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04 Aprile 2025 - 15:18
“La Calabria è su al Nord”. È con questa espressione netta e disarmante che Vincenzo Pasquino, 45 anni, ex esponente della 'ndrangheta oggi collaboratore di giustizia, ha descritto ai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Torino il nuovo volto della criminalità organizzata calabrese. Un volto che ha smesso da tempo di parlare in dialetto nei vicoli di Gioia Tauro o nei bar di Rosarno, e che oggi si muove tra gli uffici, le imprese e i cantieri del Nord Italia. Con ramificazioni ben radicate anche nei sindacati.
Pasquino ha reso le sue dichiarazioni il 27 febbraio 2024, nell’ambito dell’inchiesta Factotum, una maxi indagine della Dda piemontese sulle infiltrazioni della 'ndrangheta nel mondo imprenditoriale e sindacale regionale. L’interrogatorio è confluito negli atti depositati nei giorni scorsi a seguito della chiusura delle indagini preliminari. Fra le persone per cui è stato chiesto il rinvio a giudizio figura anche un sindacalista della Filca-Cisl, segno tangibile della capacità dell’organizzazione criminale di penetrare anche in ambiti insospettabili, come quello della rappresentanza del lavoro.

Il collaboratore, torinese d’origine, è stato individuato dalla Dda nell’ambito di un’ampia indagine sul traffico internazionale di stupefacenti. Latitante per anni, è stato arrestato all’estero nel 2022 e condannato a Torino. Dopo l’inizio della collaborazione, ha rivelato dettagli cruciali sulle modalità operative delle 'ndrine attive nel Nord-Ovest.
Nel suo verbale, Pasquino spiega con precisione la metamorfosi della criminalità calabrese: “Mi riferisco alle 'ndrine, alle cose, sono tutte su al Nord. Giù c’è la casa madre, gli anziani”. È una rappresentazione plastica del nuovo equilibrio: se la Calabria resta un riferimento culturale e simbolico – la “casa madre”, appunto – la vera operatività si è spostata al Settentrione, dove si fanno affari, si stringono accordi, si infiltrano appalti e si costruiscono reti.
E non è solo una questione di geografia, ma anche di strategia. Pasquino rivela come al Sud la pressione investigativa sia diventata insostenibile: “Ci sono microspie dappertutto, la gente non parla neppure più tanta è la paura di essere intercettati. Quando ero lì stavo sempre attento a quello che dicevo, anche quando magari andavo a fare un giro sulla ionica. Non si parlava da nessuna parte”. Non è solo prudenza: è un cambiamento strutturale. Il Sud è sorvegliato, ascoltato, presidiato. Il Nord, invece, offre margini di movimento, di infiltrazione, di mimetismo.
Alla domanda se fosse mai stato in Calabria con altri esponenti della criminalità organizzata, Pasquino ha risposto di averci messo piede solo “in vacanza, ma per i fatti miei”. Una risposta che ribalta lo stereotipo della 'ndrangheta come fenomeno esclusivamente meridionale. La vera forza, secondo il pentito, si è trasferita altrove, dove il potere mafioso assume nuove forme: economiche, istituzionali, relazionali.
L’inchiesta Factotum si colloca in questo scenario. Coordinata dalla procura di Torino, ha documentato l’esistenza di un sistema ben strutturato di controllo e infiltrazione in numerose attività imprenditoriali legate all’edilizia, agli appalti pubblici e alla logistica. Le famiglie coinvolte fanno riferimento a cosche storiche della Locride e della Piana di Gioia Tauro, ma operano ormai in Piemonte come vere e proprie holding del crimine. E Pasquino, con le sue dichiarazioni, ha aperto uno squarcio importante su questa realtà.
Il collaboratore non ha chiarito se la sua affermazione – “la Calabria è su al Nord” – si riferisse solo alle sue famiglie di riferimento o fosse valida su scala più ampia. Ma quel che è certo è che la sua testimonianza rafforza un trend ormai consolidato anche in ambito giudiziario e sociologico: la 'ndrangheta non è più solo un problema calabrese. È un fenomeno nazionale. E al Nord si sente a casa.
