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CHIVASSO. Sequestrato il bar Nimbus. Dia e carabinieri aleggiano sulle elezioni 2022

CHIVASSO. Sequestrato il bar Nimbus. Dia e carabinieri aleggiano sulle elezioni 2022
Elezioni 2022. Magistratura con il fiato sul collo. La prova  che siano in corso "intercettazioni" e ulteriori indagini di 'ndrangheta è arrivata con il blitz di questa mattina della Dia e dei carabinieri al Bar Nimbus della famiglia Vazzana. Un po' come se ci volessero dire: "uhèila ragazzi, non stiamo dormendo.... Siamo qui e siamo sul pezzo". Ma chi sono i fratelli Vazzana, Giuseppe e Mario (detto Franco), accusati di far parte dell’associazione mafiosa denominata ‘Ndrangheta ed in particolare della locale di Volpiano? Lo si evince dalle carte dell’inchiesta Platinum-Dia della Procura della Repubblica di Torino. Per gli inquirenti, i due Vazzana avrebbero partecipato all’associazione mettendo a disposizione del sodalizio il complesso sistema di aziende e società dislocate in Torino e provincia, operanti prevalentemente nel settore alberghiero e della ristorazione (dall’Hotel Vazzana al ristorante I Cacciatori, dalla Volpe Nera alla caffetteria Franci, dal Circolo Dipendenti Comune di Torino ad una serie di bar tra cui il Full e il Nimbus di Chivasso, dal ristorante Lago Reale a quello di Belmonte, per non dire dell’Hotel Fox e di tanti altri, alcuni attivi e altri in ‘cessata attività’). In particolare – scrivono gli inquirenti – “risulta provato come i due fratelli, affiliati in epoca antecedente al 27.2.1991 e con dote di “picciotto”, abbiano partecipato all’associazione, attivandosi concretamente ed abitualmente per il perseguimento del comune programma criminoso, nella loro veste di imprenditori, ossia: creando e gestendo attività di impresa anche mediante l’impiego dei proventi di illecite attività del locale o di provenienza di altri sodali del medesimo consesso mafioso; […] mettendosi a disposizione di altri sodali per esigenze economiche, ponendo costantemente a disposizione degli altri affiliati le strutture ricettive gestite al fine di garantire ospitalità riservata e non registrata nei registri di P.S. ; […] concedendo in uso gratuito immobili ad uso residenziale ad altri appartenenti al locale, o tollerando condotte moleste provenienti da soggetti affiliati o vicini al medesimo ambiente delinquenziale; partecipando alle riunioni ed eseguendo le direttive dei vertici della società e dell’associazione, riconoscendo e rispettando le gerarchie e le regole interne al sodalizio, garantendo affidabilità e segretezza e protezione a favore dei sodali; […] contribuendo al mantenimento dei detenuti e delle rispettive, anche assumendo famigliari durante la detenzione dei parenti, e pagando le spese legali nei processi a carico di Agresta Domenico”. “La comprovata affiliazione – conclude – in tempi risalenti, il consolidato coinvolgimento della famiglia Vazzana negli interessi economico-finanziari che fanno capo ad alcuni appartenenti al locale di Volpiano, in particolare modo, alla famiglia Agresta, il dinamismo imprenditoriale dimostrato rispetto alla non congruità dei redditi dichiarati, la costante “messa a disposizione” del “patrimonio” della famiglia Vazzana a favore dei soggetti che dalle risultanze delle vicende giudiziarie correlate alle indagini denominate “Minotauro” e “San Michele”, nonché da ultimo, all’indagine “Cerbero”, sono stati riconosciuti quali partecipi al locale di ‘Ndrangheta di Volpiano, compravano altresì la sussistenza dell’elemento soggettivo del reato contestato”. Il gip Edmondo Pio scrive ancora: “Il notevole dinamismo imprenditoriale dei fratelli Vazzana è apparso decisamente sproporzionato, sia rispetto alla situazione reddituale degli stessi dichiarata, sia rispetto ad una rilevata e persistente sofferenza finanziaria…”.

