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Cronaca
04 Febbraio 2025 - 15:00
Nuova puntata della saga degli eventi torinesi che, tra una pralina e una tazza fumante di cioccolata, nascondeva ben altro sapore: quello della trattativa sottobanco. Secondo quanto emerge dall'inchiesta coordinata dal pubblico ministero Manuela Pedrotta, la manifestazione Cioccolatò non si sarebbe limitata a deliziare i palati dei torinesi, ma sarebbe finita impastata in un'intricata rete di favori, minacce velate e richieste economiche che chiamano in causa personaggi di spicco del giornalismo enogastronomico e dell'imprenditoria locale.
A finire sotto la lente degli investigatori della Sezione investigativa di Torino dello Sco (Servizio centrale operativo della polizia), un gruppo capeggiato dall'imprenditore Francesco Ferrara, arrestato a giugno 2024 con accuse di estorsione e sequestri, e ora ai domiciliari. L'accusa sostiene che Ferrara avesse un piano ben preciso: garantirsi il rinnovo dell’evento Cioccolatò sfruttando le influenze del giornalista Luca Ferrua (non indagato in questo filone d'indagine, ndr), che avrebbe dovuto usare i suoi contatti per assicurare la conferma della manifestazione prima dell’inizio dell’edizione 2023. Il compenso? Una modica cifra da 10mila euro.
“Quel giornalista ha potere”
A incastrare il giro, una serie di messaggi WhatsApp scambiati tra i protagonisti dell’inchiesta. Secondo gli inquirenti, Ferrua avrebbe avanzato richieste economiche in cambio di un intervento sulla pubblica amministrazione per favorire il gruppo di Ferrara. Tra le chat, spunta anche un presunto avvertimento in stile padrino: “Mi sembra chiaro che il mio apporto per l’evento non vi interessa più... sono certo che farete un buon lavoro in un’edizione decisiva come questa... un grande in bocca al lupo”. Un messaggio che per gli investigatori sarebbe stato percepito come una minaccia velatada parte di Ferrara, che rispondeva allarmato: “L’ultimo messaggio è una minaccia”.
Il nome di Ferrua, però, non spunta solo nell'affaire Cioccolatò. Il giornalista è infatti già indagato in un altro procedimento legato alla sagra del fritto misto di Baldissero, che vede coinvolta la sua società Rosfert srl, accusata di aver ricevuto fondi pubblici per costi gonfiati o falsamente dichiarati.
Dalla cioccolata al fritto misto: il giornalismo che fa business
L'inchiesta di Baldissero, coordinata dal pm Elisa Buffa, ruota attorno all’ipotesi di corruzione e turbativa della libertà di scelta del contraente, con Ferrua e la sua società nel mirino insieme a due funzionari di Visit Piemonte e un consigliere comunale. In questo caso, l'accusa sostiene che la Rosfert srl abbia ottenuto un incarico per la promozione della sagra in cambio di favori non meglio specificati, tra cui il patrocinio di Ascom, Camera di Commercio e articoli di giornalisti influenti.
L’inchiesta su Cioccolatò e i mercatini di Natale si intreccia così con lo scandalo del fritto misto, dipingendo un quadro sempre più preoccupante di relazioni opache tra comunicazione, eventi e politica locale. Non solo Ferrua, ma anche l'assessore al Commercio Paolo Chiavarino (non indagato, ndr) compare nelle chat esaminate dagli investigatori: il giornalista vantava di poter contare sul suo appoggio per l’assegnazione di eventi come la Fiera del Cioccolato di Firenze e i mercatini di Natale di Torino 2023.

La ruota panoramica e l’affare che gira
Nel frattempo, il gruppo Ferrara puntava a un altro grosso business: la ruota panoramica da installare durante gli eventi natalizi in piazza. Un affare che fa gola a molti, tanto che la pubblicazione di alcuni articoli sull'argomento avrebbe mandato in fibrillazione il gruppo, temendo una manovra per favorire la concorrenza. A tranquillizzare tutti, ancora una volta, sarebbe stato Ferrua, che si sarebbe detto disponibile a mediare con la pubblica amministrazioneper portare a casa l’affare. La presunta mediazione prevedeva un incontro con l'assessore ai Grandi Eventi Domenico Carretta (non indagato, ndr), con annessa richiesta di un compenso per i suoi servigi.
Il gruppo Gedi, di cui Ferrua faceva parte come ex direttore de Il Gusto, prende atto dell’inchiesta e si limita a dichiarare che valuterà eventuali azioni "secondo le normative contrattuali".
Insomma, tra un cioccolatino e un cartoccio di fritto misto, Torino si trova a fare i conti con uno scandalo che sa più di bruciato che di dolcezza. E il giornalismo, quello vero, dovrà interrogarsi sul confine sempre più labile tra informazione e affari.
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