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Cronaca

Violenze nel carcere di Ivrea. Il pentito Alfio Garozzo accusa: "Lì dentro si poteva anche uccidere"

L'acquario dei pestaggi, le manganellate e le notti nudi su brande senza neppure il materasso. In aula i racconti dei detenuti

Il pentito Garozzo ha testimoniato oggi in aula ad Ivrea

Il pentito Garozzo ha testimoniato oggi in aula ad Ivrea

"Quando era procuratore di Ivrea Ferrando, lì dentro potevano fare di tutto e non interessava a nessuno".

Si è aperta oggi un’altra pagina del lungo e complesso processo che coinvolge le guardie carcerarie del carcere di Ivrea, accusate di violenze sistematiche e abusi nei confronti dei detenuti. Un’aula gremita e silenziosa ha ascoltato, in collegamento video, le dichiarazioni di Alfio Garozzoex pentito e convivente della ''boss in gonnella'' Giusy Vitale, che ha descritto con crudezza il clima che si respirava nella struttura negli anni in cui lui stesso era recluso.

Con un tono accusatorio, l'ex detenuto ha dipinto un quadro inquietante, in cui la violenza non solo era tollerata ma sembrava essere parte integrante della gestione quotidiana della struttura. "Ero nel reparto dei semilibertà. Il clima lì era diverso, ma sapevamo tutti cosa succedeva nell’acquario, dove li massacravano."

Poi ha dichiarato: "E’ da pazzi prendere un detenuto e picchiarlo in tre o quattro. Una persona come me, con un passato come il mio non può tollerare una scena simile. Se mi avessero chiesto: mi fai una cortesia, me ne ammazzi qualcuno? Io l’avrei fatto".

E' bene ricordare che l'inchiesta su quanto accadeva in quegli anni in carcere a Ivrea era stata avviata e poi archiviata dalla procura eporediese. Poi avocata da Torino nel febbraio del 2020, su richiesta dell’allora garante dei detenuti Paola Perinetto e dall’avvocato Maria Luisa Rossetti.

“Contrariamente a quanto si sosteneva in una richiesta di archiviazione presentata dalla Procura di Ivrea – scriverà Francesco Saluzzo – è presente documentazione medica in ordine alle lesioni riportate da un detenuto giunto in infermeria per essere medicato per escoriazioni e sanguinamento nasale e che presentava numerose escoriazioni su gambe, braccia e polsi (manette) e che ha riferito di essere stato immobilizzato a trasportato di peso da alcuni agenti di polizia penitenziaria. Nessuna indagine è stata svolta per circostanziare i fatti e i maltrattamenti con riguardo”.

Già nell’estate del 2019 la Procura di Torino si era lamentata che sui pestaggi del 2015 e 2016  “le uniche indagini svolte dalla Procura di Ivrea si erano concretizzate nell’acquisizione, presso la Casa circondariale di Ivrea, del registro delle sanzioni disciplinari, da cui risultava che il detenuto era stato sottoposto a isolamento, in esecuzione di quanto deliberato dalla direzione della casa circondariale di Vercelli, dunque, in mancanza di qualsiasi indagine volta a fissare il quando del pestaggio asseritamente patito dal detenuto…”.

Il dito era puntato sul Procuratore capo di Ivrea Giuseppe Ferrando che  “per lo svolgimento delle indagini si era avvalso della Polizia penitenziaria del carcere di Ivrea, alla quale appartengono gli indagati e le persone che, in virtù degli esiti di tali indagini, avrebbero potuto essere indagate”.

La Procura generale di Torino, che ha avocato il caso nel 2020 dopo anni di immobilismo a Ivrea, ha tracciato un quadro di abusi sistematici: pestaggi, umiliazioni, cartelle cliniche mancanti e referti medici falsificati per occultare le violenze. 

"La direttrice mi chiese di riportare quello che vedevo," ha raccontato oggi Garozzo. "Ma di giorno non ero presente, e la sera mi chiudevano in cella. Come potevo fare le indagini per lei? Tutti sapevano, dagli infermieri ai dottori. Sentivamo le urla da cinquanta metri, anche in altri padiglioni."

