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Cronaca
04 Aprile 2025 - 20:19
A processo il dottor Wilfred Stev Dieumen Mbiapa
Tommaso Zanino muore due settimane dopo l’incidente. Non all’impatto, non sull’asfalto. Muore lentamente, a casa sua, tra dolori sempre più forti, dimissioni troppo affrettate, diagnosi mancate. Muore dopo essere stato rimandato per ben due volte a casa dal pronto soccorso di Chivasso. E oggi, quella morte arriva in tribunale.
In aula a Ivrea si apre il processo. Due gli imputati: un medico del pronto soccorso, accusato di aver sottovalutato lesioni gravi e di non averlo trattenuto in ospedale, e un anziano automobilista di 84 anni, che con la sua Fiat Panda avrebbe innescato la catena di eventi. Il primo è Wilfred Stev Dieumen Mbiapa, che risponde di responsabilità colposa in ambito sanitario. Il secondo è Ferdinando Gassino, accusato di omicidio stradale colposo.
Zanino, 72 anni, pensionato di Mazzè, cade con lo scooter il 10 agosto 2022. Viene soccorso, portato in ospedale, poi dimesso. Ma sta male. Torna una seconda volta. E poi una terza. Fino a quando, il 24 agosto, muore. In mezzo, un vuoto di diagnosi, un foglio di dimissioni con una firma che i familiari non riconoscono, un dolore che nessuno riesce – o vuole – vedere.
È il 10 agosto 2022. Sono circa le 10:30 del mattino. A Mazzè, in via Rondissone, Ferdinando Gassino è al volante della sua Panda, accanto a lui la moglie, Cornelia Monferrato, classe 1942. Tornano dalla spesa. Lo stop di via I Maggio lo rispettano, racconta la donna in aula. Gassino guarda, vede la strada libera e svolta a sinistra, proprio all’imbocco del vicolo che porta a casa loro.
Ma qualcosa va storto. Uno schianto. “Abbiamo sentito un colpo forte,” racconta Cornelia, “lui ha chiesto ‘cos’è successo?’ e ha fermato subito l’auto.” Dietro, incastrata, c’è uno scooter. A terra, Tommaso Zanino. La moto perde benzina. Lui è cosciente, il motore ancora acceso.
Gassino si avvicina. Ha battuto la testa. Ma è Zanino a preoccupare: è caduto rovinosamente.
Maria Loncini, moglie della vittima arriva sul luogo dell’incidente pochi minuti dopo: “Era in piedi, ma scioccato. Aveva detto: ‘Se non frenava andavo sotto la macchina’.”
Parte la chiamata al 112. L’ambulanza lo porta a Chivasso, al pronto soccorso.
Ed è da qui che comincia l’altro filone del processo. Quello silenzioso, che si combatte tra corridoi ospedalieri, triage, referti e dolori non ascoltati.

Tamara Zanino, figlia della vittima, quel giorno arriva in ospedale prima dell’ambulanza: “Mi dissero che lo avrebbero tenuto in osservazione 24 ore. Poi, il pomeriggio, mio padre mi chiama: ‘Vogliono che firmi per le dimissioni, ma non lo farò’”. E così Zanino viene dimesso il giorno dopo, l'11 agosto.
Non sta bene. Ha dolori al costato, febbre, difficoltà a muoversi. “Non riusciva ad alzarsi neppureper andare in bagno,” racconta la figlia, “non mangiava, stava male.”
Il 20 agosto, il secondo accesso al pronto soccorso. La moglie, Maria Loncini, lo accompagna con un’amica. Esce nel pomeriggio. Ma anche stavolta qualcosa non torna. In aula, la figlia Tamara è categorica: “Non era lui ad aver firmato per le dimissioni. Quella non è la sua firma.” E quel foglio, cruciale per capire se ci fu una dimissione medica o su richiesta del paziente, manca nella documentazione. È scomparso. Poi, riapparso nel fascicolo del Pm. “Ma non è la sua calligrafia,” insiste la figlia.
Il 23 agosto, Zanino è ormai uno straccio: non riesce più a tenere in mano il cellulare, non riesce a reggersi in piedi. Viene riportato in ospedale dal 118. Il giorno dopo, muore.
Sfilano in aula una dopo l’altra le voci della famiglia Zanino. Voci spezzate, ma determinate. Tamara racconta il calvario quotidiano, le notti insonni, le telefonate, la rabbia per un dolore che non trovava risposta. L'Ho accompagnato in Pronto Soccorso il 20 agosto, non mi hanno fatto restare. L'ho dovuto lasciare lì e non l'ho mai più rivisto. La madre, una ex Oss con dieci anni di esperienza, mostra un diario vivente del declino del marito. “Dopo due giorni era nero fino alle gambe. Non è stato curato come si doveva.”
E poi la scoperta del buco nella cartella clinica. Il foglio mancante del 20 agosto, che documenterebbe se Zanino fu dimesso su decisione del medico – e quindi sotto responsabilità ospedaliera – o se fu lui a voler tornare a casa. Circostanza che, secondo i familiari, non sta in piedi: “Mio padre ha sempre voluto curarsi, non avrebbe mai lasciato l’ospedale se non costretto.”
Il processo ora dovrà stabilire se la morte di Tommaso Zanino è il frutto di una colpa condivisa. Quella, stradale, di Ferdinando Gassino, e quella, medica, di chi in ospedale – per superficialità, routine o disattenzione – non vide l’urgenza dietro al dolore.
La verità è che che Zanino aveva fratture scomposte con versamento pleurico. I suoi non erano semplici dolori post-traumatici.
In gioco ci sono due concetti di giustizia: quella penale, che accerterà le responsabilità, e quella umana, che restituisca dignità a una morte che, forse, si poteva evitare. Intanto, la figlia Tamara e i familiari di Tommaso Zanino hanno avviato anche una causa civile contro l’ospedale.
Il giudice ha aggiornato il processo alle prossime settimane per l’escussione dei testimoni tecnici. L’attenzione sarà puntata sull’accesso del 20 agosto e su quel documento chiave la cui validità – e provenienza – è tutt’altro che certa.
Nel frattempo, nel silenzio di un’aula di giustizia, resta il dolore di una famiglia e il dubbio lacerante che non solo la strada, ma anche un ospedale, abbiano tradito Tommaso Zanino.
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