A Chivasso

Giuseppe Vazzana, 56 anni, nato a Stefano d’Aspromonte in Calabria, ma residente a Chivasso, sarebbe, secondo quanto avrebbero appurato gli inquirenti (l’indagine è stata coordinata dal pm Valerio Longi), l’intermediario tra le cosche calabresi e la politica. Nell’ampia ordinanza di custodia cautelare composta da più di 1.400 pagine, il nome di Vazzana emerge in questo ruolo fin dai tempi di Minotauro e ritorna nel 2017 nell’ambito delle elezioni comunali di Chivasso. Ne sono prova, secondo la procura, le numerose intercettazioni telefoniche a corredo delle carte giudiziarie. Vazzana a Chivasso era noto, anche perché padre di Francesca (Bela Tolera nel 2013) e anche lei intercettata dalla Dia. In un primo momento le cosche avrebbero appoggiato la coalizione che proponeva come sindaco Matteo Doria, nella cui lista compariva il nome di Linda Usai, «amica di vecchia data – scrive il Gip Edmondo Pio – dello stesso Vazzana». Ma poi, dopo il primo turno di votazioni, «Vazzana – si legge nell’ordinanza – sarebbe stato contattato anche da Claudio Castello, candidato sindaco di Chivasso per il centro sinistra, al quale Vazzana lascia chiaramente intendere di essersi attivamente impegnato per il conseguimento del successo elettorale». Castello verrà poi eletto e Vazzana, senza perdere tempo, lo contatterà telefonicamente per inoltrargli le sue richieste. Il sindaco sembra tergiversare, rimandando un appuntamento a data da destinarsi. Insomma, non si espone, ma il contenuto della telefonata dimostra la conoscenza tra i due. Vazzana: «Claudio, ciao»; Castello: «Ciao Pino, come stai?»; Vazzana: «Io volevo incontrarmi un attimo con te se possibile, per parlare di un paio di cose e volevo anche avvisarti , una cosa che ci tenevo a dirtelo, che mi hanno chiamato questi qua del Bennet e sono riusciti a darmi uno spazio per fare il bar»; Castello: «Lo so, li ho visti ieri»; Vazzana: «Te l’avevano già detto?»; Castello: «Han parlato di quel nome lì»; Vazzana: «E’ una cosa che ci tenevo, perché è una cosa che avevamo iniziato insieme e quindi ci tenevo a dirtelo»; Castello: «No, a me fa piacere, intanto nel giro di… nel giro di poco, deve essere tutto realizzato, per cui…». Vazzana: «Verrà il nostro bar, il bar che gestiremo noi»; Castello: «Meno male». Come per il bar, i due vengono poi intercettati riguardo la gestione di un campo di calcetto, ma la cosa non si realizzerà, perché Castello dirà a Vazzana: «Avete fatto troppi casini, troppi».

