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Cronaca

Rivolta nel carcere di Ivrea. Nessuna violenza: "Pavimenti scivolosi e detenuti ubriachi"

Oggi in Tribunale sono stati sentiti gli ispettori del provveditorato che nella loro surreale relazione avevano escluso le violenze nei confronti dei detenuti

Rivolta nel carcere di Ivrea. Nessuna violenza: "Pavimenti scivolosi e detenuti ubriachi"

Se il filosofo Karl Popper fosse stato presente oggi nell’aula del Tribunale di Ivrea, probabilmente avrebbe avuto un colpo. E con lui Hans-Georg Gadamer, chiamato in causa dall’ispettore Marco Bonfiglioli nella sua relazione sull’ormai celebre “rivoltina” del carcere di Ivrea avvenuta il 16 ottobre del 2016. Filosofia e epistemologia applicate a un’inchiesta su presunti pestaggi di detenuti: un esperimento intellettuale che suona come un tentativo di trasformare una vicenda giudiziaria in un seminario universitario. Peccato che qui non si tratti di concetti astratti, ma di corpi tumefatti e di referti medici.

Eppure, quando il provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria manda l'ispettore Bonfiglioli e il Commissario Mina a cercare di capire cosa fosse avvenuto in quel carcere, è questo il documento con cui l'ispettore si presenta al provveditore: un trattato filosofico per dimostrare la non attendibilità dei due testimoni che dicono di aver sentito il pestaggio di un detenuto e per dare solidità all'esperimento empirico con cui tentano di dimostrare che il medico e lo psicologo del Sert presenti in carcere quella sera, non potevano aver sentito le urla.

Nel corso dell’udienza, Bonfiglioli ha fornito una narrazione degna di un dipinto di Bruegel: detenuti ubriachi di un improbabile liquore artigianale, fatto in carcere di contrabbando, ricavato da frutta macerata e zucchero, che scivolano ripetutamente sul pavimento bagnato dagli idranti usati per spegnere le fiamme della rivolta. Un’epopea tragicomica in cui la brutalità della repressione scompare dietro un grottesco balletto di corpi cadenti.

E se il caso del carcere di Santa Maria Capua Vetere ci ha mostrato la realtà nuda e cruda delle violenze carcerarie attraverso i video della sorveglianza, Ivrea ha potuto contare sulla comodissima assenza di telecamere.

Oggi è emerso che c’era una rivolta in corso, ma in carcere non c’era la direttrice Assuntina De Rienzo. E non c’era nemmeno il comandante delle guardie carcerarie, Michele Pitti. La struttura era nelle mani degli agenti, che – secondo le accuse – avrebbero gestito la situazione con metodi indegni di un Pese civile. Eppure, in una girandola di ispezioni e verifiche amministrative, il pestaggio del detenuto Gerardo Di Lernia si è dissolto tra incongruenze e cavilli. I sanitari del Sert, che avevano sentito rumori inequivocabili di un pestaggio - tanto da interrompere immediatamente un consiglio di disciplina per riferire subito quanto sentito - sono stati trattati con metodi più simili a un interrogatorio poliziesco che a un’indagine seria.

L'ex direttrice del Carcere di Ivrea, Assuntina De Rienzo

La dottoressa Paola Lenzetti, in aula, ha parlato di un clima di paura, di un’interazione violenta e oltraggiosa da parte di Bonfiglioli e Mina. "Un'esperienza terribile! Mi hanno trattato come una detenuta" ha detto durante la sua testimonianza. Un trattamento subito anche dallo psicologo, Natale Cannelli, con lei quella sera per la somministrazione in carcere del metadone.

Ma, da quanto emerso oggi in aula, il punto non era verificare cosa avessero sentito i due sanitari. L'impressione più volte dichiarata dal Pm Avenati Bassi era che, Bonfiglioli e Mina, volessero dimostrare che non avrebbero potuto sentire nulla e che il loro racconto fosse frutto di una suggestione dovuta alla paura del momento.

