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18 Gennaio 2022 - 09:52
L’ospedale di Ciriè è tra i 15 ospedali italiani in cui il 100% di ginecologi sono obiettori di coscienza. Un dato che, per quanto riguardo i diritti delle donne, ci riporta indietro di oltre quarant’anni. Il triste primato è emerso dall’indagine “Mai dati!” presentata durante il Congresso Nazionale dell’Associazione Luca Coscioni. Una ricerca nata con l’obiettivo di appurare se la legge 194/78 sull’interruzione volontaria della gravidanza (Ivg) sia effettivamente applicata.
In ben 15 strutture, tra cui quella di Ciriè, la risposta è “No”.
Alla richiesta di accesso civico a tutte le ASL e alle aziende ospedaliere censite dal Ministero della salute, ha risposto circa il 60% (al 30 settembre 2021), tra queste l’Asl TO4.
Tra i dati più interessanti emersi, le 15 strutture ospedaliere in cui il 100% dei ginecologi è obiettore e i 5 presidi in cui la totalità del personale ostetrico o degli anestesisti è obiettore.
Ci sono poi 20 ospedali con una percentuale di medici obiettori che supera l’80%. E altri 13 con una percentuale di personale medico e non medico e supera l’80%.
Le Regioni in cui ci sono ospedali con il 100% di ginecologi obiettori di coscienza sono Lombardia, Liguria, Piemonte, Veneto, Toscana, Umbria, Marche, Basilicata, Campania, Puglia.
Eppure, la legge 194 che regola l’interruzione volontaria di gravidanza, è chiara: l’obiezione non deve essere di struttura e il servizio va garantito.
Nonostante il divieto, però, qui a Ciriè gli 8 ginecologi in forze e il direttore del reparto, sono tutti obiettori di coscienza e per abortire le donne vengono prese in carico dagli altri due ospedali dell’Asl: Ivrea e Chivasso.
A condurre la ricerca a livello nazionale sono state Chiara Lalli, docente di Storia della Medicina, e Sonia Montegiove, informatica e giornalista.
“La nostra indagine ha una ragione politica e una pratica: i dati dovrebbero essere pubblicati regolarmente e in modo diverso: aperti e dettagliati sulle singole strutture, come previsto dal codice dell’amministrazione digitale per il principio che i dati devono essere aperti e accessibili. Solo se sono aperti i dati hanno davvero un significato e permettono alle donne di scegliere in quale ospedale andare, sapendo prima qual è la percentuale di obiettori nella struttura scelta. Non tutte possono scegliere perché vivono in una città dove c’è un solo ospedale oppure in una regione dove c’è un unico non obiettore. Un servizio medico non dovrebbe essere applicato in modo tanto diverso e non omogeneo”.
L’ultima parola spetterebbe alla Regione che, in questi casi ha il potere di trasferire medici. Eppure, qui a Ciriè la situazione è nota da anni senza che si sia mai alzato un dito.
fabrizio bogliattoQuello dell’obiezione di struttura presso l’ospedale di Ciriè è un problema ben noto al direttore del Dipartimento Materno-Infantile dell’Asl TO-4, Fabrizio Bogliatto.
“Il dato, purtroppo è questo ed è impossibile da correggere”.
Poi spiega: “Essendoci una legge sull’obiezione di coscienza ogni ginecologo può avvalersene e sarebbe impossibile fare dei bandi solo per medici non obiettori. In prima battuta perché sarebbero discriminatori. E poi perché l’obiezione può essere scelta e revocata in qualsiasi momento. L’azienda, quindi, potrebbe assumere un ginecologo non obiettore che lo diventa, poi, subito dopo”.
Bogliatto, che è anche Direttore dell’Ostetricia e Ginecologia di Ivrea, non è obiettore: “Non lo sono e personalmente ritengo impensabile non garantire l’interruzione volontaria di gravidanza ad una donna che la richiede. Siamo medici di un ospedale pubblico, la legge garantisce il servizio, dobbiamo darlo. E’ un semplice sillogismo aristotelico”.
Il Direttore non si nasconde dietro un dito e spiega: “L’obiezione di coscienza, spesso, trova fondamento in ragioni che nulla hanno a che fare con l’etica e la morale. Non mi riferisco al caso della struttura di Ciriè, ma ai grandi centri cittadini dove si arrivano a fare anche 10 o 12 interruzioni al giorno. Per un medico non obiettore significa fare solo quello tutto il giorno. Ed ecco che anche chi non lo era, fa questa scelta. Basti pensare che al Maria Vittoria di Torino, secondo ospedale cittadino per quanto riguarda l’Ostetricia e Ginecologia, con circa 14 ginecologi in organico, c’è stato un momento in cui erano tutti obiettori”.
Ma quali sono i numeri delle interruzioni di gravidanza su questo territorio?
“Nel 2020 i certificati provenienti dai consultori familiari della zona di Ciriè (che comprende anche Caselle, Borgaro, Valli di Lanzo) sono stati 91. Dall’eporediese 62, dal Distretto di Settimo Torinese 151, da quello di Cuorgné 75, da Chivasso 48. In linea generale è un trend costante. Fortunatamente non parliamo di grandi numeri”.
E questo dato coincide con il numero delle interruzioni praticate sul territorio dell’Asl TO4?
“No, ne vengono eseguite molte meno perché la donna è libera di andare nella struttura che preferisce e in molte si recano in quelle di Torino”.
