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Cronaca

Terribile incidente alla cartiera Demolli di Ciriè: operaio perde la mano tra i rulli

Oggi in Tribunale ad Ivrea la drammatica testimonianza di Danilo Nafferville: "Da quel giorno, nulla è più lo stesso"

Danilo Nafferville

Danilo Nafferville

Urla, lamiere roventi, il macchinario che continua a girare. L'operaio Danilo Nafferville era sospeso trascinato tra i rulli di una macchina da 270 metri al minuto, intrappolato con una mano mezza stritolata. Era il gennaio 2018, una domenica pomeriggio nello stabilimento Sonoco Alcore Demolli di Devesi, e quel turno di lavoro si trasformò in un incubo: l’operaio venne risucchiato dalla “liscia”, la macchina che leviga la carta, mentre cercava di liberare un rotolo bloccato.

Nessuno riuscì a fermare l’ingranaggio. Né i colleghi, né l’assistente di linea. Solo l’intervento dei vigili del fuoco permise, dopo un tempo che sembrava interminabile, di allargare i cilindri e liberarlo. Ma la mano era ormai andata.

Ora, a cinque anni di distanza, si apre il processo. Sul banco degli imputati Massimo Basta, ex direttore di stabilimento, accusato di lesioni gravissime. La macchina non fu fermata, la protezione era stata rimossa mesi prima, la formazione mai fatta. E oggi, in tribunale, il racconto di Nafferville scuote l’aula.

Tutto è successo in un attimo, ma quell’attimo non finirà mai per me”, ha raccontato oggi in aula Danilo Nafferville, oggi 43 anni, residente a Mathi. Quella domenica stava sostituendo un collega alla linea della liscia, quando ha notato un grumo di carta incastrato tra i rulli, evento frequente in quella linea.

Ho messo il piede su un tubo dell’olio per sollevarmi e tirare giù la carta, poi ho alzato il braccio e la macchina mi ha preso. Mi ha sollevato da terra, ho gridato, ma nessuno riusciva a liberarmi. Ero lì, sospeso, coi piedi nel vuoto, mentre il braccio veniva stritolato”.

Non bastarono le braccia dei colleghi, né la forza disperata dell’assistente di linea, Claudio Chiarle, che cercava di bloccare i cilindri a mano. “Abbiamo schiacciato il pulsante d’emergenza, ma la macchina ha continuato a girare ancora un po’. Solo l’arrivo dei vigili del fuoco ha permesso di aprire i rulli e tirarmi fuori. Ormai era tardi”.

Il dettaglio più grave, emerso nel dibattimento, riguarda la griglia di protezione dei cilindri: c’era, ma era stata rimossa mesi prima dall’allora capofabbrica Sergio Origlia, per motivi di “produzione”. La protezione rallentava il flusso della carta. Quella griglia, ha detto Nafferville, “avrebbe impedito anche solo a un dito di finire dentro.

Non solo: nessuna formazione specifica era stata fornita per lavorare sulla liscia. “Ho imparato guardando gli altri”, ha ammesso l’operaio, oggi reintegrato in azienda, con mansioni diverse in laboratorio, una mano artificiale e un risarcimento dall’assicurazione aziendale.

Quel giorno, tra i presenti c’erano anche Maurizio Menegatti, capomacchina, e Trulli Gianluca, RLS (Responsabile dei Lavoratori per la Sicurezza), accorso appena saputa la notizia. “Era una macchina degli anni Cinquanta – ha detto Trulli –. La protezione l’avevamo chiesta, ottenuta, e poi rimossa. Dopo l’incidente è rimasta lì, impolverata in un angolo”.

Menegatti ha raccontato di aver provato a sollevare i cilindri a mano, con l’aiuto di bulloni, ma non c’era l’attrezzatura adatta. “La temperatura era di 90-100 gradi. La pressione, il calore, il dolore… Era insopportabile anche solo da vedere”.

Dopo l’incidente, l’azienda ha cambiato la macchina liscia, installando cancelli interbloccati che bloccano tutto appena si apre uno sportello. “Oggi – ha detto Nafferville – non potrebbe più succedere. Ma cinque anni fa sì. E a me è successo”.

“I problemi alla linea liscia erano quotidiani – ha detto al PM Gallo –. Le rotture della carta erano all’ordine del giorno. Ma nonostante questo, non c’erano né procedure, né formazione, né dispositivi di sicurezza attivi”.

Secondo l’accusa, la scelta di non fermare la macchina – “per non perdere produzione” – è costata una mano a un lavoratore. L’imputato Basta, che all’epoca dirigeva lo stabilimento, è chiamato a rispondere per quella cultura aziendale che, come ha detto in aula uno dei testi, “metteva la produttività prima della sicurezza”.

Il processo è ancora in corso. Le prossime udienze chiariranno le responsabilità, ma intanto resta la domanda: quanti altri infortuni avrebbero potuto essere evitati, se solo si fosse fermata una macchina per un minuto in più?

L'INTERVISTA

Dopo aver testimoniato, Danilo Nafferville esce dall'aula del Tribunale di Ivrea visibilmente provato. Ripercorre quei terribili momenti è stata dura, durissima. Ma trova ancora la forza di sorridere con gentilezza.

"Da quel giorno tutto è cambiato - racconta con amarezza -. Avevo 37 anni, una moglie e due bambini. Ora ne ho tre. La forza di andare avanti l'ho dovuta trovare. Come si fa, altrimenti?".

Danilo non resta a piangersi addosso e dopo solo cinque mesi, a luglio, torna al lavoro: "Ho chiuso io l'infortunio. Il lavoro per me è importante".

L'azienda oltre a risarcirlo, lo colloca in una mansione idonea: "Sono in laboratorio. Cerco di arrangiarmi, faccio come posso. Senza una mano è dura, la destra poi...". L'amarezza si legge nei suoi occhi e durante l'udienza la motivazione è emersa chiaramente: con il dispositivo di sicurezza montato, non sarebbe accaduto nulla. Nessuno si sarebbe fatto male. Lui non avrebbe perso la sua mano.

L'azienda non è sparita, non si è nascosta e da quel giorno molte cose sono cambiate nello stabilimento di Devesi. Quella vecchia macchina liscia non c'è più. Ora ce n'é una ultra moderna, tutta sensori e barriere di sicurezza.

"L'azienda non mi ha abbandonato. Per fortuna posso continuare a lavorare nella nuova mansione. Il risarcimento ottenuto mi ha permesso di adeguare la mia vita alle mie nuove necessità. E mi hanno agevolato nell'acquisto di un'auto speciale con cambio automatico e comandi facilitati. Ma sarebbe stato meglio se quel giorno fossi potuto tornare a casa, dalla mia famiglia, come tutti i giorni, alla fine del turno di lavoro".

La cartiera di Ciriè: un colosso globale dal cuore industriale

La Sonoco Alcore Demolli è la divisione italiana della multinazionale americana Sonoco, fondata nel 1899. Oggi, il gruppo è uno dei principali produttori mondiali di imballaggi e tubi per l’industria, con un fatturato netto di circa 5,6 miliardi di dollari (dati 2021) e circa 22.000 dipendenti in oltre 300 stabilimenti in 32 Paesi.

Lo stabilimento di Ciriè è specializzato nella produzione di cartoncino per anime, con una capacità produttiva di circa 120.000 tonnellate l’anno e circa 90 dipendenti. Serve clienti in tutta Europa e nel mondo.

Sonoco si presenta come un’azienda attenta alla sostenibilità, con la filosofia “Better Packaging. Better Life” e numerosi riconoscimenti internazionali per l’etica e l’innovazione. 

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