Si chiama Factotum ed è una delle più complesse e articolate inchieste della Direzione Distrettuale Antimafia di Torino degli ultimi anni. Un’indagine che non si limita a raccontare l’ennesimo episodio di criminalità organizzata, ma fotografa con precisione il modo in cui la ‘ndrangheta è riuscita a mimetizzarsi nel tessuto produttivo, sindacale e imprenditoriale del Piemonte. Altro che coppole e lupare: qui si parla di cantieri, subappalti, false cooperative e uomini insospettabili con ruoli di rilievo in ambito sindacale.
L’indagine nasce da uno spunto investigativo legato al narcotraffico, che porta all’individuazione di una figura centrale: Vincenzo Pasquino, torinese di 45 anni, latitante per anni e arrestato all’estero nel 2022. La sua successiva scelta di collaborare con la giustizia apre uno squarcio sulla rete mafiosa attiva tra Torino e provincia. È proprio grazie ai suoi verbali che emergono i collegamenti tra il mondo criminale e settori apparentemente puliti come l’edilizia e i sindacati.
La 'ndrangheta piemontese, secondo la ricostruzione della Dda, non solo gestiva traffici di droga, ma era pienamente integrata nei meccanismi del lavoro nero, della somministrazione illecita di manodopera e della gestione truccata di appalti pubblici e privati. L’inchiesta ha permesso di documentare l’esistenza di un sistema rodato di cooperative, aziende di comodo e prestanome utilizzati per aggirare norme contrattuali, ottenere fondi pubblici e sfruttare manodopera irregolare. Un modello che si fonda su tre pilastri: intimidazione, connivenze e corruzione.
Tra gli indagati figura anche un rappresentante sindacale della Filca-Cisl, accusato di aver fatto da cerniera tra il mondo del lavoro legale e quello mafioso, agevolando interessi illeciti all’interno di dinamiche contrattuali e appalti. È un dettaglio che rende ancora più allarmante il quadro delineato dagli investigatori: non si tratta solo di un’organizzazione criminale esterna che tenta di infiltrarsi, ma di una contaminazione interna, dove soggetti formalmente legittimati diventano strumenti nelle mani dei clan.
Secondo la procura, i soggetti coinvolti nella rete criminale riconducibile a locali di 'ndrangheta attivi nel Torinese (e con collegamenti alla Calabria) intervenivano sistematicamente nella gestione di cantieri, influenzavano assunzioni e licenziamenti, si spartivano lavori e introiti, spesso ricorrendo a fatture false e società fittizie. Il tutto avveniva sotto la copertura di strutture apparentemente regolari, ma in realtà controllate da esponenti organici all'organizzazione.
L’indagine si è chiusa nel febbraio 2024 con il deposito degli atti e la richiesta di rinvio a giudizio per oltre 20 persone. I reati ipotizzati vanno dall’associazione mafiosa al traffico di droga, dalla frode fiscale alla turbativa d’asta, dall’estorsione al riciclaggio. Un mosaico criminale complesso e ramificato, che ha costretto la Dda a ricostruire con attenzione i flussi di denaro, le triangolazioni societarie e le alleanze, anche insospettabili, che hanno permesso alla ‘ndrangheta di agire indisturbata.
L’inchiesta Factotum – nome che evoca la figura dell’uomo che sa fare tutto e sta dappertutto – è emblematica di un nuovo modello mafioso. Un modello fatto di relazioni sotterranee, commistioni e ambiguità, dove la violenza cede il passo alla capacità di inserirsi nei gangli vitali dell’economia locale. Non servono più minacce plateali o intimidazioni visibili: oggi la ‘ndrangheta compra, assume, dirige, investe e parla il linguaggio dell’economia legale.
Ttra le persone coinvolte.
Francesco D'Onofrio: Considerato figura di spicco della 'ndrangheta in Piemonte, già implicato nell'inchiesta "Minotauro" riguardante l'insediamento della 'ndrangheta nel Torinese e in Piemonte.
Domenico Ceravolo: Membro della segreteria Filca-Cisl di Torino, sospettato di aver avuto un ruolo nella latitanza di Pasquale Bonavota.
Antonio Serratore: Associato alla locale di Carmagnola.
Rocco Costa: Imputato e assolto nell'inchiesta "Carminius", nuovamente accusato di essere membro della locale di Carmagnola.
Claudio Russo: Persona di fiducia di D'Onofrio.
Giacomo Lo Surdo: In carcere per l’inchiesta su "Cioccolatò".
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