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Cronaca

Intercettazioni, gps e telecamere: una maxi-inchiesta svela un traffico illecito di rame e carburante a Leini

L'articolata operazione dei carabinieri ha portato a individuare 3.820 kg di rame sottratti ai capannoni Amiat di Volpiano e 2.500 litri di gasolio prelevati dal deposito Eni

Intercettazioni, GPS e telecamere: una maxi-inchiesta svela il traffico a Leini di rame e carburante rubato

Una catena di furti e ricettazione, intercettazioni ambientali, sequestri e telecamere nascoste: tutto questo al centro del processo che si è svolto martedì 18 marzo in Tribunale di Ivrea, davanti alla giudice Marianna Tiseo. Sul banco degli imputati una lunga lista di nomi accusati di aver gestito un vasto traffico di rame e carburante rubato.

Tra gli imputati compaiono Banga Angelica, Negro Ezio Giacomo, Antal Corbu Emilian, Antal Alexandru, Costa Paolo, Bellettati Marco, Osmanovic Jupo, Ametovich Valentino.

L’indagine ha preso il via il 15 ottobre 2015, quando un camion Iveco carico di 3.000 kg di rame è stato rubato al Gruppo Lef di Madignano in provincia di Cremona. Il sistema GPS installato sul mezzo ha permesso di seguirne gli spostamenti e di individuarlo prima a Settimo Torinese, poi in un capannone di Leini, in via Montegrappa 43, sede della Red Metal di Banga Angelica. L’azienda, a sua volta, risultava collegata alla Sigma Metalli di Via Cascina Borniola a Settimo Torinese.

Il giorno successivo, 16 ottobre 2015, il camion è stato ritrovato in via Olivetti, ormai vuoto. Ma il rame era già stato spostato.

L’inchiesta ha portato i Carabinieri a installare telecamere davanti alla Sigma Metalli e la Procura ad autorizzare intercettazioni telefoniche. Tra il novembre 2015 e il marzo 2016, i sequestri hanno rivelato un giro ben più ampio: tre cisterne di gasolio (2.500 litri) e tende imballate con marchio Bianchi Ettore Srl trovate in un magazzino ispezionato il 1° novembre 2015. Un carico di 251 kg di cavi telefonici in rame, riconosciuti dal responsabile della Sirti, come sottratti a un cantiere Wind di Torino. E poi ancora 3.820 kg di rame sotto sequestro, proveniente dal furto ai capannoni Amiat di Volpiano.

Le prove raccolte hanno evidenziato un giro di materiali gestito attraverso aziende compiacenti. Sigma Metalli e Costa Metalli, secondo gli inquirenti, avrebbero ricevuto e redistribuito il rame rubato, spesso già lavorato per renderne difficile il riconoscimento.
Il 29 gennaio 2016, il Maresciallo Ivan Pira, all’epoca comandante della Stazione dei Carabinieri di Leini, ha documentato il movimento di bobine di rame tra diverse società. In una intercettazione, un Fiat Ducato blu è stato visto entrare alla Sigma Metalli per caricare bobine di rame imballate, successivamente sequestrate dalla Polizia Giudiziaria.

Nel corso dell'udienza è stato sollevato un tema chiave: il rame rubato è difficile da identificare, essendo un materiale comune ai rottamai. Tuttavia, gli inquirenti hanno prodotto prove fotografiche, documenti e bonifici che dimostrerebbero transazioni tra le aziende coinvolte.

La testimonianza di Morena Pellegrini, amministratrice del Gruppo Lef di Madignano, ha ricostruito una delle fasi cruciali del traffico illecito di rame che è al centro del processo. La notte del 16 ottobre 2015, la sua azienda è stata vittima di un colpo organizzato nei minimi dettagli: ignoti sono entrati nel capannone, forzando le porte dell’ufficio per accedere al magazzino. Una volta dentro, hanno caricato su un furgone Iveco di proprietà della stessa azienda tutti i rotoli di rame destinati alla produzione di canali e lo sfrido di lavorazione, ovvero materiale nuovo ma considerato di scarto. Il valore complessivo del bottino è stato stimato in 30.000 euro.