L'“acquario”: una sala degli orrori

Secondo le testimonianze raccolte e le denunce fatte dai detenuti, l’acquario era una stanza priva di riscaldamento, con pareti lisce e finestre oscurate, situata a pochi passi dall’infermeria. Qui, lontano da occhi indiscreti, si sarebbero consumate le violenze più brutali. Detenuti pestati, spogliati e lasciati nudi per ore; altri, manganellati e presi a calci, venivano trasferiti d’urgenza in altri istituti per occultare i segni delle percosse.

In una lettera firmata da diversi detenuti, viene descritto  il pestaggio avvenuto nella notte tra il 25 e il 26 ottobre 2016. "Sentivamo le urla: Stanno entrando!", hanno scritto. Gli agenti, alcuni arrivati in assetto antisommossa da altre carceri, avrebbero fatto irruzione nelle celle e colpito i reclusi con manganelli e idranti. La mattina seguente, i detenuti testimoniavano di aver visto corpi tumefatti e altri prigionieri trasportati in condizioni disumane.

Il primo degli episodi contestati risale proprio alla sommossa avvenuta in carcere il 25 ottobre 2025.

"Mancava tutto - ha raccontato oggi  in aula Marco Dolce, 30 anni di Grosso Canavese. All'epoca era un ventenne entrato da poco in carcere -. La protesta partì e io mi feci trascinare".

I detenuti iniziarono a battere contro le porte di ferro per protesta. Poi vennero bruciati giornali, pagine di libri. Vennero utilizzati gli estintori per spegnere gli incendi. 

Il detenuto viene portato nell’infermeria, denudato e preso  a pugni e manganellate dagli agenti. Nella relazione gli agenti scriveranno che aveva “sbattuto la faccia scivolando accidentalmente  sul pavimento reso scivoloso dall’acqua utilizzata per spegnere i focolai in precedenza appiccati in sezione...”. 

Dolce, invece, ha raccontato di essere stato portato al piano di sotto tra due cordoni di agenti che lo colpivano e che sarebbe caduto proprio a causa delle percosse.

"Portarono anche me nell'acquario. Mi fecero spogliare e mi colpirono a mani nude, soprattutto al costato. Quella notte mi fecero dormire sulla branda senza materasso e solo con le mutande. Non ricordo se mi lasciarono la coperta. Ma avevo freddo".

Stesso film, nella stessa giornata, con un altro detenuto portato in infermeria, fatto spogliare e percosso. In questo caso nella relazione si scriverà che avrebbe iniziato a sbattere la testa violentemente contro il vetro urlando ad alta voce “...e poi dirò che siete stati voi a picchiarmi, così vi rovino, pezzi di merda...”.

Risale invece al 22 maggio del 2016 il pestaggio di Rabi Raji, al 10 giugno dello stesso anno quello di Gerardo Di Lernia e, infine al 18 maggio del 2021, di Mouhssin Hamriti.

Per Hamriti, il reato contestato era di tortura, ma a giudizio l'accusa è stata derubricata in lesione, come per tutti gli altri episodi.

Una lettera di un detenuto dell’epoca descriveva un “modus operandi” preciso: chi veniva picchiato, veniva poi accusato di resistenza o di atti di autolesionismo per giustificare i referti medici.

L'ex comandante del carcere, Michele Pitti, aveva confermato l’esistenza di queste pratiche, definendole come “contromosse” per insabbiare le denunce.

Tra i racconti più agghiaccianti, quello di un detenuto che, dopo aver tentato il suicidio, sarebbe stato picchiato da dodici agenti nella "cella liscia", rimasto nudo per venti giorni senza poter vedere un avvocato o usufruire dell’ora d’aria. "Mi colpivano ai testicoli, mi davano tranquillanti contro la mia volontà. Mi hanno ridotto come un morto vivente," ha raccontato.

