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CIRIÈ. Franza: “Se perderemo la memoria dell’Ipca, la bonifica non si farà mai”

CIRIÈ. Franza: “Se perderemo la memoria dell’Ipca, la bonifica non si farà mai”

Cinzia Franza, ex assessore

Quattro anni di silenzio. Quattro anni di nulla.  E con lo scorrere degli anni la memoria si fa via via più annebbiata. «Ciriè sta dimenticando la storia dell’Ipca» scuote la testa, amareggiata, Cinzia Franza.

L’ex assessore - figlia di quel Benito Franza che insieme d Albino Stella denunciò pubblicamente la tragedia ciriacese - oggi è l’esperta del Pd nella Seconda Commissione consiliare. Una Commissione permanente che avrebbe dovuto discutere del futuro del sito. Avrebbe, perché non l’ha fatto.

«Sostanzialmente non si è tenuta neanche una riunione sull’Ipca - sostiene Franza -. L’unica è stata a fine 2017, quando l’Amministrazione ha annunciato l’arrivo di un milione di euro  per isolare la bealera e fare un paio di esperimenti per capire come procedere con la bonifica. Ci sarebbe stato parecchio da discutere, anche su questo, e pensavo che il dibattito sarebbe andato avanti. Invece si è fermato tutto lì». 

Come sappiamo quei fondi non sono mai arrivati. «Ma arriveranno - assicura il sindaco, Loredana Devietti -. Purtroppo l’accordo di programma è fermo al Ministero, ma i fondi ci sono». Sarà, ma intanto si aspetta e si spera.   

Era stato l’ex ministro per l’Ambiente Gian Luca Galletti, in visita all’Ipca nell’ormai lontano 2015, a rimarcare quanto fosse urgente bonificare il sito industriale dismesso. Nei mesi successivi la Regione Piemonte e il Ministero l’avevano indicato come una “priorità” e, nel Fondo per lo Sviluppo e la Coesione 2014-2020, il Cipe - Comitato interministeriale per la programmazione economica – aveva deciso di inserire il milione di euro per Ciriè. Poi il silenzio più totale.

Durante il mandato Devietti in quattro occasioni si è parlato dell’Ipca. In primis per la promozione del film “La fabbrica del sogno” del regista Max Chicco, un progetto che ha visto protagonisti i ragazzi del Fermi-Galilei. Poi per l’abbattimento della torre piezometrica, ad ottobre del 2019.

Ma a fare notizia sono stati più che altro gli incendi all’interno dell’ex stabilimento, l’ultimo lo scorso marzo che aveva visto bruciare delle sterpaglie e il precedente a gennaio 2019, ben più grave, quand’erano state rinvenute le carcasse incenerite di due veicoli. Per ultimo se n’è parlato variamente sulle pagine di questo e di altri giornali, con il tentativo di pungolare l’Amministrazione a fare la voce grossa con il Ministero per ottenere i fondi il prima possibile.  Tentativo evidentemente fallito.

E va bene i fondi per la bonifica che non arrivano ma sull’Ipca tanto altro si poteva e si doveva fare. «Quando parliamo dell’Ipca dobbiamo pensare a due cose - spiega Franza -. Da un lato la bonifica, che riguarda l’edificio, i muri. Dall’altro la storia e la cultura». Sembrano due aspetti distinti ma sono in realtà strettamente collegati.

«Se qualcuno negli anni ha messo soldi nell’Ipca, perché la gestione del sito non è mai costata nulla al Comune ma vi hanno sempre investito la Regione e lo Stato, è perché abbiamo cercato di mantenere viva la sua storia, una storia di interesse nazionale - rimarca Franza -. Se non tieni vive questa storia, il problema sparisce. E nessuno investirà per una fabbrica dismessa come ce ne sono tante. Se vogliamo che quel sito diventi un valore per la città, non possiamo abbandonarlo completamente come fatto in questi anni. Altrimenti non porteremo a casa nulla. Il film è stato realizzato perché c’era ancora questa linea culturale un po’ viva, ma se la città non fa nulla il milione che aspettiamo per la bonifica,  ammesso che arrivi, sarà l’ultimo».

L’ex assessore pone un quesito fondamentale a tutta la città. «Perché lo Stato dovrebbe investire a Ciriè se ci sono tanti altri siti nazionali nelle stesse condizioni? - si chiede -. L’unica cosa che differenzia l’Ipca è la memoria di quanto accaduto, il fattore culturale. Quella di Ciriè è una storia che non va dimenticata per questa ragione. È una storia particolare che ha dato il via a processi di interesse nazionale, ha portato l’Italia a riconoscere anche a livello normativo il problema della sicurezza sul lavoro. Certo, può sembrare che io conduca questa battaglia per me, per mantenere viva la memoria di mio papà, ma io non ho bisogno di questo per rinfrescarmela, per ricordarlo. La realtà è che stiamo vivendo questa vicenda come un problema e nessuno riesce a vedere quante opportunità e potenzialità vi siano».

Un esempio di cui parla Franza è quello delle Langhe. «Lì si è sempre fatto il vino, ma la cultura del vino è nata negli ultimi vent’anni - spiega -. Il salto tra fare il vino e fare cultura sul vino ha voluto dire passare dai contadini che fanno le vigne alle Langhe patrimonio dell’umanità. Questo è il peso della cultura. Nel nostro caso, la cultura vuol dire ragionare su cosa si faceva in quella fabbrica, discuterne, parlarne. Ma se non fai un lavoro di tessitura, paziente e continuo, rischi di ritrovarti con una semplice fabbrica dismessa dimenticando tutto quel che l’Ipca ha rappresentato per Ciriè, per il Piemonte e per l’Italia intera». 

Franza si aspettava un lavoro certamente più approfondito per studiare il rilancio del sito. «Non abbiamo neanche discusso sulle modalità della bonifica - conclude -. Certamente l’impermeabilizzazione del canale va fatta, ma con un milione si possono fare tante altre cosi più utili della semplice sperimentazione di due modalità per portare a compimento la bonifica. In questi anni avremmo potuto portare avanti approfondimenti tecnici, magari parlando con le migliaia di realtà italiane che hanno già fatto bonifiche di questo tipo per capire come si sono mosse e seguire il loro esempio. Invece ogni discorso si è fermato e ad oggi, se arriverà quel milione di euro, non saremo più pronti. In quattro anni le tecniche per la bonifica sono cambiate, di sperimentazioni ce ne sono state molte e di diverso tipo. La Commissione poteva essere il laboratorio per tenere viva la memoria, da un lato, e per gli approfondimenti tecnici, dall’altro. Invece ci siamo limitati a fare un ragionamento approssimativo quattro anni fa e poi ci siamo fermati ad aspettare i soldi. Veramente troppo poco».

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