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14 Marzo 2022 - 20:55
Gianni Palermo
Fatto il segretario, bisogna fare la segreteria.
Fumata nera lunedì 7 marzo, durante il primo incontro del neoeletto direttivo. Dalla sede Dem di corso Nazioni Unite 32 non è uscito il nome del presidente.
“Il numero dei presenti non era sufficiente - si smarca il segretario Federico Ferrara -. L’elezione del presidente deve essere il più condivisa possibile”.
Anche Gianni Palermo, l’altro candidato alla segreteria del partito, la butta sui numeri: “Con il Covid... La sede è piccola...”
Eppure i ben informati parlano di questo momento come il primo vero banco di prova di una segreteria che, nonostante i disperati tentativi di unificazione compiuti dall’eletto Federico Ferrara, è divisa.
Lo è nei fatti. Alle elezioni si è arrivati con due mozioni ed entrambe sono state votate. 31 iscritti hanno scelto Ferrara, 19 Palermo. 9 posti del direttivo sono andati a Ferrara, 5 a Palermo.
Si parla, ora, di una presidenza offerta a Palermo che avrebbe declinato: “Nessuno mi ha offerto nulla, ma anche se lo avessero fatto non avrei certo accettato. Assumerei il ruolo solo se la segreteria fosse unitaria. Così, invece sarebbe un gesto in totale contraddizione con la realtà dei fatti. La maggior parte degli iscritti ha votato la mozione presentata da Federico Ferrara e lui è il segretario, ma sia ben chiaro: la segreteria non è unitaria. Ferrara deve prenderne atto. Rassegnarsi. Non è mica colpa nostra. Noi faremo la nostra parte in modo leale, ma critico. Sempre nel rispetto dei ruoli, ma con il nostro punto di vista. Le mozioni presentate erano due ed ora entrambe le anime dovranno essere rappresentate. Non staremo con le mani in mano, daremo il nostro contributo e lavoreremo per mettere in piedi delle iniziative”.
Una frattura nata dopo la sconfitta elettorale di Capasso contro Devietti nel 2016 e proseguita con le ultime elezioni per la scelta del candidato a sindaco.
“Non siamo stati assolutamente presi in considerazione - racconta Palermo - Capasso, all’epoca segretario, non ci ha dato neppure la possibilità di proporre dei nomi. Eppure alla nostra corrente fanno capo personaggi di primissimo piano della politica ciriacese come ex vicesindaci, assessori, consiglieri regionali. Quando Capasso ha avviato gli incontri con Matteo Maino (leader ciriacese di Azione, Ndr) e Beppe Lozito (segretario Pd fino al 2019, poi confluito in Italia Viva, Ndr), la decisione non è stata condivisa in sezione, nonostante in segreteria noi avessimo Mario Burocco e Daniele Forloni. Il segretario non ha discusso nessuna delle sue scelte, fino alla candidatura di Federico Ferrara. Scelto il nome, siamo stati corretti e leali interrompendo ogni discussione che avrebbe fatto solo male al partito. Non era più il tempo di barricate e polemiche. In campagna elettorale abbiamo anche dato il nostro contributo, ma tutto questo non è stato riconosciuto. E la dimostrazione ci è stata data in occasione del congresso”.
Incontri per cercare di arrivare ad un candidato unico, ad una segreteria unitaria ce ne sono stati, ma sono tutti falliti.
Capasso, sosteneva Ferrara, gli ex Ds, Palermo. Un muro contro muro che si è risolto andando alla conta degli iscritti.
“La questione per Capasso - affonda Palermo - era quella di mantenere il controllo, non creare un gruppo. Non hanno accettato il mio nome, ma le trattative si sono interrotte quando abbiamo capito che non avrebbero accettato nessuno dei nomi che avremmo potuto proporre. Capasso voleva Ferrara in linea di successione per affermare la prosecuzione della sua corrente: Ruggero Vesco, Beppe Lozito, Luca Capasso, Federico Ferrara. L’identificazione di una corrente ha portato alla spaccatura della sezione. Ed ora dovremo continuare a lavorare tutti insieme, ognuno con le proprie idee, con correttezza e nel rispetto dei ruoli”.
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