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Quella volta che la Regina Elisabetta chiese di adottare 8 cani utilizzati come cavie alla Rbm di Colleretto Giacosa

l'articolo de La Stampa

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Correva l’ottobre del 1990 e nelle cronache di quei giorni una notizia non tardò ad attirare l’attenzione dei media italiani e internazionali.  A Londra, sua Maestà, la regina Elisabetta II avrebbe espresso il desiderio di adottare i cani beagle utilizzati per esperimenti dai laboratori della Rbm a Colleretto Giacosa. La richiesta era arrivata ufficialmente all’Enpa, l’Ente Nazionale per la protezione degli animali e portava la firma di Barry Holmes del Daily Mirror. «Vogliamo adottare gli otto cani beagle che non abbaiano più». Stando alle successive ricostruzioni Buckingham Palace aveva appreso “il fattaccio” dalla rassegna.  Niente di strano considerando che la regina Elisabetta era uno dei più competenti allevatori di beagle, anche chiamati «segugi inglesi». L’azienda rispose evidentemente «no» alla richiesta e quei cani, oggetto di sperimentazione, verranno uccisi e poi sezionati per accertamenti di laboratorio.  Capitava tutto questo proprio mentre il Procuratore capo di Ivrea Bruno Tinti dava corso a accertamenti tecnico scientifici, successivi ad un blitz dei carabinieri. Sullo sfondo le polemiche sulla reale necessità di ricorrere agli animali per la sperimentazione di farmaci e cosmetici.  «Esistono numerose possibilità alternative - spiegò Silvano Traisci, presidente dell’Enpa di Torino - che spaziano dalle simulazioni attraverso i computer alla sperimentazione in vitro. Ma le aziende non sembrano propense a seguire questi nuovi protocolli di lavo¬ ro, anche per considerazioni meramente economiche».  Non era d’accordo Silvano Fumero, direttore generale della Rbm, che sul quotidiano torinese “La Stampa” sottolineò lo sforzo in questa direzione: «Faccio parte di una commissione di studio. Parecchio è già stato fatto, ed alcune sperimentazioni vengono ora eseguite in vitro. Ma il ricorso agli animali è ancora indispensabile in molti test».  Affermazione contestata da una parte degli stessi ricercatori e in numerosi studi. In uno di questi, il professor Pietro Croce, patologo, sostenne che le sperimentazioni di farmaci su animali erano inattendibili: «La dose letale di una sostanza varia moltissimo da specie a specie. Sottoposte ad assunzioni di metilfluoroacetato, ad esempio, le scimmie si dimostrano 73 volte più resistenti di un cane. E per altre sostanze questi rapporti vengono ribaltati. E’ quindi molto arduo individuare così le soglie per l’uomo».  Nei giorni successivi, carabinieri, guardie zoofile e magistrati controllarono i canali di approvvigionamento degli animali, forniti dalla società inglese Shamrock (i macachi e le scimmiette marmoset) e dalla italiana Monili. Quest’ultima, con sede a Reggio Emilia, pubblicò un dettagliatissimo catalogo con relativo preziario: ratti albini (sino a 4 etti di peso), topi neri, conigli albini e conigli leprati, cavie albine, caprette nane, cincillà, colombi, criceti, criceti cinesi, maiali nani, rane, rospi, sanguisughe, pulcini, lombrichi, montoni. E anche cani beagle.  Numerose le reazioni all’operazione dei carabinieri quando si seppe che nei magazzini del laboratorio di Colleretto Giacosa di animali ce n’erano  addirittura 150.  La Rbm respinse evidentemente ogni illazione: «La sperimentazione animale ed in vitro è stabilita da precise richieste di leggi nazionali ed internazionali, che hanno per obiettivo la tutela del consumatore e dell’ambiente. L’impiego degli animali avviene in ottemperanza alla normativa nazionale e alla direttiva Cee».  I dipendenti della Rbm inviarono una lettera aperta: «Poiché gli animali da noi custoditi non subiscono alcun maltrattamento, ognuno di noi si sente personalmente toccato dall’accusa mossaci di “boia ed aguzzini” di animali indifesi. Siamo consapevoli della particolarità del nostro lavoro, ma ci si deve rendere conto della sua necessità e, almeno sino ad oggi, insostituibilità».  Il consigliere regionale verde Enzo Cucco presentò un’interrogazione urgente all’assessore alla Sanità chiedendo una dettagliata relazione sull’attività della Rbm «con particolare riguardo ai risultati delle sperimentazioni». Un’altra interrogazione ai ministri di Sanità e Giustizia venne presentata dall’onorevole Massimo Massano del Msi che chiese anche un inasprimento delle sanzioni previste per chi maltrattava o seviziava gli animali. Chissà se senza l’interessamento della Regina d’Inghilterra quei beagle avrebbero fatto lo stesso rumore... Leggenda metropolitana o meno, vi furono in tutta questa storia alcuni dati incontrovertibili: la regina Elisabetta aveva fama di essere una grande amante degli animali, unanimamente riconosciuta come super esperta di beagle; le notizie sugli esperimenti nel Torinese erano state inserite nella rassegna stampa di Buckingham Palace; l’istituto di ricerca era stato interessato da accertamenti dei carabinieri e delle guardie zoofile dell’Enpa; la procura di Ivrea aveva aperto un’inchiesta (poi archiviata); il caso mobilitò movimenti animalisti, leghe antivivisezione e personaggi politici. 
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