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Cronaca

Botte in stazione a un disabile e al suo accompagnatore per rubargli telefono e soldi

Il Tribunale di Ivrea ha condannato un profugo del Mali. L'uomo all'epoca era ospite di un centro di accoglienza in Canavese, oggi è irreperibile

Botte in stazione a un disabile e al suo accompagnatore per rubargli telefono e soldi

Una richiesta di denaro, poi le minacce, gli spintoni, la violenza. Quelle parole pronunciate in un italiano stentato: "Datemi 200 euro per farmacia e riempire pancia". I telefoni strappati dalle mani.

Erano stati attimi di puto terrore quelli vissuti da un disabile e suo zio in stazione a Settimo Torinese.

È costata una condanna a 3 anni e 5 mesi di carcere a Mari Coulibaly, 33 anni, originario del Mali, l’aggressione avvenuta il 31 ottobre 2022 nella stazione ferroviaria di Settimo Torinese. Le vittime: un uomo di 62 anni e il nipote di 35, affetto da una disabilità al 100%.

Il giudice Edoardo Scanavino ha riconosciuto l’ipotesi attenuata di rapina, accogliendo in parte la linea difensiva e riducendo la pena rispetto ai 5 anni e mezzo richiesti dalla Procura. Coulibaly è stato ritenuto responsabile di aver aggredito i due uomini per ottenere denaro, portando via i loro telefoni cellulari con violenza, in un contesto di totale sproporzione tra aggressore e vittime.

Era il 31 ottobre 2022. Un lunedì di fine autunno come tanti, con la stazione ferroviaria di Settimo già animata dalle prime partenze del mattino. Nella sala d’attesa, lo zio e il nipote erano in attesa di un treno. Tranquilli, in silenzio. Nulla lasciava presagire quello che sarebbe successo da lì a poco.

Mari Coulibaly, ospite di un centro di accoglienza del territorio, si avvicina loro e inizia a infastidirli. "Datemi 200 euro per farmacia e riempire pancia", urla in un italiano incerto ma perentorio. È solo l’inizio.

Le parole si trasformano in gesti. Violenti. Coulibaly afferra i due uomini per il collo, cercando di bloccarli fisicamente nella sala. Il nipote, nonostante la disabilità, riesce a divincolarsi e corre verso il bar attiguo, cercando rifugio. Ma Coulibaly lo segue, lo spinge contro un tavolino, facendogli volare via gli occhiali da vista. Poi ancora strattoni, minacce, l’ennesima richiesta di denaro.

In quei momenti di concitazione e paura, Coulibaly riesce a strappare di mano il telefono al ragazzo – un Samsung A12 – e se lo infila nei pantaloni. Poco dopo, fa lo stesso con lo zio, portandogli via il cellulare. Uno dei due apparecchi verrà ritrovato distrutto.

Il tutto davanti agli occhi attoniti dei clienti del bar e dei passanti, mentre lo zio e il nipote, stremati, restano a terra, feriti e spaventati. Le ferite fisiche sono relativamente lievi – tre giorni di prognosi ciascuno per abrasioni, algie e contusioni – ma quelle psicologiche, specie per il 35enne disabile, sono ben più profonde e difficili da guarire.

L’imputazione mossa dalla Procura è chiara e pesante: rapina aggravata e lesioni personali, con le aggravanti dell’aver approfittato della minorata difesa delle vittime e dell’aver agito per portare a termine un altro reato. Coulibaly, già destinatario della misura cautelare del divieto di dimora, è stato difeso dall’avvocato Mattia Fiò del Foro di Ivrea. La difesa ha chiesto di considerare il contesto di marginalità sociale e personale dell’imputato, un uomo con alle spalle una storia di disagio e precarietà estrema.

Durante la discussione, il pubblico ministero ha ribadito la gravità dell’aggressione: “Un fatto violento, avvenuto in un luogo pubblico, in pieno giorno, ai danni di due persone fragili e inermi”. Ha chiesto una condanna severa: cinque anni e mezzo di reclusione.

Il giudice Edoardo Scanavino, però, ha ritenuto di applicare l’ipotesi attenuata della rapina, riconoscendo una minor gravità dei fatti rispetto al quadro accusatorio originario. Di qui la condanna a tre anni e cinque mesi. Una sentenza che tiene conto della violenza, ma anche della marginalità del reo.

Il verdetto non cancella i segni lasciati da quell’aggressione. Per lo zio e il nipote, quei minuti vissuti nella stazione di Settimo Torinese rimangono scolpiti nella memoria come un incubo improvviso, inaspettato, assurdo. 

L'avvocato Mattia Fiò

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