesso la identificava semplicemente come “sala d’attesa”.
La direttrice Di Rienzo ha dichiarato di aver saputo solo in un secondo momento che quella sala fosse stata indicata come luogo in cui si sarebbero verificati episodi di abuso. Dopo le prime segnalazioni, vennero inserite panchine e ridipinte le pareti. Restano agli atti, tuttavia, numerose testimonianze di detenuti che affermano di essere stati lasciati per ore, anche nudi, privi di sedute, luce e riscaldamento, in quello spazio.
In una relazione del Garante nazionale dei detenuti, si parlava esplicitamente dell’“acquario” come luogo usato per correggere con mezzi violenti i detenuti. Di Rienzo ha ammesso che, sebbene la stanza fosse visibile dall’esterno, “non poteva immaginare che fosse stata teatro di abusi”. E ha concluso: “Ognuno si assumerà le proprie responsabilità”.

Un processo dal passato ancora vivo
L'inchiesta, avviata e inizialmente archiviata dalla Procura di Ivrea, è stata avocata dalla Procura Generale di Torino dopo le segnalazioni del garante Paola Perinetto e dell'avvocata Maria Luisa Rossetti. Già nel 2020, il comandante Pitti aveva parlato di un "modus operandi" per cui alcuni detenuti, dopo essere stati picchiati, venivano denunciati per lesioni agli agenti.
Nel gennaio 2024, la Gup Marianna Tiseo ha rinviato a giudizio oltre venti imputati, derubricando le accuse da tortura a lesioni personali, sulla scia di una sentenza della Cassazione. Restano in atti decine di episodi: percosse, isolamento prolungato, detenuti lasciati nudi a terra, referti medici assenti o contraddittori.
Gli imputati sono: Francesco Callerame, Salvatore Fantasia, Giovanni Simpatico, Ciro Casillo, Giuseppe La Porta, Marco Fiorino, Francesco Ventafridda, Domenico Sorrenti, Pietro Semeraro, Giuseppe Picerno, Giuseppe Pennucci, Alessandro Armenio, Massimiliano Cannavò, Alessandro Landriscina, Paride Petruccetti, Massimo Genovesi, Felice Cambria, Massimo Calvano, Giovanni Muscolino, Salvatore Avino, Mickael Palumbo, Fabio Pasqualone, Mario Fortunato, Giuseppe Carabotta, Franco Rao, Rocco Firenze, Emanuele Granato, Giovanni Birolo.
Molti di loro rispondono anche di falso ideologico, per aver redatto relazioni di servizio ritenute mendaci, in cui si attribuivano le ferite dei detenuti a cadute accidentali o autolesionismo. In diversi casi, le testimonianze dei detenuti parlano di pestaggi avvenuti nell'infermeria o nella sala detta "acquario", dove sarebbero stati condotti, denudati, lasciati senza assistenza.
Tra gli episodi contestati anche l'utilizzo improprio dell'isolamento disciplinare in celle prive di suppellettili e riscaldamento, e il mancato rispetto delle procedure durante le visite mediche, dove gli agenti sarebbero rimasti presenti nonostante le disposizioni contrarie.
Il processo prosegue nelle prossime settimane, con l'esame di altri testimoni e la produzione della documentazione sanitaria e disciplinare conservata all'interno dell'istituto.
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