La difesa di Castello

“In campagna elettorale si parla e si incontrano centinaia di persone e questo avviene in tutte le campagne elettorali e in tutto il mondo” s'era difeso, dopo le prime notizie sull'indagine, il sindaco Claudio Castello. “Il mio ufficio è sempre aperto e il mio cellulare ce l’ha tutta la cittadinanza. Il mio incarico è una missione più che un lavoro. Questa vicenda mi ferisceNè in campagna elettorale nè nello svolgimento della mia funzione di operatore pubblico ho mai promesso qualcosa a qualcuno. A nessun cittadino nè tantomeno ad un imprenditore.  La mia storia dimostra che il mio unico interesse è l’interesse pubblico. E’ possibile che un interlocutore, sbagliando enormemente, possa aver avuto nelle retrovie del suo pensiero una concezione sbagliata e possa aver mal interpretato la mia cordialità, la mia bonomia, la mia disponibilità. La sua (quella di Pino Vazzana, ndr) è un idea stupida basata sul nulla”. “Non esiste nulla che non sia regolare, lecito, legittimo, opportuno, trasparente, chiaro e alla fine dei conti voglio dirlo: giusto. Ci troviamo a parlare di questione morale come se dal mio comportamento fosse venuto qualcosa di illecito. Ma non è così”. “Giuseppe Vazzana non è un mio amico, ma un conoscente. Le amicizie si basano su stima, frequentazioni assidue, condivisioni di passioni e sentimenti. Io personalmente l’ho conosciuto sugli spalti del Pastore dove i nostri figli giocavano a calcio. Chissà quanti come me ci hanno avuto a che fare quando i suoi figli suonavano nella banda o quando sua figlia ha fatto la Bela Tolera ricevendo dall’allora sindaco le chiavi della città (era il 2013 e il riferimento è al suo predecessore, Libero Ciuffreda, ndr).  Secondo voi avere rapporti con una persona che è perfettamente integrata nel tessuto cittadino, vuol dire avere comportamenti illeciti o amorali? Semplicemente può capitare che si incontri, si parli, si discuta, senza avere la percezione che la persona che sta dall’altra parte sia appartenente alla ‘ndrangheta. A tanti ho detto bisogna vincere al telefono, non solo a lui. Questo non vuol dire che ci sia voto di scambio”. Castello aveva anche rigettato le illazioni sul suo intervenuto nel caso del bar Full di via Baraggino: “E’ stato chiuso tre mesi dopo che io sono diventato sindaco”. E pure le accuse sul Bar Nimbus, aperto da Vazzana al Bennet e per il quale i magistrati ipotizzano, leggiamo dalle carte dell’inchiesta, un ruolo attivo del primo cittadino di Chivasso che “si è molto prodigato affinché la Bennet SPA, nell’ambito di un centro commerciale in via di realizzazione nel Comune, assegnasse a Vazzana Giuseppe l’unico spazio con destinazione d’uso di esercizio dell’attività di bar”. “Nella vicenda del Bennet la mia azione non è stata quella di rispondere alle sue aspettative – s’era difeso Castello -, ma di metterlo in contatto con soggetto che ha competenza e decide in merito. Ho dato ad un cittadino il contatto per verificare se ci fosse interesse, senza per questo aver esercitato nessuna pressione sui responsabili. Ho fatto così in tutti i casi di cittadini che mi chiedono informazioni, indicazioni, consigli. Non c’è voto di scambio, nulla di nulla, dunque dov’è la questione morale? E’ un reato aver parlato con Giuseppe Vazzana? Quanti chivassesi, presidenti di associazioni o altri enti, l’hanno fatto in questi anni? Per i giustizialisti è un comportamento di dubbia moralità, per me no”. “Io ho commesso un solo errore con i chivassesi – aveva concluso Castello -: Ho sempre immaginato che la figura del sindaco dovesse essere vicina ai cittadini. L’ho dimostrato in tutto e per tutto. La mia disponibilità e la mia ingenuità hanno causato questa spiacevole situazione. Dormo sonni tranquilli, con la coscienza a posto con me stesso, la mia famiglia e tutti quei cittadini onesti che mi onoro di rappresentare. Rinnovo la mia piena fiducia nella magistratura affinché si arrivi presto alla verità”. 

Il pericolo di scioglimento per infiltrazione mafiosa

Come già era successo nel 2011 esiste un rischio concreto di scioglimento del comune per "infiltrazione mafiosa". La decisione sarà presa dal Ministero degli interni nei prossimi mesi sulla base delle "carte" inviategli dal precedente Prefetto di Torino Claudio Palomba.

Lo scioglimento delle amministrazioni locali conseguente a fenomeni di infiltrazione e condizionamento di tipo mafioso, introdotto nel nostro ordinamento nel 1991 (decreto-legge n. 164, interamente abrogato), in uno dei momenti più difficili della lotta tra Stato e mafia è ora compiutamente disciplinato dal Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali o Tuel (artt. 143-146 del decreto legislativo n. 267 del 2000).

Si è in presenza di una misura che non ha natura di provvedimento di tipo sanzionatorio, ma preventivo di carattere straordinario, in quanto ha come diretti destinatari gli organi elettivi nel loro complesso e non il singolo amministratore.

Attraverso lo scioglimento degli organi elettivi si vuole interrompere un rapporto di connivenza, ovvero di soggezione, dell’amministrazione locale nei confronti dei clan mafiosi, in grado di condizionarne le scelte attraverso il ricorso al metodo corruttivo o per il mezzo di pressioni e atti intimidatori.

Per essere più chiari possono essere sciolti sia Comuni in cui effettivamente Sindaco, assessori e consiglieri comunali si sono dati un gran da fare (e consapevolmente) per favorire la mafia, ma anche quei comuni in cui non ci si è resi conto di vivere a contatto con essa per "stupidità", "menefreghismo". Manco a dirlo le "giustificazioni" evidenziate da Castello rientrerebbero proprio in questa seconda fattispecie.

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