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Quando la 'ndrangheta alloggiò in un bed&breakfast a Ivrea per organizzare un omicidio

I tentacoli della famiglia Crea di Gioia Tauro in Canavese e sotto le rosse torri

Omicidio di Marcello Bruzzese

Omicidio di Marcello Bruzzese

La Procura di Pesaro ha richiesto l'ergastolo per Rocco Versace, calabrese, 58 anni, accusato dell'omicidio di Marcello Bruzzese, avvenuto la sera di Natale del 2018 davanti alla sua abitazione.

Bruzzese era il fratello di Girolamo Biagio, un collaboratore di giustizia che ha contribuito, a partire dal 20023, all'arresto e alla condanna di numerosi membri della cosca Crea di Rizziconi nella piana di Gioia Tauro. 

Secondo l'accusa, l'omicidio sarebbe stato commesso per agevolare la cosca Crea, una delle più potenti della 'Ndrangheta, con radici profonde a Rizziconi e ramificazioni che si estendono fino a Ivrea.

Durante la requisitoria la procuratrice capo di Ancona, Monica Garulli, assistita dai pm Paolo Gubinelli e Daniele Paci ha delineato come Rocco Versace avrebbe orchestrato l'omicidio, eseguito materialmente da Francesco Candiloro e Michelangelo Tripodi, già condannati all'ergastolo in giudizio abbreviato.

Gli inquirenti hanno sottolineato i legami tra Versace e i due esecutori e i collegamenti con Ivrea e Termoli, città dove risiedevano altri due fratelli di Marcello Bruzzese.

A quanto ricostruito dagli inquirenti, prima di colpire Marcello Bruzzese i killer avevano preso in considerazione come possibili vittime altri due fratelli del collaboratore di giustizia Girolamo Bruzzese.

“La cosca Crea non aveva ancora deciso chi ammazzare, ma dovevano farla pagare,” ha affermato l'accusa.

La Procura ha sottolineato come Versace fosse già stato condannato per aver favorito la latitanza di Teodoro Crea, capo della famiglia.

Nell'aula della corte d'assise di Pesaro, la lunga deposizione del maresciallo del Ros Francesco Lobefaro, in particolare riguardo alle fasi preparatorie dell'omicidio. Un quadro emerso dall'analisi di oltre un miliardo di dati telefonici, tutte censite grazie a una applicazione creata ad hoc dal Ros dei Carabinieri: la Ligatab.


Secondo quanto ricostruito seguendo gli spostamenti delle schede sim olandesi in possesso del commando, nel marzo del 2018, nove mesi prima del delitto, Michelangelo Tripodi (già condannato assieme a Francesco Candiloro come esecutore materiale dell'agguato) era stato accompagnato da Rocco Versace, l'imputato di questo processo, in una serie di sopralluoghi: prima a Ivrea, dove abitava Francesco Bruzzese (deceduto anni dopo per cause naturali), e dove i due rimasero diversi giorni, registrandosi con nomi falsi in un bed&breakfast.

Poi, a fine mese, a Termoli, dopo varie soste lungo la penisola: nella città molisana viveva la sorella del pentito.

L'omicidio di Marcello Bruzzese è stato poi deciso e pianificato nei minimi dettagli fino al novembre del 2018 quando Versace si reca a Pesaro.

Dall'analisi dei movimenti dei telefoni cellulari emerge anche l'esistenza di un presunto quartier generale usato per la pianificazione dell'omicidio: si sarebbe trovato tra Lazio e Umbria, ma non è mai stato individuato con esattezza, dato che - ha spiegato il maresciallo Lobefaro - l'area montuosa determinava continui cambi nella cella agganciata dai dispositivi.

In questo covo, il 2 dicembre del 2018, si sarebbe tenuto un incontro finale tra Versace, Candiloro e Tripodi, prima che gli ultimi due tornassero a Pesaro per colpire.

Per la Procura, dunque, "Versace avrebbe avuto il ruolo di supporto logistico all’omicidio» e avrebbe fornito un «contributo causale procurando le utenze criptate secondo un progetto unitario di eliminare il fratello del collaboratore e con un ruolo determinante nella pianificazione dell’omicidio".

E, inoltre, non avrebbe "partecipato alla fase esecutiva perché avrebbe esposto lui e la cosca essendo un soggetto noto"
.

