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CASALBORGONE. Una telecamera in “tuta mimetica” sulla scalinata della “Scalassa”

CASALBORGONE. Una telecamera in “tuta mimetica”  sulla scalinata della “Scalassa”

La telecamera alla Scalassa

CASALBORGONE. Sulla Scalassa, la scalinata che porta dalla parte bassa di Casalborgone al Capoluogo, è comparsa da qualche giorno una telecamera appesa a un albero e, letteralmente, racchiusa in una scatolina mimetica, di quel verde e marrone delle divise e dei mezzi militari, quasi fossimo appunto in una zona di guerra (un tocco di ridicolo non guasta mai). Suppongo sia per scovare finalmente i “vandali” che, secondo l’amministrazione, devastano regolarmente la Scalassa.  Naturalmente non si può escludere che qualche episodio del genere sia accaduto, ma il punto rimane che il lavoro di rifacimento della scalinata, che risale a tre anni fa, è veramente mal fatto, è una solenne porcheria, come già più volte sottolineato su questo giornale. Il legno si sbriciola perché sta già marcendo, i gradini (uno corto e uno lungo, uno basso e uno alto) sono fissati in modo posticcio e quindi si staccano facilmente, le viti sono sporgenti così come i chiodi arrugginiti del mancorrente che è meglio non toccare onde evitare il rischio di ritrovarsi con una scheggia di legno infilata sotto la pelle delle mani. Insomma, il vero pericolo per chi transita non viene dagli atti vandalici, ma da un lavoro di pessima qualità. L’amministrazione però non vuole ammetterlo, e tantomeno vuole scusarsi con la cittadinanza per i denari oggettivamente mal spesi, e cerca di scaricare la responsabilità sui “vandali”. Probabilmente li vuole scovare con la telecamera in tuta mimetica, o forse anche con più di una, chissà. Dico probabilmente perché, anche se non si vede chi altro potrebbe essere all’infuori del Comune, sulla Scalassa, almeno al momento in cui scrivo (la domenica mattina del 4 luglio), non c’è nessun cartello che indichi la presenza della o delle telecamere. Nel 2010 il Garante per la protezione dei dati personali ha emanato un provvedimento il quale al punto 5 dispone che anche per i soggetti pubblici sussiste l’obbligo di fornire previamente l’informativa agli interessati: “Pertanto, coloro che accedono o transitano in luoghi dove sono attivi sistemi di videosorveglianza devono essere previamente informati in ordine al trattamento dei dati personali. A tal fine, anche i soggetti pubblici possono utilizzare il modello semplificato di informativa “minima”, riportato in fac-simile nell‘allegato n. 1 al presente provvedimento”. Il fac-simile consiste nel noto cartello in cui si legge che l’area è videosorvegliata, che contiene il simbolo della telecamera e che specifica da chi e per quali fini viene effettuata la registrazione in base all’art. 13 del Codice in materia di protezione dei dati personali. I miei colleghi giuristi che si occupano in particolare del “diritto della privacy” mi assicurano che, nonostante da allora siano intervenute variazioni normative, questo punto è rimasto fermo e il mancato rispetto è sanzionato. In sostanza, sia i soggetti privati sia quelli pubblici debbono segnalare chiaramente che un’area è videosorvegliata. 

Inoltre, le registrazioni non possono essere visionate da chiunque, occorre indicare un responsabile del trattamento dati con nome e cognome, e non semplicemente dire, come ha fatto la consigliera Iannello nel Consiglio comunale del 21 maggio, che le registrazioni provenienti dalle telecamere che presto saranno dislocate qua e là sul territorio comunale verranno gestite autonomamente con una rete dedicata nell’ufficio dei vigili di Casalborgone. E’ bensì vero che un Decreto del Sindaco del 10 maggio indica come RPD (responsabile protezione dati) del Comune Fabio Pigliaru della Pigal srl. 

Sorge in ogni caso il dubbio che l’amministrazione voglia tutelare e rafforzare la legalità… illegalmente, cadendo così nella più flagrante delle contraddizioni e dando un pessimo esempio ai suoi cittadini. Il rischio pare avvertito dal consigliere Veneruso, che sempre nel Consiglio del 21 maggio afferma che videosorvegliare i cittadini fa pensare a uno “stato di polizia”, cioè a uno stato autoritario fondato sulla paura che incute a cittadini spogliati dei loro diritti di libertà. Ma subito dopo aggiunge che di fronte a questo “stato d’anarchia” che le forze dell’ordine non riescono a contrastare occorre a malincuore prendere questi provvedimenti drastici. Ma quale “anarchia”, quale disordine? Veneruso, da un lato, dipinge Casalborgone come fosse la Chicago degli anni Trenta, sotto il giogo di bande di gangster rivali, dall’altro, non sa bene chi indicare come gli agenti responsabili del caos che andrebbe fermato. Accenna a qualche ragazzetto problematico o magari annoiato: ma se il tema è quello allora i 42.000 euro investiti in videosorveglianza sarebbero meglio impiegati in iniziative rivolte a mitigare il disagio giovanile. Questo rifugiarsi nel “sorvegliare e punire” rappresenta la triste parabola politica, culturale e morale di quelle che furono persone di sinistra, e in quest’amministrazione ce ne sono diverse, che terminano, sia pure con dispiacere e forse anche con un po’ di vergogna, con lo sposare le posizioni della destra più retriva.

Anche sul sito dei Carabinieri (http://www.carabinieri.it/cittadino/consigli/tematici/giorno-per-giorno/questioni-di- privacy/videosorveglianza) si sottolinea che “l’attività di videosorveglianza è particolarmente invasiva. Per questo motivo il Garante per la Privacy ha fissato alcuni principi che devono essere sempre rispettati. 1)Principio di liceità: La videosorveglianza deve avvenire nel rispetto, oltre che della disciplina in materia di protezione dei dati personali, di quanto prescritto da altre disposizioni di legge da osservare in caso d’installazione di apparecchi audiovisivi. 

2) Principio di necessità: va escluso ogni uso superfluo e vanno evitati eccessi e ridondanze. 

3) Principio di proporzionalità: gli impianti di videosorveglianza possono essere attivati solo quando altre misure siano ponderatamente valutate insufficienti o inattuabili”.

Infine, l’European Data Protection Board, nelle sue linee guida adottate il 29 gennaio 2020, ribadisce, con evidente preoccupazione, che l’uso della videosorveglianza dev’essere limitato allo strettissimo necessario e giustificato con ampia e dettagliata documentazione: “La videosorveglianza non è di per sé indispensabile se esistono altri mezzi per raggiungere lo scopo che ci si prefigge. Altrimenti si rischia di modificare le norme culturali con la conseguenza di ammettere come regola l’assenza di privacy”. Ovvero, si rischia di ammettere come modello lo stato di polizia, per dirla con il consigliere Veneruso, ossia le forme di controllo totale degli individui che a parole tutti critichiamo quando pensiamo a altre aree del mondo in cui appunto la privacy è poco o per nulla protetta. 

Confido dunque che il Comune di Casalborgone si porrà in linea con le disposizioni nazionali e europee relative a questo tema di capitale importanza in uno stato democratico di diritto.

Ermanno Vitale

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