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Cronaca
25 Marzo 2025 - 15:35
È arrivata questa mattina, quattro anni dopo quella tragica vigilia di Natale, la sentenza che chiude una vicenda giudiziaria delicata, sospesa tra responsabilità individuale e la furia cieca della pandemia. Il Tribunale di Ivrea, nella persona della giudice Stefania Cugge, ha assolto con formula piena Fabrizio Silva, 62 anni, di Ivrea, accusato inizialmente di omicidio stradale, poi di lesioni stradali semplici per aver investito Bruna Bergamasco, 85 anni, sulle strisce pedonali di corso Cavour.
L’imputato esce assolto “perché il fatto non sussiste”. La Procura aveva chiesto la condanna a un anno di reclusione. Ma la tesi difensiva dell’avvocato Marino Careglio, secondo cui non vi fosse alcun nesso causale tra l’investimento e il decesso dell’anziana, ha convinto il giudice.
Bruna Bergamasco fu investita il 24 dicembre 2020, in piena emergenza pandemica. La Ford Puma condotta da Silva la colpì mentre attraversava sulle strisce pedonali in pieno centro a Ivrea. Non fu un impatto violento, come hanno sottolineato i consulenti in aula, ma le conseguenze furono gravi: frattura cervicale, ricovero in medicina d’urgenza e progressiva immobilizzazione.
Pochi giorni dopo il ricovero, la donna risultò positiva al Covid-19. Ventitré giorni dopo l’incidente, il decesso. Ma di cosa è morta davvero Bruna Bergamasco? È questo il nodo attorno al quale si è giocata la partita processuale.
In aula si sono confrontati due pareri medici. Da un lato, la dottoressa Silvana Temi, medico legale dell’Asl To4, ha sostenuto che le lesioni traumatiche, pur non essendo la causa diretta, hanno contribuito in modo significativo all’indebolimento delle difese dell’anziana: «Il trauma cervicale ha compromesso la sua mobilità, rendendola estremamente vulnerabile. Il Covid è stata la causa immediata, ma il danno alla colonna vertebrale è stato concausale».

L'anziana, ricoverata in medicina d'urgenza nell'Ospedale di Ivrea, è morta dopo 20 giorni di sofferenze
Dall’altra parte, il consulente della difesa, dottor Lorenzo Varetto, ha ribaltato l’impostazione: «La signora non era tetraplegica ma paraplegica. Respirava autonomamente. Il virus ha un decorso indipendente. In quel periodo, purtroppo, si moriva di Covid anche senza incidenti. L’infezione avrebbe potuto portarla via comunque».
Una visione condivisa dalla difesa, che ha sottolineato come le lesioni riportate non abbiano inciso in modo determinante sull’evoluzione del quadro clinico. «Si tratta di un decorso tipico da Covid – ha ribadito Careglio – anche in pazienti che non hanno subito traumi. Le lesioni, semmai, si pongono al massimo come fattore remoto».
Il reato contestato prima del decesso dell'anziana era lesioni stradali lievi, era procedibile solo in presenza di querela, che in questo caso non è mai stata presentata. Gli eredi della vittima, del resto, hanno rinunciato a qualsiasi azione civile e penale nei confronti dell’automobilista.
Quella di Bruna Bergamasco è una storia che resta, a prescindere dall’esito giudiziario. Resta il dolore di una morte avvenuta in un tempo tragico, quando il virus mieteva vittime senza tregua. Resta il peso di una vigilia di Natale passata in ospedale. Resta la fragilità di un’anziana signora che ha attraversato la strada e non è più tornata a casa.
Ma resta anche il peso della responsabilità penale che non può fondarsi sul dolore, ma solo sui fatti, sulle prove, sulla logica del diritto. E in questo caso, la giustizia ha stabilito che nessuno è responsabile della morte di Bruna, se non il virus.
Una sentenza che segna la fine di un processo, ma anche una pagina dolorosa di storia recente, scritta tra le corsie di un ospedale e le aule di un tribunale. E che ci ricorda quanto, in certi momenti, sia difficile distinguere tra destino e colpa.
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