Grazie al sistema di localizzazione satellitare installato sul veicolo, la Pellegrini ha potuto tracciare gli spostamenti del mezzo, che è stato individuato a Leini, nell’area in cui operavano le aziende coinvolte nel traffico di materiali rubati. I Carabinieri di Crema, allertati dalla denuncia, hanno contattato i colleghi di Leini, i quali hanno confermato di aver ritrovato il veicolo. Ma il furgone era vuoto, la serratura forzata, e del rame non c’era più traccia. Un dettaglio inquietante è emerso tre settimane dopo: gli stessi ladri sarebbero tornati sul posto per riutilizzare il mezzo. L’antifurto, questa volta, ha segnalato il tentativo di riavvio del furgone, ma i responsabili sono riusciti a dileguarsi prima di essere intercettati.

Un altro tassello fondamentale dell’inchiesta è stato fornito dalla testimonianza di Marco Ghiosso, responsabile di produzione della Sirti, una delle principali aziende italiane nel settore delle infrastrutture di telecomunicazione. La sua denuncia del 29 gennaio 2016 ha portato alla luce il coinvolgimento di dipendenti infedeli nel furto di cavi di rame, materiale in fibra e attrezzature da cantiere. Ghiosso, abituato a dover sporgere numerose querele per sottrazione di materiali, è stato convocato dai Carabinieri di Leini, che gli hanno mostrato immagini catturate durante un’operazione investigativa.

In quelle riprese si vedeva chiaramente un furgone della Sirti, con a bordo due dipendenti della società intenti a scaricare cavi e materiali presso la ditta Sigma, una delle aziende coinvolte nella presunta ricettazione. Ghiosso ha immediatamente negato che la Sirti avesse autorizzato quei movimenti di materiale. Un successivo sopralluogo presso la Sigma Metalli di Settimo Torinese ha portato al ritrovamento di una pedana con circa 2-3 quintali di cavi riconducibili all’azienda. In totale, 251 chili di rame rubato, esattamente il quantitativo denunciato dalla Sirti.

Alla domanda su eventuali provvedimenti nei confronti dei due dipendenti coinvolti, Ghiosso ha precisato che non sono stati licenziati, ma sanzionati. Il caso ha messo in evidenza una delle falle del sistema: il furto di materiali di questo tipo spesso non viene denunciato subito e la difficoltà nell’identificare la provenienza del rame lavorato rende complicato dimostrare la sua origine illecita. Tuttavia, l’indagine ha dimostrato come la rete di ricettazione avesse punti di snodo precisi e come le aziende coinvolte riuscissero a smistare il materiale rubato trasformandolo rapidamente in merce di difficile tracciabilità.

Il gasolio sottratto al deposito Eni di Volpiano

Il riconoscimento del gasolio sottratto al deposito Eni di Volpiano è stato un altro elemento chiave  dell’inchiesta, grazie all’analisi tecnica condotta dagli inquirenti. Dopo il sequestro di tre cisterne contenenti circa 2.500 litri di gasolio all’interno di un magazzino legato alla rete di ricettazione, gli investigatori hanno richiesto l’intervento dell’Eni per accertare la provenienza del carburante.

La procedura di identificazione è stata meticolosa. L’Eni ha eseguito una campionatura chimica, confrontando le caratteristiche del gasolio sequestrato con i dati registrati nel suo sistema di tracciabilità dei carburanti. In particolare, l’analisi si è concentrata su tre parametri fondamentali: la densità e composizione chimica – Il gasolio ha una firma chimica specifica, che varia a seconda della raffineria e del lotto di produzione. Gli esami hanno evidenziato che il combustibile sequestrato aveva una composizione perfettamente compatibile con il prodotto distribuito dal deposito di Volpiano.

E' stato analizzato, poi il livello di zolfo. Le normative ambientali impongono limiti precisi alla quantità di zolfo presente nel gasolio. Il valore riscontrato nei campioni prelevati dagli investigatori era identico a quello dichiarato nei registri Eni per le forniture dello stesso periodo.

Infine la tracciabilità del lotto. Il gasolio prelevato dal deposito viene movimentato con un codice identificativo associato alla specifica partita di carburante. L’analisi ha permesso di stabilire che il lotto in questione corrispondeva esattamente a una delle forniture distribuite da Volpiano poco prima del furto.

Grazie a questi riscontri, gli inquirenti hanno potuto collegare senza dubbio il carburante sequestrato alla sottrazione avvenuta nel 2015 presso il deposito Eni di Volpiano. Questo ha rafforzato l’accusa nei confronti degli imputati, dimostrando come il gasolio rubato fosse stato successivamente immesso nel mercato illegale attraverso la rete di ricettazione gestita tra Settimo Torinese, Leini e le aziende coinvolte nell’indagine.

Il processo proseguirà nelle prossime settimane, mentre la rete di connessioni tra le aziende e gli imputati si fa sempre più chiara.

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