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Cronaca

Velox e multe irregolari: terremoto in Canavese. Tra gli undici indagati anche due sindaci

Centinaia le denunce dei cittadini. Le accuse vanno dalla concussione al peculato alla falsità ideologica. Ecco chi sono gli indagati

Questa mattina il blitz della Guardia di Finanza negli uffici comunali di tre Comuni (foto d'archivio)

Questa mattina il blitz della Guardia di Finanza negli uffici comunali di tre Comuni (foto d'archivio)

Una bufera giudiziaria scuote il cuore del Canavese, travolgendo politici, funzionari comunali e agenti della polizia locale. A finire nel mirino della Procura della Repubblica di Ivrea sono undici persone.

Tra queste, il sindaco in carica di San Francesco al Campo, Alfredo Enrico Demaria, l'ex sindaco Diego Coriasco (capo distaccamento dei vigili del fuoco volontari di San Maurizio Canavese), il comandante della polizia locale Carlo Mura, il dirigente dell’area finanziaria del Comune Simone Flecchia, l’ex segretario comunale Maria Teresa Palazzo – figura di riferimento anche per i Comuni di Lombardore e San Ponso – quattro agenti della polizia locale, un ausiliare del traffico e un dipendente comunale.

Le accuse sono pesanti: concussione, peculato, falsità ideologica, turbata libertà degli incanti, falso, rifiuto di atti d’ufficio e persino perquisizione abusiva. Reati che, se confermati, delineerebbero un sistema collaudato di distorsione della gestione pubblica..

È il 2022 quando la Procura di Ivrea, guidata dalla procuratrice Gabriella Viglione, inizia a ricevere le prime querele. A muoversi non sono avversari politici o ispettori ministeriali, ma i cittadini stessi, stanchi di subire quello che ritenevano vere e proprie ingiustizie. Le segnalazioni si moltiplicano nei mesi successivi, tanto che si parla oggi di oltre cento denunce raccolte nel solo arco di un biennio.

IN FOTO l'ex sindaco di San Francesco al Campo Diego Coriasco (a sinistra) e l'attuale sindaco Enrico Demaria

Le indagini si concentrano su una rete di presunte irregolarità nella gestione delle sanzioni per violazioni al codice della strada. Le indagini si spostano, poi, sull’uso anomalo dei fondi incassati con le multe, che – secondo gli inquirenti – sarebbero stati redistribuiti a vantaggio del personale comunale, in modo ritenuto illecito.

A condurre gli accertamenti, oltre alla Procura, sono i Carabinieri di Ivrea e Venaria, la Guardia di Finanza e il nucleo della polizia locale di Torino, che in queste ore stanno completando perquisizioni e acquisizioni documentali nei municipi di San Francesco al Campo, Lombardore e San Ponso.

Occhi puntati sul “velox dell’aeroporto”

Uno dei nodi chiave dell’inchiesta è rappresentato dalla gestione dei dispositivi elettronici per la rilevazione delle infrazioni, in particolare il velox dell’aeroporto, installato nei pressi dello scalo di Caselle.

Secondo l’accusa, i dispositivi sarebbero stati posizionati e attivati senza rispettare le normative vigenti, in violazione delle disposizioni sulla sicurezza stradale e sulla trasparenza amministrativa. Le sanzioni emesse potrebbero quindi risultare nulle. 

Tra gli automobilisti del territorio, c'è chi racconta di raffiche di multe ricevute senza essere stati fermati dalle forze dell'ordine. Solo contravvenzioni arrivate a casa senza alcuna immagine catturata dalle telecamere o altra documentazione a comprova dell'infrazione.

Sembrerebbe inoltre che i proventi incassati venissero utilizzati in modo non conforme alle finalità previste dalla legge. Gli investigatori stanno cercando di capire se i fondi siano stati gonfiati, mal rendicontati, o utilizzati a vantaggio del personale o come forma di finanziamento per spese che nulla avevano a che fare con la sicurezza stradale.

Altro capitolo scottante riguarda un bene confiscato alla criminalità organizzata e assegnato in passato al Comune di San Francesco al Campo. L’edificio, che oggi ospita la sede della polizia locale e l’archivio storico comunale, sarebbe stato oggetto di irregolarità nella gestione degli appalti, ora sotto la lente degli investigatori.

Secondo la Procura, l’iter di affidamento e la successiva gestione sarebbero stati turbati da interessi personali e scarsa trasparenza, aprendo un ulteriore fronte investigativo legato alla turbata libertà degli incanti.

Il comandante Carlo Mura

I reati su cui si indaga

L’indagine si muove lungo un ventaglio di reati previsti dal codice penale italiano, tutti legati all’attività della pubblica amministrazione e al corretto esercizio delle funzioni pubbliche.

Il primo è il peculato, che si configura quando un pubblico ufficiale si appropria di denaro o beni pubblici che ha in gestione per ragioni del proprio ufficio. Non si tratterebbe, dunque, di una semplice distrazione di fondi, ma di una violazione grave del rapporto fiduciario tra cittadino e istituzione.

C'è poi la falsità ideologica, che si verifica quando un pubblico ufficiale dichiara il falso in un atto pubblico, pur senza alterare materialmente il documento. È un reato che tocca direttamente la veridicità degli atti amministrativi e la trasparenza della documentazione ufficiale.

La turbata libertà degli incanti riguarda invece le procedure di gara e gli appalti pubblici. È punita ogni interferenza illecita finalizzata ad alterare il corretto svolgimento di una gara d’appalto, ad esempio mediante accordi occulti, pressioni o manipolazioni dell’esito.

Tra i reati più gravi in ambito amministrativo figura la concussione, che si ha quando un pubblico ufficiale, abusando del proprio ruolo, costringe un privato a cedere denaro o altri vantaggi, anche senza un'esplicita minaccia.

Il reato di falso materiale entra in gioco quando un documento viene creato o modificato in modo fraudolento per farlo apparire autentico. A differenza della falsità ideologica, qui l’alterazione è concreta e fisica, e può riguardare anche firme, timbri o contenuti.

Il rifiuto di atti d’ufficio si configura invece quando un pubblico ufficiale, pur essendo tenuto a compiere un atto previsto per legge, si rifiuta di farlo senza giustificato motivo. È un reato che colpisce l’omissione deliberata di un dovere istituzionale.

Infine, c’è la perquisizione abusiva, un reato meno frequente ma particolarmente delicato. Si verifica quando un pubblico ufficiale esegue una perquisizione senza le autorizzazioni previste dalla legge o al di fuori dei casi consentiti, violando così i diritti fondamentali della persona interessata.

La domanda che ora si pone la Procura è se ci si trovi davanti a un comportamento isolato di singoli funzionari o a un sistema diffuso e radicato, in cui la gestione delle risorse pubbliche – e in particolare dei proventi derivanti dalle multe – sia stata piegata a logiche clientelari, personali o addirittura retributive.

«Non si tratta solo di illeciti amministrativi – spiegano fonti vicine all’indagine – ma di un’eventuale gestione sistemica distorta della cosa pubblica».

L’inchiesta è ancora in fase preliminare, ma l’attività della Procura eporediese non si ferma. Gli inquirenti stanno procedendo con nuove audizioni, analisi dei flussi finanziari e controllo incrociato degli atti amministrativi prodotti dal 2022.

Se le accuse venissero confermate, il quadro sarebbe gravissimo: una degenerazione dei meccanismi sanzionatori, pensati per migliorare la sicurezza e la legalità, trasformati in strumenti impropri di finanziamento e potere.

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