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Cronaca
11 Febbraio 2025 - 14:42
Debora Biscuola, studentessa dell'Ubertini di Caluso, aveva 18 anni appena
Un muretto insidioso, una curva già nota per la sua pericolosità, una protezione che sarebbe potuta essere installata prima e due giovani vite spezzate in una domenica drammatica. Sono questi i nodi centrali del processo in corso davanti al Tribunale di Ivrea, dove l' ingegner Matteo Tizzani e il geometra Flavio Giai Miniet, funzionari di Città Metropolitana, sono chiamati a rispondere per la tragica morte di Raffaele Mazzamati, 35 anni di Feletto, e la giovanissima Debora Biscuola, 18 anni, di Castellamonte. L'incidente avvenne il pomeriggio del 29 ottobre 2017, lungo la SP 222 tra Ozegna e Rivarolo.
Alla guida della Fiat Grande Punto c'era Mazzamati, al suo fianco la bellissima Debora, studentessa dell'Ubertini di Caluso, nel fiore degli anni. Sul sedile posteriore si trovava Fabio Giolito, l'unico sopravvissuto, seppur con ferite gravi. Dopo aver affrontato la curva del Bogo, l'auto perse aderenza, si mise di traverso sulla carreggiata e colpì con la ruota anteriore sinistra un muretto a bordo strada, precipitando nella roggia San Giorgio. I due passeggeri anteriori persero la vita sul colpo per le terribili fratture craniche provocate dal violento urto, mentre Giolito si salvò, seppur riportando un grave trauma cranico.
Oggi in aula la Pm Valentina Bossi al termine della sua requisitoria ha chiesto la condanna a 1 anno e 4 mesi per l'ingegnere Matteo Tizzani e il geometra Flavio Giai Miniet, i due funzionari di Città Metropolitana accusati di omicidio colposo per la morte di Raffaele e Debora. Tra le contestazioni c'è la mancata installazione di adeguate protezioni stradali.
Il processo, in corso davanti al Tribunale di Ivrea, è stato avviato grazie all' esposto presentato dall'avvocato Franco Papotti per conto del padre di Mazzamati e al successivo ricorso contro l'archiviazione inizialmente disposta dalla Procura. Solo dopo queste azioni legali, il fascicolo è stato riaperto e si è arrivati al dibattimento.
Dalle indagini è emerso che la curva del Bogo, teatro della tragedia, era già nota per la sua pericolosità e che numerosi incidenti si erano verificati in passato. La vettura su cui viaggiavano le vittime, una Fiat Grande Punto andò a sbattere con la ruota anteriore sinistra contro un muretto di calcestruzzo, che agì da leva facendo precipitare l'auto nella roggia San Giorgio.
Secondo la Pm Bossi, i due funzionari imputati non adottarono le necessarie precauzioni per garantire la sicurezza della strada, lasciando priva di protezioni la spalletta di calcestruzzo e il muretto, elementi che hanno aggravato la dinamica dell'incidente. Solo dopo la tragedia, infatti, venne installata una fila di new jersey in calcestruzzo lungo il margine destro della strada per impedire che altri veicoli potessero finire nella roggia.
L'accusa ha puntato il dito contro Tizzani, in qualità di dirigente della direzione viabilità di Città Metropolitana, e Giai Miniet, responsabile degli interventi manutentivi nell'area di competenza. Entrambi sono accusati di aver cooperato colposamente nella tragedia, non predisponendo misure di sicurezza adeguate per la protezione degli utenti della strada.
L'avvocato Stefano Tizzani, difensore di Matteo Tizzani, ha evidenziato che il suo assistito non ha avuto alcun ruolo nella valutazione del rischio per la curva del Bogo, poiché gli interventi su quel tratto erano stati effettuati prima del suo arrivo all'ente nel 2016. Ha sottolineato che la gestione delle risorse era vincolata da limiti di bilancio e che l'ente agiva su segnalazioni e dati statistici, che non indicavano criticità particolari su quel tratto di strada.

