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Cronaca

Calcio in pancia all'infermiere: condannato per l'aggressione in Ospedale a Ciriè

Il ventiseienne è stato dichiarato parzialmente incapace di intendere e volere

Calcio in pancia all'infermiere: condannato per l'aggressione in Ospedale a Ciriè

Un calcio violento all’addome di un infermiere in servizio al triage, mentre accompagnava il paziente in sala visite. È successo il 26 novembre 2024 all’ospedale di Ciriè, un episodio di brutale aggressione che aveva riportato l’attenzione sulla sicurezza del personale sanitario nei pronto soccorso.

Oggi, in un processo per direttissima, il Tribunale di Ivrea ha condannato l’autore del gesto, Marco (nome di fantasia), a otto mesi di reclusione e al pagamento delle spese processuali. La giudice Marianna Tiseo ha inoltre disposto un anno di libertà vigilata con l’obbligo di seguire un percorso terapeutico presso il Centro di Salute Mentale (CSM).

Elemento centrale del processo è stata la perizia psichiatrica condotta dalla dottoressa Arianna Blandamura, chiamata a stabilire la capacità dell'imputato di intendere e volere al momento del fatto, nonché la sua pericolosità sociale. Secondo la consulente, Marco soffre di un disturbo borderline di personalità, aggravato da un passato di abuso di sostanze, seppur attualmente in remissione. Il quadro clinico delineato ha evidenziato una capacità di intendere e volere gravemente scemata, ma non totalmente annullata. L’esperta ha inoltre sottolineato il legame terapeutico significativo tra l’imputato e il Centro di Salute Mentale, suggerendo come soluzione il suo inserimento in una comunità terapeutica per il contenimento della pericolosità sociale.

Il Pubblico Ministero, analizzando la vicenda processuale, ha insistito sulla responsabilità penale di Marco, chiedendo una condanna a un anno e quattro mesi di reclusione, oltre alla misura della libertà vigilata. L’accusa ha sostenuto che, nonostante il deficit psichiatrico, l’imputato fosse comunque in grado di comprendere la gravità delle sue azioni.

Dall’altro lato, l’avvocato Celere Spaziante ha puntato il dito contro le carenze del sistema di assistenza psichiatrica. “Se Marco fosse stato seguito con maggiore attenzione, non ci troveremmo qui oggi”, ha dichiarato l’avvocato, chiedendo il riconoscimento del vizio parziale di mente e la revoca della misura cautelare ancora in essere. “La condotta del mio assistito è frutto di un sistema che ha lasciato indietro le persone più fragili. Chiedo che si tenga conto del suo percorso terapeutico e della necessità di una pena contenuta, con la massima estensione delle attenuanti generiche”.

L'avvocato Celere Spaziante

La giudice Marianna Tiseo ha riconosciuto all’imputato le attenuanti generiche in misura prevalente, riducendo la pena a otto mesi e prevedendo un anno di libertà vigilata con il monitoraggio del CSM. Una decisione che cerca un equilibrio tra la necessità di punire il reato e l’opportunità di garantire un percorso riabilitativo per l’imputato.

L’aggressione di Marco ai danni di un infermiere non è un caso isolato. Solo nell’ultimo anno, episodi simili si sono verificati più volte nel Pronto Soccorso di Ciriè. Le sigle sindacali hanno più volte denunciato il fenomeno, chiedendo interventi concreti per garantire la sicurezza del personale sanitario.

Giuseppe Summa, rappresentante del sindacato Nursind, aveva ribadito la necessità di azioni immediate: “Siamo stanchi di dover contare le aggressioni. Servono misure concrete: più sicurezza, più presidi di polizia negli ospedali e un sistema sanitario che tuteli chi lavora in prima linea”.

Claudio Delli Carri, segretario regionale del sindacato Nursing Up, aveva aggiunto: “La burocrazia non può continuare a rallentare la protezione del personale sanitario. Servono guardie giurate armate nei pronto soccorso e un ripensamento complessivo della gestione della sicurezza in ospedale”.

Il caso di Marco rappresenta uno dei tanti nodi irrisolti nel rapporto tra giustizia e salute mentale. Da un lato, il tribunale ha riconosciuto l’infermità parziale dell’imputato, dall’altro lo ha condannato a una pena detentiva, senza però disporre un ricovero in una struttura adeguata.

Il dibattito resta aperto, ma una cosa è certa: il sistema attuale continua a oscillare tra punizione e assistenza, senza trovare un equilibrio che tuteli davvero tutte le parti coinvolte.

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