Di qui la richiesta dell’ergastolo, senza attenuanti perché si è trattato di «un omicidio efferato che denota insensibilità nei confronti della vittima e da monito per evitare altre dissociazioni".

Marcello Bruzzese viveva sotto protezione, ma ciò non è bastato a salvarlo dalla vendetta della 'Ndrangheta.

L'omicidio, avvenuto la sera di Natale, è stato un chiaro segnale della determinazione della cosca Crea a mantenere il controllo e a punire i traditori. La scelta di colpire Marcello in un momento di festa e tranquillità familiare sottolinea la spietatezza della cosca.

Il clan Crea e i legami con gli Alvaro a Ivrea

A Torino si è aperto un processo alla 'ndrangheta che si concentra sulle infiltrazioni della famiglia Crea in Canavese e a Ivrea.  A coordinare l'inchiesta, con 25 indagati, denominata "Cagliostro", i pm Livia Locci e Dionigi Tibone che all’alba del 9 aprile del 2023, a Ivrea, Chivasso e Vibo Valentia, tramite i militari del Comando Provinciale Carabinieri di Torino avevano chiesto la custodia cautelare per 9 soggetti, tutti ritenuti gravemente indiziati a vario titolo, dei reati di associazione di tipo mafioso, nonché truffa aggravata, estorsione, ricettazione, usura, violenza privata e detenzione e porto illegale di armi aggravati dal metodo mafioso.

L’indagine, condotta a partire dal 2015 dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Torino ha permesso di raccogliere gravi indizi di colpevolezza in ordine all’operatività di una locale di ‘ndrangheta, operante a Ivrea e in Canavese, caratterizzata dalla presenza di soggetti ritenuti appartenenti alla cosca degli Alvarocarni i cani” di Sinopoli (RC), associazione che "si sarebbe avvalsa della forza d’intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà per commettere in particolare delitti di estorsione, truffa ed usura, con predisposizione dei mezzi necessari al raggiungimento degli obiettivi illeciti – luoghi di incontro, telefoni cellulari, utilizzo di autovetture – e con suddivisione dei ruoli".

Secondo le ipotesi accusatorie, al vertice del sodalizio ci sarebbe stato Domenico Alvaro detto “il biondo”, nato a Palmi (RC) il 25.08.1977, residente a Chivassoappartenente alla 'ndrina operante a Sinopoli (RC) diretta emanazione del padre Carmine Alvaro “u cupirtuni”. Domenico Alvaro è attualmente detenuto presso la casa circondariale di Terni

Tutto è cominciato nel mese di novembre del 2015 in continuità con le indagini “CARNI I CANI" e “BIG BANG”con l’obiettivo di analizzare, per l'appunto, i contatti tra il clan CREA e Domenico Alvaro.

Fin dalle prime battute è emersa  la presenza di due ambienti criminali distinti, entrambi di matrice ‘ndraghetista  in cui Domenico Alvaro, primogenito di Carmine Alvaro, si sarebbe mosso: da un lato un’organizzazione dedita ad un vasto traffico di sostanze stupefacenti su scala internazionale con base in Torino, dall’altro un’organizzazione, facente capo allo stesso Domenico Alvaro, dedita alla commissione di vari reati contro il patrimonio sul territorio italiano ed estero.

La prima dedita al traffico di stupefacenti era stata censita con l’indagine “CERBERO” che nel 2019 aveva portato all’arresto di 71 persone per associazione di tipo mafioso.

In questo secondo filone, oltre al reato associativo sono stati raccolti gravi indizi di colpevolezza per una serie di truffe commesse in concorso con altri indagati non appartenenti all’associazione, perpetrate ai danni di imprenditori operanti in provincia di Torino.

Secondo quando si legge nell'ordinanza, gli indagati si accreditavano espressamente come persone legate a “famiglie” criminali calabresi prospettando alle vittime, alcune delle quali in difficoltà economica, la possibilità di acquistare ingenti somme di denaro “sporco” corrispondendo in cambio somme di denaro significativamente inferiori con il versamento, a titolo di anticipo, di un acconto, a volte sotto forma di lingotti d’oro e gioielli, che diventavano il provento del raggiro.

Una volta scoperte le truffe, gli indagati avrebbero utilizzato la loro appartenenza all’associazione mafiosa per intimidire le vittime e farle desistere da ogni azione per riavere il maltolto. Le somme sottratte in modo fraudolento supererebbero i 600.000 euro.

A Ivrea e dintorni operavano Antonino Mammoliti, 57 anni, braccio destro di Domenico Alvaro, oggi in carcere a Prato difeso dell'avvocato Paolo Maisto, referente nei rapporti con il clan Belfiore e per il reperimento di armi. E poi ancora Aniello Buondonno , 55 anni, detenuto a Tolmezzo (Udine) difeso dall'avvocato Enrico Scolari, e Flavio Carta , 49 anni, in carcere  Bologna,  difeso dall'avvocato Leo Davoli

Tra gli episodi contestati uno riguarda un imprenditore edile di Chivasso in difficoltà economica a cui Domenico Alvaro aveva commissionato dei lavori di ristrutturazione e poi non lo avrebbe pagato accordandosi con Piero Speranza perché prestasse alla vittima 5 mila euro (con mille euro di interessi). Finanziamento di cui avrebbero poi discusso al Lago Just blu di Bollengo, luogo che ritorna spesso all'interno delle carte dell'indagine, di cui Speranza è ritenuto amministratore di fatto.

Sempre al lago Just Blu sarebbe avvenuta la ricomposizione di una faida con i fratelli Francesco e Giuseppe Belfiore, nella quale in realtà Speranza sarebbe stato vittima di un'estorsione da 10mila euro, per aver perpetrato una truffa in un territorio considerato di loro competenza.

Tra gli indagati, per un episodio di truffa, anche un avvocato, Carlo Paolo Brevi nato a Ivrea ma residente a Torino.

Anomala, nel contesto dell'indagine, è la figura di Piero Speranza, accusato di concorso esterno all'associazione. Secondo i pm non solo ideava i crimini da commettere e i piani per metterli in atto, ma collaborava anche con il capo per distribuire tra gli associati i compiti nell'esecuzione. 

S'aggiungono due estorsioni condotte ai danni di un broker finanziario dal quale i membri dell'organizzazione si sarebbero fatti consegnare 85.000 euro, incassati mediante l’intermediazione di alcune società fittizie ed in danno di alcuni imprenditori operanti nel mercato ittico.

L’indagine ha anche consentito di raccogliere elementi sul ruolo di alcuni esponenti del clan Belfiore, che avrebbero estorto del denaro a due degli indagati proponendosi quali alternativi agli Alvaro. 

Il forte legami tra gli Alvaro e i Crea negli anni '70

Agli Alvaro e alla Famiglia Crea è riconducibile un omicidio avvenuto a San Mauro Torinese l'11 luglio del 2004, quello di Giuseppe Gioffrè. Lo ha di recente ribadito la Corte d'Assise del Tribunale di Ivrea con una sentenza significativa di condanna a trent'anni di reclusione di Paolo Alvaro, 59 anni, ritenuto colpevole di aver partecipato all'esecuzione mafiosa.

Giuseppe Gioffrè, 77 anni, era stato freddato a colpi di pistola mentre sedeva su una panchina nel giardino di fronte alla sua casa. Le indagini iniziali non portano a risultati concreti e il caso rimane irrisolto per anni. Gioffrè è una figura controversa, con una storia personale legata a un grave episodio di sangue avvenuto nel 1964 a Sant'Eufemia d'Aspromonte, in Calabria.

All'epoca, Gioffrè, che gestiva un negozio di alimentari, uccide due persone durante una disputa, un fatto che scatena una faida con il clan locale. Dopo aver scontato la sua pena e subito la perdita della moglie e del figlio, assassinati mentre lui era in carcere, Gioffrè si trasferisce a Torino nel 1976 per rifarsi una vita.

Le indagini, per anni, non portano a nulla fino a quando, nel 2022, un'analisi dei carabinieri del Reparto Investigazioni Scientifiche di Parma riaprono il caso con la scoperta di un'impronta digitale su una bottiglietta di plastica trovata vicino all'auto utilizzata dal commando, poi data alle fiamme. Quell'impronta fa scattare le manette ai polsi per Giuseppe Crea e Paolo Alvaro.

Le infiltrazioni della 'ndrangheta in Piemonte

In Piemonte operano numerose famiglie di 'ndrangheta. Tra le più note ci sono gli Ursino, Belfiore, Aquino-Coluccio, Lo Presti-Ursino, Crea-Simonetti, Commisso, Cordì e Bonavota. Queste famiglie sono attive soprattutto nel traffico di droga, nelle estorsioni e nelle infiltrazioni nelle società di costruzione e nel settore dei rifiuti.

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