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Cronaca

Calci, pugni e sigarette spente addosso ai bambini: 3 anni e mezzo di carcere per un papà di Chivasso

Dura la richiesta di condanna fatta oggi dalla Procura di Ivrea. A deciderà sarà un collegio di tre giudici

Immagine di repertorio

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"Un bel giorno mi hanno vietato di vedere i miei figli e solo dopo parecchio ho scoperto che ero stato denunciato per questi fatti". Con queste parole, pronunciate davanti alla corte del Tribunale di Ivrea, Diego A. ha cercato di raccontare la sua versione. Ha ripercorso la sua vita familiare, dalla relazione con la compagna alla nascita della figlia Ginevra, dai problemi economici alla gestione dei locali, fino alla separazione e alla perdita dei figli. Nessun riferimento alle violenze, nessun segno di rimorso. Solo il racconto di un padre che si è visto strappare tutto senza, a suo dire, comprenderne il motivo.

Ma la Procura di Ivrea ha un'altra visione della vicenda. Oggi, al termine della sua requisitoria, la Pubblico Ministero Maria Baldari ha chiesto per Diego A. tre anni e sei mesi di reclusione, ritenendolo colpevole dei maltrattamenti nei confronti dei figli della moglie e della bambina avuta con lei. Per la difesa, invece, le accuse non reggono: l'avvocato Manuel Peretti ha chiesto l'assoluzione con formula piena per il suo assistito e, in subordine, l'assoluzione con formula dubitativa.

Le accuse sono pesanti e raccontano di anni di sofferenze vissute dai bambini in una casa in cui la violenza era all'ordine del giorno. Secondo l’accusa, Diego A., nato a Casale Monferrato nel 1981 e residente a Morano sul Po, avrebbe sottoposto i figli della moglie e la figlia avuta con lei a punizioni fisiche crudeli tra il 2008 e il 2013, tra Casale, Chivasso e altre località.

Le testimonianze dei bambini hanno svelato un contesto di terrore quotidiano: schiaffi, calci, pugni, testate e sigarette spente sulle braccia della figlia, considerata “colpevole” di non essere un maschio. Gli altri due bambini, Giorgio e Filippo (nomi di fantasia), venivano colpiti con cinture, battipanni, zoccoli di legno. A salvarsi dalla furia del padre sarebbe stato solo l’ultimo figlio, il più piccolo, che portava il nome del nonno.

A far emergere l’orrore è stata una lettera scritta da Ginevra (nome di fantasia) dopo il trasferimento in una comunità protetta. Solo in un ambiente sicuro la bambina aveva trovato la forza di raccontare le violenze subite. La sua testimonianza è diventata il perno dell’accusa.

In aula ha parlato anche Debora S., la madre dei quattro ragazzi, che ha ammesso di non essersi mai accorta delle violenze. "Il bar era sempre aperto e io lavoravo 7 giorni su 7. Tornavo tardi, i bambini dormivano già. Pensavo fossero tranquilli", ha dichiarato, con la voce rotta dall'emozione.

La verità è emersa solo nel 2019, quando Ginevra, ormai lontana da casa, ha trovato il coraggio di scrivere tutto. “Mi sentivo in colpa per non aver capito. Mi vergognavo. Quando vedevo i lividi mi dicevano che erano cadute facendo ginnastica”, ha raccontato la madre. Ha descritto una vita familiare difficile, fatta di problemi economici e di un uomo spesso ubriaco. “Quando tornavo a casa mi accorgevo che aveva bevuto. Occhi lucidi, alito di vino”.

Nel 2015, i figli sono stati affidati ai servizi sociali. “Me li hanno tolti. Solo anni dopo ho saputo perché. Avevano paura che lui potesse picchiare anche me”.

Le prime denunce sono arrivate nel 2023, quando Debora S. ha deciso di rivolgersi ai Carabinieri. Le indagini, coordinate dalla Procura di Ivrea, hanno portato alla raccolta di prove schiaccianti: testimonianze, cartelle mediche, perizie psicologiche e intercettazioni. Durante l’udienza preliminare, la giudice Ombretta Vanini aveva ritenuto sufficienti gli elementi raccolti per rinviare Diego A. a giudizio.

L'avvocato difensore Manuel Peretti

L’accusa della PM Maria Baldari si basa proprio su questi elementi: un quadro probatorio solido, che dimostrerebbe la sistematicità delle violenze.

Ma la difesa non ci sta. L’avvocato Manuel Peretti ha chiesto l’assoluzione con formula piena, sostenendo che non vi siano prove concrete di quanto denunciato. "Il mio assistito è stato privato dei figli senza alcun preavviso. Ha scoperto solo dopo molto tempo di essere stato accusato di questi fatti. Non c’è alcuna prova che confermi la versione dei minori", ha dichiarato in aula.

Secondo la difesa, il contesto familiare era difficile, con problemi economici e tensioni, ma non ci sarebbe stata alcuna violenza. In subordine, Peretti ha chiesto l’assoluzione con formula dubitativa, sostenendo che i fatti potrebbero essere stati ingigantiti o mal interpretati.

L’aula del Tribunale di Ivrea si prepara ora alla fase finale del processo. Il verdetto potrebbe arrivare nelle prossime settimane, mentre le parti si apprestano a presentare le ultime repliche. Diego A. rischia tre anni e sei mesi di carcere, ma la difesa punta all’assoluzione.

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