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Cronaca

Bimba di 10 anni abusata dallo zio per 5 anni in Canavese: era tutto nel diario segreto della piccola

Durante il processo che si è tenuto oggi ad Ivrea, la mamma della ragazza che oggi ha 19 anni, è svenuta in aula

Bimba di 10 anni abusata dallo zio per 5 anni in Canavese: era tutto nel diario segreto della piccola

Cinque anni di abusi, una storia dell'orrore iniziata quando la piccola aveva appena 10 anni e lo zio, compagno di sua sorella, molti, molti di più.

Mi toccavi. E non sai nemmeno perché?” si legge nei messaggi che anni dopo, quando la ragazza è adolescente, scambia con quello zio chiedendogli spiegazioni, dicendo di sentirsi, sporca, a disagio, di portare quel peso sul cuore da sei anni.

La terribile storia viene fuori quando la madre trova nella cameretta della figlia, un'agendina blu sulla quale la piccola, per anni, aveva appuntato tutto. Sono circa una ventina gli episodi che vengono fuori. La mamma non ci pensa due volte e corre a denunciare il genero ai carabinieri.

A raccogliere quel racconto drammatico sono gli uomini della stazione di Fiano che si mettono subito al lavoro per ricostruire questa vicenda che fa accapponare la pelle.

Oggi, a distanza di dieci anni dai primi episodi, in Tribunale ad Ivrea in composizione collegiale, presieduto dalla giudice Stefania Cugge (giudici Pelliccia e D'Amelio a latere) l'imputato si è sottoposto all'esame della Pm Elena Parato. 

La pubblico ministero lo ha incalzato con domande precise, affilate come rasoi. La mamma della bambina nel sentire ancora una volta gli abusi vissuti dalla sua piccola, non ha retto. Si è alzata per uscire dall'aula ed è svenuta.

Momenti di tensione durante i quali l'udienza è stata sospesa e la donna soccorsa.

Quando si è sentita meglio è stato ripreso il processo con quell'interrogatoria che, ancora una volta, sembra aver messo l'imputato con le spalle al muro.

La vicenda si inserisce in una storia di degrado, con quel ragazzo (lo zio) arrivato dal Sud e ospitato dal fratello. Quando conosce la ragazza che sarebbe diventata la sua compagna, Martina (nome di fantasia) è una bimbetta di neppure 10 anni. Sta spesso con loro. La mamma lavora e la sorella molto più grande di lei è un po' una mammina.

Quello zio fa fatica a trovare un lavoro. Si arrabatta tra contratti a chiamata come lavapiatti e cantieri edili in cui va a fare il manovale. Qualche mese in fabbrica di tanto in tanto, a seconda della necessità delle agenzie interinali alle quali si rivolge. Non ha la patente e quindi non può guidare la macchina. Questo rende tutto più difficile. Ma è innamorato e fa di tutto per trovare la sua indipendenza e andare a vivere con quella ragazza conosciuta in quel fazzoletto di Canavese che confluisce all'imbocco delle Valli di Lanzo.

Insieme vanno a vivere in una casa molto modesta, senza riscaldamento e senza gas. Hanno una bombola sul balcone per scaldarsi, per avere un po' d'acqua calda e per cucinare. Ma si vogliono bene. Il resto non conta. O conta poco.

Ai genitori della ragazza, però, questa storia non piace. Gli attriti emergono subito.

Oggi in aula l'imputato ha negato di trascorrere del tempo da solo con la nipotina. Martina, che ora è grande, ha 19 anni ed è rappresentata dall'avvocata Alessandra Lentini, ascoltava tutto ancora visibilmente provata.

L'accusa è di abusi sessuali aggravati e continuati. L'imputato, difeso dagli avvocati Marco Novara e Cesare Carnevale Schanca, respinge con forza.

Un episodio per tutti al centro della vicenda è quello dell’estate del 2018. Un pomeriggio in cui, secondo il racconto dell'imputato, “si erano addormentati abbracciati, per caso”. "Quando mi sono svegliato la mia mano era tra le sue cosce. e la sua tra le mie. So che è una cosa inopportuna, ma non ho fatto nulla di più e non so perché ci siamo risvegliati in quella posizione".

Ma le accuse parlano di ben altro. E lo zio non si sarebbe limitato a quel tocco della coscia, facendole compiere ben altri gesti sessuali.

Mi toccavi e io toccavo te. Ti ricordi? Mia sorella non deve saperlo!”, scrive in una chat Martina quando ha già 16 anni.
Manda quei messaggi allo zio, all’uomo che che la portava a scuola, che si sedeva sul divano accanto a lei. Che, quando erano soli, secondo l’accusa, la molestava in silenzio. Per cinque anni.

Venti gli episodi contestati. Alcuni a casa della sorella, altri altrove. Tutti con lo stesso schema: l’adulto che approfitta, la bambina che tace, scrive, prova a capire. E resta sola.

Martina, all’epoca, era spesso a casa della sorella. “Fragile, bellissima”, come la descriveranno i testimoni. E sola, nei pomeriggi in cui la sorella era di turno e lo zio restava in casa. È lì che, secondo l’accusa, si sono consumati gli abusi. A volte sul divano. A volte sul letto. A volte mentre guardavano un cartone animato in Tv. E ogni volta, nel silenzio.

Nel confronto asciutto, incalzante, che si è svolto oggi in aula, la Pm Parato ha riportato le parole di quelle chat scritte da Martina quando aveva sedici anni.

PM: “Lei riceve questo messaggio: ‘Io voglio sapere se mia sorella sa di quando mi toccavi e io toccavo te’. E risponde: ‘Stai tranquilla. Perché?”
Imputato: “Perché… non volevo farla agitare. Era un momento difficile…”

PM: “Ma lei non smentisce. Non dice ‘è falso’, non dice ‘non ti ho mai toccata’. Dice solo ‘stai tranquilla’. Perché?”
Imputato: “Non sapevo come affrontare l’argomento…”

PM: “Lei continua a dire che è successo solo una volta. Ma la ragazza scrive: ‘È successo più di una volta’. Lei non la contraddice. Anzi, risponde: ‘Magari non lo facevamo apposta, senza renderci conto’. Che cosa significa?”
Imputato: “Che non c’era… malizia. Era una situazione… ambigua…”

PM:“Poi lei scrive: ‘Abbiamo dormito abbracciati, ci siamo svegliati così, con le mani nelle cosce’. E la ragazza le scrive: ‘Io ero piccola’. E lei risponde: ‘Sì’. Perché?”
Imputato: “Era la verità. Era piccola. Ma non con quella intenzione…”

PM: “In un’altra chat, lei scrive: ‘Giuralo su tua nonna, che non hai detto nulla’. Stava cercando di coprire l’accaduto?”
Imputato: “No. Cercavo solo di capire se qualcuno sapeva qualcosa…”
PM: “Appunto. Aveva paura che qualcuno sapesse. Non che non fosse vero.”

In una delle ultime chat Martina – ormai sedicenne – scrive allo zio: “Ho da sei anni questo pensiero. Mi sento sporca nei confronti di mia sorella. Vorrei sapere perché è successa questa cosa. Tu mi toccavi. E non sai nemmeno perché?”

Parole da adulta. Ma scritte da chi è cresciuta troppo in fretta. Senza poter parlare. Con un’agendina blu come unico rifugio. Pagine che oggi, due anni dopo, sono diventate prove in un’aula di giustizia.

Nel corso della prossima udienza verrà chiusa l'istruttoria dibattimentale. Poi ci si avvierà verso la fine di questo doloroso processo.

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