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04 Aprile 2025 - 10:11
La villa si trova in centro al paese
Doveva diventare un simbolo del riscatto dello Stato sul crimine organizzato, e invece rischia di trasformarsi in un caso giudiziario. La villa di via San Giovanni Bosco a San Francesco al Campo, confiscata alla criminalità organizzata, è finita nel mirino della Procura di Ivrea.
L’immobile apparteneva in passato a Bruno Raschillà, figura ritenuta vicina alla ’ndrangheta e coinvolta nell’ambito dell’operazione Minotauro, una delle più vaste inchieste antimafia mai condotte in Piemonte. Dopo il sequestro, nel 2022 l’edificio era stato assegnato al Comune dall’Agenzia Nazionale per i Beni Sequestrati e Confiscati. L’obiettivo: riconvertirlo nella nuova sede della Polizia Locale e dell’Archivio Storico. La precedente Amministrazione, guidata da Diego Coriasco, ne aveva anche annunciato l’intitolazione a Emanuela Setti Carraro e Francesca Morvillo, entrambe vittime di attentati mafiosi, per restituire dignità e significato a un luogo segnato dal crimine.
Setti Carraro, infermiera della Croce Rossa, fu assassinata con il generale Carlo Alberto dalla Chiesa nella strage di via Carini, nel 1982. Morvillo, magistrata palermitana e moglie di Giovanni Falcone, morì dieci anni dopo nell’attentato di Capaci. Due nomi dal forte valore simbolico, scelti per trasformare un’ex casa mafiosa in un presidio di legalità.
Nei fatti, però, la riqualificazione si è trasformata in un pantano. I lavori, che non prevedevano interventi particolarmente complessi, sono andati avanti a singhiozzo. A settembre 2023 il Comune ha dovuto rivedere integralmente il progetto. Già nei mesi precedenti, in Consiglio comunale, erano emerse difficoltà e ritardi.
Con l’elezione di Enrico Demaria a sindaco, nel 2024, è arrivata una nuova promessa: niente sforamenti del budget fissato a 200mila euro. Sono stati tagliati anche 30mila euro destinati agli arredi, per evitare ulteriori lievitazioni di spesa. Ma i problemi non sono finiti.
Durante la gara d’appalto, alcune ditte partecipanti hanno segnalato gravi omissioni nel computo metrico: mancavano voci essenziali come la fornitura dei sanitari. A dicembre 2024, l’incarico per la variante progettuale è stato affidato all’ingegnera Giuseppina Gamo, che ha previsto ulteriori interventi, tra cui l’adeguamento alla normativa antincendio e l’installazione della linea vita.
Ora la Procura di Ivrea ha aperto un’indagine su possibili irregolarità nelle procedure di appalto. L’ennesimo colpo a un progetto nato con l’ambizione di trasformare un bene della mafia in un modello di riscatto.
Nel frattempo, la villa resta deserta. L’unico risultato concreto, finora, è la conferma che in Italia, anche quando si parte dalla parte giusta, si può finire molto, molto lontani da lì.

San Francesco al campo è anche la città di Urbano Zucco è uno dei nomi che, da oltre un decennio, riecheggia nei documenti della Direzione Distrettuale Antimafia e nei resoconti delle maxi-inchieste sul radicamento della 'ndrangheta in Piemonte. Il suo nome emerse con forza nell’ambito della celebre operazione Minotauro, condotta nel 2011 dalla Direzione Investigativa Antimafia, che portò a oltre 140 arresti tra Torino, l’hinterland e il Canavese.
Originario della Calabria ma trapiantato da anni nel Torinese, Zucco viene ritenuto dagli inquirenti una figura di riferimento della ‘locale’ di San Giusto Canavese, uno dei tanti satelliti del clan Ursino-Macrì di Gioiosa Ionica attivi in Piemonte. Il suo quartier generale? A San Francesco al Campo possedeva due ville in via Torino, diventate col tempo simbolo del potere mafioso sul territorio.
Le ville in questione non sono semplici proprietà immobiliari: sono diventate, negli anni, il simbolo del fallimento del sistema di confisca dei beni mafiosi. Dopo l’arresto di Zucco, le abitazioni furono confiscate dallo Stato e messe all’asta. Ma, come spesso accade in questi casi, la ‘ndrangheta non molla facilmente ciò che considera suo.
L'epilogo? Nel 2021, le telecamere de Le Iene documentarono come le due ville fossero tornate nella disponibilità dei familiari di Zucco. Una di queste – stimata intorno agli 800 mila euro – fu acquistata per appena 180 mila euro da una sua cognata, risultata poi prestanome. In sostanza, Zucco era tornato a vivere nella casa che gli era stata confiscata per mafia, a due passi dalla chiesa e in mezzo a villette tranquille: un colpo di scena surreale, eppure del tutto reale.
In quell’occasione, Antonino Monteleone – l’inviato del programma Mediaset – documentò anche lo stato di abbandono delle ville, il silenzio delle istituzioni e la rabbia dei cittadini. “Lo Stato fa finta di lottare la mafia, ma poi gliela restituisce con gli interessi”, fu il commento amaro di un residente, raccolto in quella che appariva come una zona franca del potere criminale.
Un cerchio che sembra non chiudersi mai. San Francesco al Campo continua a essere una cartina di tornasole dell’infiltrazione mafiosa nel Nord Italia, dove la 'ndrangheta non ha bisogno di kalashnikov, ma di notai, aste pubbliche e prestanome.
Urbano Zucco, nel frattempo, ha scontato le sue pene, ma resta un personaggio sotto la lente della magistratura. Il suo ritorno nella villa – documentato, filmato, discusso – è diventato un caso nazionale. La domanda, però, è sempre la stessa: se lo Stato non riesce a tenersi neppure le case che ha confiscato ai boss, come può vincere davvero la lotta alla criminalità organizzata?
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