L’indagine avocata dalla Procura di Torino si era chiusa con una ventina di indagati a vario titoloFrancesco Callerame 35 anni, Salvatore Fantasia di 34, Giovanni Simpatico di 41, Ciro Casillo di 31, Giuseppe La Porta di 39, Marco Fiorino di 50, Francesco Ventafridda di 53, Domenico Sorrenti di 33, Pietro Semeraro di 33, Giuseppe Picerno di 40,Giuseppe Pennucci di 51, Alessandro Armenio di 34, Massimiliano Cannavò di 51, Alessandro Landriscina di 48, Paride Petruccetti di 51, Massimo Genovesi di 51, (tutti difesi dall’avvocato Celere Spaziante), Felice Cambria di 41 (avvocato Mario Benni), Massimo Calvano di 39 (avvocato Angelo Lavorato), Giovanni Muscolino di 51 (avvocato Marco Ritella), Salvatore Avino di 38 (avvocato Alessandro Radicchi), Mickael Palumbo di 38, Fabio Pasqualone di 38 (avvocato Mauro Pianasso), Mario Fortunato di 38 (avvocato Patrizia Mussano), Giuseppe Carabotta di 49 (avvocato Antonio Mencobello), Franco Rao, Rocco Firenze (avvocato Enrico Scolari), Emanuele Granato di 36, e Giovanni Birolo di 54.

All’interno di fascicoli, alcune confidenze dei detenuti messe nero su bianco.  E sono, pugni, calci, manganellate e verbali falsificati affinché quelle profonde ferite diventassero frutto di “scivolamenti su pavimenti bagnati” o atti di autolesionismo. E non mancavano le umiliazioni, come quelle di tenere i detenuti nudi per ore e ore. 

Nelle carte si racconta di quel medico che era di turno e sorseggiava beatamente il caffè, nei pressi del distributore automatico, mentre gli agenti della polizia penitenziaria picchiavano un detenuto senza troppi patemi d’animo. 

La vicenda  risale al 7 luglio 2015.  Quel giorno scrivono i magistrati «anziché impedire l’evento, come sarebbe stato suo obbligo, quanto meno chiamando immediatamente il comandante della polizia penitenziaria, continuava a sorseggiare il caffè, presso il distributore automatico». 

Alcuni degli imputati sono già stati assolti. A novembre, con un colpo di scena - dopo anni di indagini e più di un’udienza preliminare, erano usciti dal processo in quattro. Sono gli agenti di polizia penitenziaria: Francesco Callerame, Massimo Calvano, Massimilano Cannavò e Salvatore Fantasia. 

“Ci siamo sbagliati”: queste le parole pronunciate in aula dal procuratore generale Giancarlo Avenati Bassi, che insieme alla PM Sabrina Noce ha ammesso l’errore. La frase contestata, motivo principale delle accuse, semplicemente non esiste. Di fronte a tale ammissione, il giudice Edoardo Scanavino non ha potuto che concludere con una sentenza di assoluzione perchè “il fatto non sussiste”.

Gli avvocati difensori – tra cui Celere SpazianteAlessandro RadicchiAntonio Mencobello ed Enrico Scolari – avevano accolto con soddisfazione la sentenza. “Esprimo enorme soddisfazione per il risultato conseguito”, aveva dichiarato l’avvocato Spaziante, ricordando come la richiesta di archiviazione fosse stata avanzata già all’udienza preliminare. “Non era necessario prolungare l’afflizione di questi imputati, già provati da dieci anni di processo”.

LETTERE DAL CARCERE

Di seguito la lettera, a firma di alcuni detenuti, scritta l'11 novembre 2016, dopo la sommossa e i pestaggi del 25 e 26 ottobre 20216

Noi sottoscritti Agostino Stefano, Esposito Giovanni, Palo Matteo, Maccarone Francesco dichiariamo quanto segue:

Siamo detenuti presso la Casa Circondariale di Ivrea, nella notte tra il 25 e il 26 ottobre 2016 sono accaduti pestaggi ed abusi verso sei detenuti, tra cui: Angelo, Boccale Francesco, Edoardo Surco,Dolce Marco, Alex sudamericano e Paparazzo.

