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Cronaca
18 Febbraio 2025 - 18:07
foto d'archivio
L’11 febbraio scorso, Adele (nome di fantasia), si è trovata faccia a faccia con la paura più grande. A colpirla e minacciarla di morte era l’uomo che avrebbe dovuto proteggerla: suo marito, Giuseppe L., 51 anni.
Ora la giustizia ha accelerato i tempi. Il Tribunale di Ivrea ha disposto per lui il giudizio immediato, su richiesta della Procura, che ha ritenuto le prove così evidenti da saltare la fase dell’udienza preliminare. L’accusa è pesante: lesioni personali aggravate, maltrattamenti in famiglia e minacce con un’arma.
Il GIP Marianna Tiseo ha accolto la richiesta della magistratura, dando il via a un processo che si preannuncia rapido e senza sconti.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, tutto è accaduto in pochi, drammatici minuti. Giuseppe L. avrebbe prima afferrato la moglie per i capelli, trascinandola a terra, colpendola con calci e pugni al volto. Una violenza brutale, che ha lasciato traumi contusivi con una prognosi di 10 giorni.
Poi l’escalation: ha impugnato un coltello e glielo ha puntato alla gola, pronunciando quella frase che trasforma la paura in terrore puro. "Ti ammazzo e poi dò fuoco alla macchina".
Solo l’intervento delle forze dell’ordine aveva evitato il peggio. Quando i Carabinieri della Stazione di Livorno Ferraris sono arrivati, Adele era sotto shock, ancora con i segni della violenza subita. Giuseppe L. è stato fermato e lei portata in un luogo sicuro.
Subito dopo l’aggressione, le autorità hanno disposto il trasferimento della donna in una struttura protetta. Una misura necessaria per evitare ritorsioni e garantire la sua sicurezza. Adele ha lasciato la casa in cui ha vissuto con il marito, ha cambiato numero di telefono, tagliato i ponti con il passato.

L'avvocato Pio Coda
Nel frattempo, è stata seguita da un team di psicologi e assistenti sociali, che l’hanno aiutata a prendere consapevolezza di ciò che ha vissuto. Perché la violenza non è solo fisica: è anche il terrore di essere sempre in pericolo, l’idea di non avere vie d’uscita.
Ma questa volta una via d’uscita c’è stata.
Reati come questo commesso a Candia, comportano l'attivazione del cosiddetto Codice Rosso, la legge introdotta nel 2019 per accelerare i tempi di intervento in caso di violenza domestica e di genere.
Il Codice Rosso prevede: Priorità assoluta nelle indagini, con l’obbligo di ascoltare la vittima entro tre giorni dalla denuncia. Possibili misure cautelari immediate, come il divieto di avvicinamento o l’arresto. Accesso rapido ai centri antiviolenza e alle case rifugio. Pene più severe per reati come maltrattamenti in famiglia, stalking e violenza sessuale.
Nonostante ciò, il sistema di protezione non è infallibile. Troppo spesso le denunce non bastano a salvare le vittime, e la cronaca continua a raccontare storie di femminicidi che si consumano nonostante i segnali d’allarme.
Adele ha avuto la possibilità di essere messa al sicuro. Ma quante donne restano intrappolate nella paura?
A Candia Canavese, la notizia si era diffusa rapidamente. In tanti sapevano delle tensioni in casa, ma nessuno immaginava la violenza. O forse, più semplicemente, nessuno voleva immaginarla.
"Sono cose che succedono ovunque" si sente dire spesso. Ed è proprio questo il problema: succedono ovunque. E troppe volte nessuno interviene finché non è troppo tardi.
La paura di denunciare è ancora forte, perché spesso la violenza è un circolo vizioso difficile da spezzare.
Ora si attende il processo. Giuseppe L. dovrà rispondere delle sue azioni davanti alla legge, e per Adele inizia una nuova battaglia: ricostruire la sua vita lontano dalla paura.
Una battaglia che, purtroppo, troppe donne combattono ogni giorno.
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