Qual è la risposta della Direzione di Dipartimento dell’Asl TO4 all’obiezione di struttura che si verifica a Ciriè?
“Partiamo con l’immediata presa in carico della donna che ha manifestato l’intenzione di procedere con un’interruzione di gravidanza. Non la lasciamo certo sola davanti a questa scelta spesso molto difficile. Il centro di riferimento, per ragioni geografiche, è Ivrea, ma può anche scegliere Chivasso o un altro ospedale. L’importante è dare una risposta rapida. E questo perché si cerca di procedere con aborto di tipo farmacologico, senza arrivare a quello chirurgico, ben più invasivo. Si può procedere così fino alla settima gravidanza. La legge dice 63 giorni, nove settimane. Ma più passa il tempo e più cresce il rischio che il trattamento non vada a buon fine e che si debba procedere comunque chirurgicamente, con tutto il peso psicologico e fisico che questa doppia procedura causa alla donna. Nel 2021 a Ivrea, sulle 159 interruzioni di gravidanza effettuate, 120 sono avvenute con metodo farmacologico”.
Ci sono altre soluzioni per sbloccare la situazione dell’Ospedale di Ciriè?
“Certo, potrei decidere un trasferimento all’interno dell’Azienda, ma come faccio? Siamo sotto organico. Ad Ivrea, che per quanto riguarda le interruzioni di gravidanza è diventato il polo di riferimento dell’Asl TO4, ci sono in organico sei ginecologi, di cui tre sono obiettori, più il direttore, che sono io, che non ha scelto l’obiezione. A Chivasso anche ci sono sei ginecologi e la situazione non è migliore. Il problema è che ginecologi non se ne trovano e i pochi in circolazione scelgono di stare vicino casa. Si fermano a Torino”.
Il paradosso è che ad aver scelto totalmente l’obiezione è proprio la struttura dove ci sono più ginecologi.
“Proprio così - conferma Bogliatto - otto ginecologi più il direttore. A breve verrà bandito il concorso per il nuovo primario e l’organico salirà a dieci. Speriamo che con lui la situazione cambi”.
Avv. Fabiola GrimaldiAd intervenire sulla questione è La Rete delle Donne, associazione che ha sede a San Maurizio Canavese, presiedura dall’avvocato Fabiola Grimaldi.
“Effettivamente - spiega la presidente Grimaldi - la politica, a vari livelli, ha sempre risposto che l’obiezione di coscienza è legittima, in quanto prevista dalla stessa legge 194/78, la quale però - è bene ricordarlo - stabilisce altresì che gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate siano tenuti in ogni caso ad assicurare l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza e che la Regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale.
Tuttavia, nel caso specifico dell’ospedale di Ciriè, come in altri casi tristemente noti, si verifica il fenomeno contrario, che vede la donna costretta a dover migrare da un’ospedale all’altro. Fenomeno che, tra le altre cose, ha comportato all’Italia un richiamo da parte del Consiglio d’Europa nel 2021”.
Qual è stata la vostra risposta come associazione a tutela delle donne?
“Nel tempo, questa problematica ha già coinvolto “La Rete delle Donne” non solo in attività di mobilitazione diretta sul territorio dell’Asl To4 ma anche attraverso l’adesione al gruppo per l’autodeterminazione delle donne “Più di 194 voci”, nato nel marzo dello scorso anno a Torino. Rete che raccoglie realtà associative (femminili e in difesa dei diritti civili), organizzazioni sindacali e gruppi ambientalisti del panorama torinese che, pur con finalità e obiettivi diversi, hanno sentito il bisogno di unirsi dopo l’ennesimo tentativo della Giunta Cirio di attaccare la 194”.
Quali passi muoverete?
“Siamo ben consce che il lavoro da fare per contrastare il fenomeno della “obiezione di struttura” che caratterizza, tra gli altri, l’ospedale di Ciriè debba essere di più ampio respiro, per raggiungere i vertici di quella politica che, prima a livello nazionale e poi a livello regionale, osteggia e comprime illegittimamente un diritto riconosciuto e garantito dalla legge. Tuttavia, è da intendersi che il nostro impegno è quello di una realtà associativa che lotta per il rispetto dei diritti delle donne in senso lato. Non per questo deve credersi che l’attività dell’associazione sia di mera propaganda abortiva”.
Poi aggiunge: “Le ragioni alla base della regolamentazione legislativa dell’aborto hanno infatti a che fare con la prevenzione dei rischi che conseguono agli aborti clandestini, lungamente praticati dalle donne con le drammatiche conseguenze, fisiche e psicologiche, che hanno sempre comportato per chi ha dovuto farvi ricorso”.
Cosa chiedete alla politica?
“Il nostro auspicio è che attraverso l’attivismo di tutte le realtà coinvolte (mediante dibattiti, presidi fisici e campagne di sensibilizzazione) si possa giungere alla piena attuazione della legge in ogni sua parte, compresa quella che garantisce alla donna, in caso di “obiezione di coscienza di struttura”, la mobilitazione del personale sanitario abortista nelle strutture ospedaliere di prossimità della paziente.
Il momento politico attuale non è per nulla promettente e la nascita di “Più di 194 voci” di cui sopra lo testimonia. Ma testimonia allo stesso tempo la volontà di non arretrare di un solo passo nella battaglia per la tutela di ogni diritto garantito”.
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