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Cronaca

Due sindaci a processo per il depuratore di Chialamberto: una montagna di irregolarità per favorire Smat

Oggi in Tribunale a Ivrea la testimonianza di Roberto Stroppiana, 86 anni, che dal 2018 lotta contro l'impianto

In foto Roberto Stroppiana, 86 anni. Si è ritrovato l'impianto a soli 30 metri da casa

In foto Roberto Stroppiana, 86 anni. Si è ritrovato l'impianto a soli 30 metri da casa

Sette anni di proteste, raccolte firme, esposti ai carabinieri. Sette anni di battaglie per fermare un’opera che nessuno voleva lì, eppure lì è stata costruita. Il depuratore di località Volpetta, a Chialamberto, è stato il cuore di uno scontro tra cittadini e amministrazione, tra chi segnalava le criticità e chi tirava dritto nonostante tutto.

Ora la vicenda è approda in tribunale e il processo, iniziato oggi in Tribunale a Ivrea in composizione collegiale presieduto dalla giudice Stefania Cugge, si profila come una delle questioni giudiziarie più controverse delle Valli di Lanzo.

Sul banco degli imputati l'ex sindaco Adriano Bonadè Bottino, l'attuale sindaco Gabriele Castellini, l'ex assessora Alessandra Aimo Boot, il responsabile dell'ufficio tecnico Alessandro Di Gennaro, tecnici e dirigenti di SMAT, Roberto Ronco, direttore dell’autorità d’Ambito Torino 3, tutti chiamati a rispondere di gravi irregolarità urbanistiche, ambientali e amministrative.

Oggi ha testimoniato in aula Roberto Stroppiana, nato 86 anni fa a Chialamberto in quella casa costruita dai suoi nonni e che ora si ritrova a soli 30 metri dal depuratore.
Quella casa, considerata da molti una delle più belle della Valle, è stata irrimediabilmente deturpata dalla costruzione del depuratore.

La sua testimonianza ha ripercorso le tappe di una battaglia di giustizia per cercare di bloccare la costruzione di un impianto che in quel posto non avrebbe dovuto sorgere

Quando nel 2018 Roberto Stroppiana si reca in Comune per chiedere la documentazione relativa al progetto si accorge che c'è qualcosa che non va: "In Comune non avevano nulla. Me li hanno mandati dopo due anni dicendomi che il depuratore sarebbe stato provvisorio e che avrebbero fatto una fognatura che da Chialamberto sarebbe andata a Cantoira che avrebbe collegato al depuratore di Ceres togliendo il nostro depuratore".
Da quel giorno sono passati cinque anni: "Siamo nel 2025 e non hanno fatto un metro di quella fantomatica fognatura di cui mi parlavano".
Poi Roberto incalza: "E' stato fatto tutto fuori norma, fuori dalle regole. A soli 30 metri dalle case, 15 dalla strada provinciale. E' dal 2018 che seguo questa vicenda".

Secondo le accuse contenute nel fascicolo d'inchiesta aperto dalla Pm Valentina Bossi, l’impianto di località Volpetta sarebbe stato costruito in totale violazione delle norme vigenti, in una zona ad alto rischio di dissesto idrogeologico, senza le necessarie autorizzazioni e con un impatto devastante sulla comunità locale. Il PM Valentina Bossi della Procura di Ivrea ha delineato un quadro di responsabilità pesanti, che spaziano dall’abuso d’ufficio all’omissione di atti dovuti, fino all’ingiusto vantaggio patrimoniale per SMAT Spa.

Quando la giunta comunale di Chialamberto approvò il progetto per il depuratore, i documenti raccontavano una storia ben diversa dalla realtà che si sarebbe poi manifestata. Quello che doveva essere un impianto strategico per la gestione delle acque reflue del paese si trasformò in una bomba a orologeria, collocata in una zona ad alto rischio di dissesto idrogeologico, troppo vicina alle case e senza le necessarie autorizzazioni ambientali.

La ricollocazione dell'impianto, proposta da SMAT Spa e accolta dall’allora sindaco Adriano Bonadé Bottino, dall’assessora Alessandra Aimo Boot, dal dirigente dell’ufficio tecnico Alessandro Di Gennaro e dall’attuale primo cittadino Gabriele Castellini, fu il primo passo di una vicenda che oggi approda in tribunale con accuse precise: un’opera realizzata senza titolo edificativo, senza il deposito dei calcoli strutturali del cemento armato e in una fascia di rispetto dove non si sarebbe potuto costruire.

A progettare e dirigere i lavori furono Chiara Manavello e Silvano Iraldo, tecnici SMAT, che secondo la Procura avrebbero dato il via al cantiere senza dichiarare né l’inizio né la fine dei lavori, senza la necessaria autorizzazione paesaggistica e senza tenere conto delle distanze minime previste dalle normative urbanistiche.

Come se non bastasse, l’intera operazione fu condotta senza passare per la Conferenza dei Servizi, l’organo che avrebbe potuto fermare l’intervento valutando tutte le criticità, tra cui la pericolosità idrogeologica della zona, la vicinanza alle abitazioni private e le implicazioni ambientali dell’impianto. Un passaggio evitato consapevolmente, secondo l’accusa, per scongiurare il rischio di una bocciatura definitiva.

Per gli inquirenti, la costruzione del depuratore non è stata solo una svista amministrativa, ma il risultato di un’azione concertata per favorire SMAT, accelerando i lavori e bypassando passaggi fondamentali. Un progetto che, nonostante le indagini e i rilievi tecnici, ha continuato a essere difeso dagli amministratori pubblici anche dopo la pronuncia del Tribunale del Riesame di Torino, che già aveva certificato le criticità dell’impianto.

A maggio 2023, con Castellini sindaco, nulla è stato fatto per bloccare l’opera o sanare le irregolarità. Anzi, l’amministrazione ha mantenuto la linea adottata fin dall’inizio, evitando di adottare provvedimenti risolutivi, lasciando così un impianto completato ma gravato da vizi insanabili.

In estrema sintesi, l'ex sindaco Adriano Bonadé Bottino e l'attuale sindaco Gabriele Castellini sono accusati di aver approvato e consentito la costruzione del depuratore in un'area a elevato rischio idrogeologico, senza le necessarie autorizzazioni e senza passare per la Conferenza dei Servizi, aggirando controlli e procedure. Inoltre, non hanno adottato alcun provvedimento per sanare le irregolarità, causando un potenziale danno ambientale e patrimoniale alla comunità e favorendo indebitamente SMAT.

Ora, con il processo avviato, il futuro del depuratore di Volpetta è più incerto che mai. Se le accuse verranno confermate, il rischio è che la struttura venga demolita, con conseguenze economiche e politiche per il comune e per gli imputati. Una vicenda che avrebbe dovuto garantire un servizio essenziale per il territorio e che invece rischia di lasciare solo macerie, dentro e fuori dal tribunale.


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