Cerca

Cronaca

Costretto a scontare i domiciliari nella cantina dell'ex moglie, ma con il divieto di vederla: condannato un uomo di Chivasso

Aveva infranto il fragile accordo che gli permetteva di salire nell'appartamento solo per utilizzare i servizi

Costretto a scontare i domiciliari nella cantina dell'ex moglie, ma con il divieto di vederla: condannato un uomo di Chivasso

Ai domiciliari in cantina, mentre sopra di lui vivevano moglie e figlia. Il divieto di avvicinamento imposto dal giudice si scontrava, letteralmente, con i soffitti e i muri della stessa casa. È una vicenda surreale, quella approdata oggi al Tribunale di Ivrea, dove un uomo di Chivasso è stato condannato a 2 mesi e 20 giorni, con il pagamento delle spese processuali e 2.000 euro di risarcimento per aver violato quell’ordinanza che – sulla carta – avrebbe dovuto tenerlo lontano dai suoi familiari, ma che nella pratica gli aveva lasciato le chiavi della porta accanto.

Tutto parte da un accordo singolare, preso nel novembre 2022 con la mediazione dei carabinieri: l’uomo, già destinatario di un primo provvedimento di allontanamento per comportamenti vessatori in ambito domestico, viene autorizzato a vivere nella cantina dell’abitazione dove risiedono le due donne, sua moglie e sua figlia. Una soluzione fragile, ai limiti del paradossale. Ma all’inizio funziona: lui scende solo per dormire, sale brevemente per usare i servizi igienici e per le necessità minime. Una convivenza sfilacciata, un equilibrio che galleggia sul nulla.

Poi però qualcosa si rompe. L’ordinanza applicativa del divieto viene inasprita: niente più accessi all’alloggio, nemmeno temporanei. Il divieto di avvicinamento diventa ufficiale e tassativo. Ma lui, con una visione elementare delle regole – ha imparato a leggere e scrivere da poco, ha difficoltà a decifrare la burocrazia e il senso delle restrizioni – continua a salire quando in casa non c’è nessuno. Lo fa convinto, nella sua ingenuità disarmante, di non arrecare alcun danno. “Tanto non ci sono”, pensa. E invece sta violando la misura.

Il processo è stato celebrato in Tribunale ad Ivrea

A denunciarlo è proprio la moglie, che racconta ai carabinieri: “Lui è entrato quando noi eravamo fuori, usando le chiavi”. Una violazione del divieto di avvicinamento che lo porta oggi davanti al giudice monocratico Stefania Cugge, con un’accusa formalmente chiara, ma sostanzialmente intricata da circostanze di vita borderline, che sollevano anche dubbi sulla sostenibilità e sull’efficacia di certe misure in contesti di marginalità sociale.

L'imputato, difeso dall'avvocata Franca Lattuca che ne ha sottolineato le difficoltà cognitive e relazionali, ha scelto il rito abbreviato. Il Pubblico Ministero aveva chiesto 6 mesi di carcere, ridotti già di un terzo. Il giudice, riconoscendogli le attenuanti generiche, ha inflitto 2 mesi e 20 giorni, oltre al risarcimento di 2.000 euro.

Il caso mette in luce un vuoto normativo e umano: è legittimo mantenere ai domiciliari una persona nello stesso stabile in cui vivono le vittime? È realistico aspettarsi il rispetto rigoroso di un divieto di avvicinamento in una casa a più piani, con un’unica porta, un’unica chiave e un solo bagno?

La risposta sembra arrivare dai fatti. La cantina, in questa storia, non è stata solo il suo luogo di detenzione: è stata anche la trappola che lo ha riportato davanti alla giustizia. Un luogo che non è né casa né carcere, dove il confine tra ciò che si può e ciò che non si può fare diventa sfumato, se non incomprensibile.

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori