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24 Ottobre 2023 - 22:22
La "vocazione" del "gruppo di via Vittor Pisani 10", così ribattezzato dall'indirizzo a due passi dalla stazione Centrale di Milano in cui aveva uffici e "base logistica", era quella di "stringere alleanze e offrire ai partner" servizi per fare "profitti" all'interno di un "sistema" in cui le famiglie di 'ndrangheta ne traevano "evidenti benefici".
Servizi o meglio attività illecite che inquinavano settori economici di vario genere: dalle frodi sui contributi Covid e sull'Ecobonus nell'edilizia, fino alla "vendita di false fideiussioni" e ai traffici illeciti di carburante e rifiuti.
A capo di ben due associazioni per delinquere, una delle quali portava avanti il vecchio e redditizio business del narcotraffico con cocaina che arrivava pure da Perù e Brasile, ci sarebbe stato Giovanni Morabito, 59 anni, che ufficialmente collaborava come medico in diverse Rsa milanesi.
Morabito che, però, è anche il figlio dello storico "capo Crimine" della 'ndrangheta in Lombardia Giuseppe, detto U Tiradrittu, detenuto al 41bis.
Il 59enne, già condannato in passato per traffico di droga, è stato arrestato nella sua casa milanese nell'inchiesta dei carabinieri di Monza, del Nucleo investigativo della Penitenziaria e della Dia, coordinata dai pm della Dda Paolo Biondolillo e Sara Ombra, con l'aggiunto Alessandra Dolci.
Indagine nella quale sono state eseguite misure cautelari, firmate dal gip Domenico Santoro, nei confronti di 18 persone, mentre i pm ne avevano chieste 65 per altrettanti indagati. Il gip non ha riconosciuto l'accusa di associazione mafiosa, ma solo quella di associazione 'semplice' aggravata dalla finalità di agevolare la 'ndrangheta.
In una delle intercettazioni del dicembre 2020, Massimiliano D'Antuono, presunto braccio destro di Morabito e anche lui finito in carcere, fa l'elenco dei "plurimi servizi (illeciti) offerti", tra cui, riassume il gip, le "indebite percezioni di finanziamenti pubblici connesse al 'decreto liquidità' e al 'decreto rilancio'", provvedimenti legati alla fase della pandemia, con presentazione di "istanze per un valore di quasi 2 milioni di euro".
Alcune sono riuscite a farsele "liquidare" dai canali bancari, ma solo per circa 35mila euro, mentre tutto il resto è stato "bloccato", dopo l'intervento degli inquirenti.
Nel frattempo, il 26 giugno 2020 "negli uffici di via Vittor Pisani" si sarebbe tenuto un "importante" incontro in cui "sei gruppi" con dentro persone legate "a diverse e potenti famiglie di 'ndrangheta", dagli Alvaro ai Mancuso fino ai Piromalli, ai Bellocco e ai Morabito-Palamara-Bruzzaniti, avrebbero deciso di "operare" assieme "nel business dei rifiuti", spartendosi i guadagni.
D'Antuono diceva: "Se io devo mangiare sul gruppo di Tonino, devi mangiare anche te, deve mangiare anche il Benza (...) Ciccio ci porta la discarica tutti mangiamo".
Un altro indagato si era lasciato andare ad un commento più "efficace - scrive il gip - di qualsiasi altra considerazione", dicendo: "A San Luca una concentrazione così alta di persone non ce l'avevi".
Poi, il cosiddetto "capitale sociale" del gruppo capeggiato da Morabito, detto "il dottore", e che si avvaleva di "società 'cartiere'", consisteva anche nella conoscenza di "colletti bianchi" disponibili.
Tra loro un funzionario all'epoca al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, non indagato. "E' un portento, conosce tutti", spiegava, intercettato col troyan, Morabito raccontando di una "lezione" che gli aveva dato con dritte su come fare affari con l'Ecobonus. Il gruppo allo stesso tempo, tuttavia, spiega il gip, non aveva legami "organizzativi" con la cosca "madre" calabrese e l'unico dato di "collegamento" era la "persona di Giovanni Morabito".
Da qui la bocciatura della contestazione di associazione mafiosa.

Della famiglia Morabito si ricorda l'arresto, avvenuto in Brasile, nel maggio del 2021 di Africo Rocco Morabito, detto “Tamunga”, latitante dal 2017, da quando era evaso scavando un tunnel da un carcere in Uruguay, dove si trovava in attesa di essere estradato. Morabito era al secondo posto della lista dei latitanti più pericolosi dopo il “Capo dei capi” di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro. In Italia dove deve scontare ancora 30 anni di carcere, inflitti dalla Corte d’Appello di Milano, per associazione mafiosa e traffico internazionale di cocaina
Erano inseriti fra i latitanti di massima pericolosità facenti parte del “programma speciale di ricerca” e nell’elenco dei latitanti pericolosi stilato dal ministero dell’Interno. Nella serata di lunedì li hanno catturati.
L’arresto avvenne al termine di un pedinamento per le strade della capitale dello stato brasiliano di Paraiba.

Rocco Morabito
Nonostante la latitanza, gli inquirenti hanno scoperto come Tamunga continuasse a gestire il traffico internazionale di sostanze stupefacenti incontrando anche esponenti di spicco della ‘ndrangheta locale. Senza timore delle manette.
«Andava in spiaggia, frequentava i locali, non sembrava facesse una vita da latitante - ha spiegato il comandate del Ros, Pasquale Angelosanto -. Le indagini hanno avuto una svolta mercoledì scorso quando abbiamo avuto la percezione di spostamenti in Sudamerica”.
Arrestarono lui, insieme al narcotrafficante Vincenzo Pasquino (latitante dal 2019).
Secondo gli inquirenti Pasquino era ai vertici della rete di narcotraffico gestita dagli Assisi di San Giusto e attiva tra il Sudamerica, l’Europa, l’Italia, Torino e la Calabria.
Pasquino l'erede di Nicola e Patrick Assisi, arrestati a luglio del 2019 in Brasile. Solo quattro mesi dopo, a novembre del 2019, sarebbe dovuto finire in carcere nell'ambito dell’operazione Cerbero della Dda di Torino contro la ‘ndrangheta tra Volpiano, San Giusto e il torinese, ma lui a casa non c’era più. E non ci è mai tornato: irreperibile. A gennaio di quell’anno il “volpianese” di Torino era stato dichiarato latitante, inserito nell’elenco dei latitanti pericolosi.
Lui che alla luce del sole faceva il venditore all’ingrosso di automobili importate dalla Germania. Lui che è nato e cresciuto «capraro», prima di incontrare la ’ndrangheta e gli ‘ndranghetisti, che gli hanno «insegnato a leggere e scrivere». Alla moglie, intercettato dagli investigatori, diceva: «Non mi piace fare questi discorsi ma sappi che se mi chiedono di scegliere tra loro e te, io caccio te. Queste sono persone che mi hanno cresciuto, io un padre non l’ho mai avuto. Ero un capraro e mi hanno insegnato a leggere e scrivere. Quando puzzavo di fame non c’eri tu a portarmi 5 euro per campare e comprarmi le sigarette».
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