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Cronaca
03 Aprile 2025 - 20:55
Una scarpa persa tra i rovi, un corpo tumefatto che riemerge dai boschi a notte fonda, e una verità ancora tutta da scrivere. Si è tenuta oggi al Tribunale di Ivrea un’udienza cruciale su un caso di sequestro di persona e lesioni, avvenuto a maggio 2013 ma riemerso con forza nell’ambito di un’indagine ben più ampia: quella sulla rete internazionale di ricambi auto rubati e contraffatti che coinvolge, tra gli altri, Claudiu Costantin, attualmente indagato per l’inchiesta che ha portato al sequestro di oltre 500mila pezzi con i marchi falsi di Fiat, Opel, Volkswagen, Toyota e molte altre case automobilistiche.
Al centro del procedimento di oggi, però, c’è un volto noto alle forze dell’ordine: Joan Costantin, classe 1954, residente a Torino, ai domiciliari per altra causa, difeso dall’avvocato Giuseppe Fiore del foro di Torino. Secondo la ricostruzione dell’accusa, l’uomo avrebbe partecipato al sequestro di Cornel Popescu, portandolo via con l’inganno all’uscita da una visita medica, e trascinandolo in un bosco di Lanzo, dove sarebbe stato picchiato a sangue e poi lasciato a se stesso. Ma in aula, è stato il figlio dell’imputato, Claudiu, a stravolgere la narrazione con una confessione clamorosa.
“L’ho picchiato io, ma non è stato un sequestro. Era una questione di ricambi auto rubati. Mi ha fregato.”
Così ha dichiarato Claudiu Costantin, oggi teste assistito, già coimputato a Torino prima che gli atti venissero trasmessi per competenza a Ivrea. Claudiu ha ammesso: “Io e Popescu avevamo rubato insieme degli iniettori e delle turbine da un camion Iveco in corso Vercelli. Lui avrebbe dovuto custodire la merce, ma poi ha detto che era sparita. Ci siamo incontrati nel bosco, ho perso la pazienza. Due pugni e qualche calcio, tutto lì.”
Una versione che ha il sapore di un regolamento di conti, ma che stride con quanto dichiarato dalla vittima e dalla sua compagna, Maria Rasu.
“Cornel era andato dal medico per me, aveva la febbre. Non è più tornato. Lo chiamavo per chiedergli il latte per la bimba, non rispondeva. Quando è rientrato a notte fonda era irriconoscibile: pieno di sangue, senza una scarpa. L’ho portato in ospedale. Gli hanno prescritto antidolorifici e psicofarmaci.”
A confermare il quadro indiziario ci sono anche le indagini condotte dalla sostituto commissario Maria Teresa Cerutti del Commissariato di Rivoli, che ha analizzato i tabulati telefonici:“Popescu ha ricevuto una chiamata da un numero terminante in 71, intestato a Joan Costantin. Le celle telefoniche agganciano Caselle, compatibile con il luogo indicato come teatro dell’aggressione. Dopo l’evento, il riconoscimento fotografico è stato chiaro: Popescu ha individuato padre e figlio tra quindici immagini.”
Ma non è finita. Claudiu Costantin ha aggiunto un dettaglio che svela un sottobosco criminale ben più profondo: “Io avevo un negozio, la Maxi Auto srl. Mi occupavo di ricambi, li vendevo a clienti compiacenti. A Torino sapevano dove trovarli. Quello che è successo è nato da una lite su quei pezzi. Lui ha preso tutta la merce e ha detto che non c’era più niente.”
In aula, Claudiu ha raccontato persino del bar di corso Grosseto dove si incontravano, gestito da una certa Alina, moglie di un poliziotto che potrebbe essere sentito in aula nelle prossime udienze. Un contesto torbido in cui rapporti personali, attività illecite e conoscenze istituzionali si sfiorano pericolosamente.
Il collegio giudicante, presieduto da Stefania Cugge, con a latere Marianna Tiseo ed Edoardo Scanavino, si trova ora a dover valutare due versioni opposte: da un lato quella della vittima, Cornel Popescu, che denuncia un rapimento brutale, e dall’altro la versione dei Costantin, che parlano di una lite degenerata tra due “soci” nel traffico di pezzi rubati.

In foto il Tribunale di Ivrea
Il contesto è bollente: la maxi-inchiesta in cui è coinvolto Claudiu Costantin ha già portato al sequestro di mezzo milione di componenti falsi e potrebbe collegare questo episodio a un sistema criminale organizzato nel commercio illecito di ricambi auto in tutto il nord Italia.
Il processo continua. E mentre l’accusa prepara la lista dei prossimi testimoni, tra cui lo stesso sovrintendente Lantinia, resta una certezza: questa storia di pugni, boschi, scarpe perdute e turbine rubate ha appena iniziato a svelare i suoi ingranaggi più nascosti.
Cosa rischia davvero Joan Costantin?
Se le accuse dovessero reggere fino in fondo, le conseguenze sarebbero tutt’altro che leggere. La combinazione di sequestro di persona, rapina aggravata e concorso nel reato espone l’imputato a una pena potenziale che può arrivare fino a 15 anni di carcere.
Il sequestro, aggravato dalla violenza fisica e dalla durata del fatto, può valere da 1 a 10 anni. La rapina, commessa con violenza e in concorso, porta con sé una forchetta tra i 5 e i 20 anni. E se il giudice dovesse riconoscere il concorso pieno tra padre e figlio, Joan Costantin risponderebbe come se avesse agito personalmente, anche se fosse stato solo l’autista o l’accompagnatore.
In parole povere? Se la versione della vittima verrà ritenuta credibile, e se il contesto sarà inquadrato in un quadro più ampio – come sembra delinearsi – la condanna potrebbe essere pesante.
E non si tratta solo di un’aggressione tra “ex amici”: tutto si muove sullo sfondo di un traffico organizzato di pezzi rubati, venduti in modo sistematico a clienti compiacenti. Un’indagine che non si chiude nei boschi di Lanzo, ma si allarga ai piazzali di Torino, alle officine abusive, e forse anche a molto di più.
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