"Abbiamo sempre dovuto bilanciare la sicurezza con le ristrettezze economiche e il rischio di sanzioni della Corte dei Conti", ha dichiarato l'avvocato, citando le parole dette dall'ex direttore di Città Metropolitana Paolo Foietta, secondo cui l'ente viveva nel timore di incappare in manchevolezze gestionali sia per quanto riguardava le strade, che le scuole.
"Bisognava scegliere se rispondere in sede penale o per danno erariale" come ha rimarcato anche la Pm Bossi citando Foietta.
L'avvocato Tizzani ha inoltre precisato che il piano di interventi di sicurezza varato nel 2016 ha riguardato altre strade considerate più critiche, ma non la SP 222, perché in quel momento non c'erano stati segnali di allarme su quel tratto. "L'ingegner Tizzani non poteva immaginare il pericolo del muretto sulla Sp 222 dal suo ufficio di corso Inghilterra" ha dichiarato, riferendosi alla sede di Città Metropolitana di Torino.
Inoltre, ha evidenziato come gli interventi infrastrutturali siano sempre stati basati sulle analisi statistiche degli incidenti e che, al momento della tragedia, non risultavano segnalazioni di particolare pericolosità per la SP 222. Il piano di interventi avviato nel 2016 sulla base dei dati statistici raccolti, prevedeva protezioni per altri tratti stradali, ma non per quel punto specifico.
La Pm Valentina Bossi ha però sottolineato come la raccolta dei dati statistici sugli incidenti stradali da parte di Città Metropolitana presenti delle criticità. In particolare, ha evidenziato che l’ente prende decisioni sugli interventi da eseguire basandosi su dati ISTAT che arrivano con un ritardo di due anni e su una valutazione limitata dell’incidentalità.
In aula, la Pm ha messo in discussione il criterio con cui Città Metropolitana stabilisce le priorità degli interventi di sicurezza stradale, sostenendo che il tratto della SP 222 non era stato adeguatamente preso in considerazione nonostante il verificarsi di precedenti sinistri. Ha inoltre fatto emergere un apparente paradosso: da un lato, i dati sembravano non indicare una criticità sufficiente per giustificare interventi strutturali prima dell'incidente, dall’altro, dopo la tragedia, l'ente ha immediatamente installato i new jersey di protezione.

In sostanza, per la Pm Bossi, il metodo di raccolta e analisi dei dati non riflette la reale pericolosità delle strade, portando a decisioni tardive e insufficienti per la prevenzione degli incidenti.
Nella gestione degli interventi dei tremila chilometri della rete stradale metropolitana, il parametro di intervento sarebbero i morti. In quel tratto se n'era verificato solo uno su un traffico di circa 27milioni di vetture. Troppo poco per intervenire.
Un criterio che, però, ha convinto poco la pubblica accusa e l'avvocato di parte civile Franco Papotti, ex consigliere provinciale, che ha dichiarato: "Nei cantieri, non aspettano mica che un operaio cada per mettere le protezioni".
E proprio in merito alle misure preventive, l'avvocato Franco Papotti ha evidenziato com'era stato gestito il pericolo dopo quel terribile incidente: "Pochi mesi dopo sono stati posti i new jersey in quel punto. La spesa di 50mila euro era stata disposta con una semplice determina degli uffici" ha evidenziato l'avvocato Papotti per rimarcare che si trattava di un semplice intervento nelle disponibilità dei funzionari e non certo di pianificazione da delegare in sede politica. "Per un ente come Città Metropolitana, 50mila euro sono bazzecole. Non servono appalti, basta prelevarli da quel cassetto chiamato spesa corrente".
Il dibattito in aula si è concentrato su una questione cruciale: se ci fosse stata una barriera adeguata, Mazzamati e Biscuola sarebbero sopravvissuti?
Per l'accusa, la risposta è chiara: sì. La spalletta di cemento era un ostacolo insidioso che avrebbe dovuto essere eliminato o protetto prima della tragedia. Per la Pm, quel muretto è stata la leva che ha fatto ribaltare l'auto nella roggia causando la tragica morte dei due ragazzi e il ferimento del terzo. Secondo la difesa, invece, la curva era stata già oggetto di interventi e non si poteva prevedere un incidente di tale dinamica.
Le difese, dal canto loro, hanno chiesto l'assoluzione di entrambi gli imputati. La decisione della corte sarà cruciale per stabilire il confine tra colpa omissiva e impossibilità di prevenire l'evento.
La sentenza potrebbe costituire un precedente importante nella gestione della sicurezza stradale da parte degli enti pubblici. Un verdetto di condanna segnerebbe un punto di svolta nella responsabilità dei funzionari chiamati a garantire la sicurezza delle infrastrutture. Se invece gli imputati verranno assolti, si aprirà un dibattito su quanto realmente si possa fare per prevenire simili tragedie.

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