La sera del 25 ottobre al 4° piano si trovavano 4 dei ragazzi sopra indicati, che con delle urla gridavano e gridavano per farsi sentire da noi e da tutti i detenuti con la speranza che li sentissimo e potessimo capire cosa stesse accadendo lassù.

Verso le 23.00 sentivamo le urla di Surgo Edoardo:“Stanno entrando!” In quel momento capimmo che gli assistenti si stavano preparando per fare irruzione nelle celle, sentimmo ancora i compagni gridare: “venite uno alla volta.” Gli assistenti di Ivrea avevano chiamato in rinforzo i colleghi di Vercelli, presentatisi in assetto antisommossa muniti di manganello e scudi, causando con questi abusi e violenze verso i nostri compagni.

Addirittura noi del 1° piano abbiamo sentito gli assistenti che ad un certo punto urlavano: “Basta così li ammazzate.” Allora ad un certo punto dopo il pestaggio e gli idranti, tutto si è fermato. Silenzio.

Poi la mattina seguente verso le 13.00, prima io (Palo Matteo) passando per l’infermeria mi accorgo che nella saletta detta “l’acquario” c’era Surco Edoardo sdraiato per terra con un evidenti trauma alle braccia e al corpo. Ma la cosa più atroce è che io, Esposito Giovanni, Agostino Stefano mentre andavamo in infermeria come tutti i giorni alle 13.30, di sfuggita dai vetri oscurati del ”acquario” vedemmo una coperta e sotto una forma di un corpo.

Subito cominciammo a battere la prima volta con esito negativo, interrotti dall’assistente dell’infermeria che ci disse:”Dai facciamo presto e andate su”. Non contenti al nostro ritorno facemmo presente alla Dottoressa del Sert quello che avevamo visto: “Un corpo coperto, che al nostro battere sul vetro non dava segni di vita!”

Subito la Dottoressa si alzò e venne a controllare, ma nel frattempo giungevano una quindicina di assistenti per allontanarci. In quel momento Edoardo Surco si alzò e tutto barcollante ci disse: “Guardate cosa mi hanno fatto.” Aveva tutto il corpo tumefatto ed era in mutande e canotta, dopodiché gli Assistenti con vigore ci hanno allontanato.

Tutto questo è successo anche con Grottini e Alex il sudamericano. La sera del 26 ottobre i due furono trasferiti verso altri carceri, tra cui Novara e Cuneo, questo per non far vedere ai dottori e agli altri detenuti quello che era successo.

Noi qui stiamo testimoniando tutto quello che è accaduto, poteva esserci un altro caso Cucchi, addirittura più accentuato e che avrebbe coinvolto altre persone.

Il caso che abbiamo appena spiegato è stato scaturito per questi seguenti motivi: in questa struttura detentiva dove tutti noi dobbiamo stare è malfunzionante e mal gestita, ci sono problemi igienico sanitari, il vitto non funziona adeguatamente.

La televisione in alcune celle non esistono e dove ci sono hanno il tubo catodico non più a norma, di conseguenza si ricevono alcuni canali, i materassi sono putridi e fatiscenti.

Le reti fuori dalle sbarre delle finestre anch’esse non più a norma per la vista; le brande sono bullonate al pavimento e i blindi delle celle non rispettano le norme vigenti, all’interno di queste la capienza sarebbe per una singola persona ma sono occupate da due detenuti.

Il sopravvitto è il più caro del Piemonte, ad esempio 1 bombola di Gas qui costa 2,50 euro mentre al LoRusso e Cotugno di Torino costa 1,50 euro e così per tutto il resto del sopravvitto.

La fornitura amministrativa non viene data quasi mai, un detenuto con due rotoli di carta igienica. La dignità non esiste.

I Firmatari:

Agostino Stefano
Palo Matteo
Esposito Giovanni
Maccarone Francesco

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