Paura di chi, paura di cosa, Bonfiglioli non è però riuscito a dirlo nonostante le domande incalzanti del pubblico ministero che ha concluso tuonando come quella relazione non contenesse la notizia di reato, ma l'alibi.

E proprio per dimostrare che i due testimoni non avevano potuto sentire nessun pestaggio, l’ispettore filosofo e il commissario pratico avevano deciso di condurre un esperimento proprio in carcere: Bonfiglioli si era messo a urlare e a battere contro il blindato della cella chiamata l'acquario, mentre Mina, nella stanza dei sanitari, si poneva in ascolto. Nulla. Silenzio. Caso chiuso. Il metodo scientifico al servizio della giustizia penitenziaria, senza possibilità di falsificazione (Popper avrebbe molto da ridire). "Voi non cercavate eventuali colpevoli - ha incalzato il procuratore Avenati Bassi -. Cercavate solo di smentire le voci dissonanti". E pare proprio questo il vero atto filosofico dell'indagine di Bonfiglioli: non la ricerca della verità, ma la costruzione di una verità comoda.

Quella relazione definita dal provveditore stesso "imbarazzante" e piena di "panzanate" era stata inviata in Procura a Ivrea, ma se oggi siamo in un’aula di tribunale è solo perché qualcuno, a un certo punto, ha deciso di non ingoiare la versione ufficiale. La procura generale di Torino, con i PM Giancarlo Avenati Bassi e Sabrina Noce, aveva avocato a sé l’inchiesta, sottraendola alle sabbie mobili in cui era stata inghiottita a Ivrea. I garanti per i detenuti e l’associazione Antigone hanno battuto i pugni sul tavolo.

E oggi, tra citazioni filosofiche e giustificazioni assurde, resta la nuda evidenza: detenuti con il volto tumefatto, testimonianze di medici e psicologi trattati come criminali, un’istituzione penitenziaria che ha provato in ogni modo a sottrarsi alla responsabilità.

La relazione di Bonfiglioli, con il suo impianto epistemologico e filosofico, sembra voler suggerire che la verità sia solo una costruzione soggettiva. Ma in questo processo non servono lezioni di ermeneutica. Servono risposte. E soprattutto, servono giustizia e responsabilità.

Perché tra un prigioniero che “cade da solo” e un agente che “non vede nulla”, c’è il confine tra uno stato di diritto e uno stato che legittima l’abuso.

Sul banco degli imputati siedono 28 agenti della polizia penitenziaria, accusati di un ventaglio di reati che dipingono un quadro inquietante della gestione del carcere di Ivrea. Dalle lesioni personali aggravate all'abuso di autorità contro i detenuti, passando per l’abuso d’ufficio e la falsificazione di atti pubblici, il capo d’imputazione è un compendio di condotte che la Procura Generale di Torino ha ritenuto meritevoli di processo, dopo che l’indagine iniziale era finita nel nulla.

In origine, il reato contestato era tortura, ma l’accusa è stata successivamente riqualificata poiché la legge che ha introdotto il reato nel Codice Penale è successiva ai fatti contestati.

Secondo l'accusa, alcuni detenuti sarebbero stati brutalmente malmenati, mentre le lesioni venivano giustificate con versioni che sfiorano il grottesco: detenuti che cadono “ubriachi” su pavimenti bagnati, ferendosi da soli. A questo si aggiunge la falsificazione di documenti ufficiali per coprire le violenze e l'omertà istituzionale che ha reso necessario l'intervento dei PM Giancarlo Avenati Bassi e Sabrina Noce per riaprire il caso.

Il Pm Avenati Bassi durante l'udienza di oggi ha anche paventato l'ipotesi di trasmettere gli atti della testimonianza di Bonfiglioli in Procura per valutare quanto dichiarato in aula.

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