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26 Marzo 2026 - 17:12
Il petrolio russo è sotto pressione, ma non è fuori gioco. Ed è proprio qui che si apre la contraddizione più scomoda da raccontare: l’Occidente vuole ridurre il peso energetico di Mosca, l’Ucraina punta apertamente a colpire il cuore finanziario della guerra, eppure il mercato globale continua a comportarsi come se il greggio russo restasse, comunque, troppo grande per sparire davvero in fretta. Secondo i calcoli pubblicati da Reuters il 25 marzo scorso, almeno il 40% della capacità russa di export petrolifero, pari a circa 2 milioni di barili al giorno, risulta temporaneamente fermo o ridotto per effetto combinato degli attacchi ai terminal di Primorsk e Ust-Luga, delle difficoltà a Novorossijsk, del blocco del corridoio Družba e dei sequestri o fermi che colpiscono la cosiddetta flotta ombra. Si tratta della più grave interruzione delle forniture petrolifere nella storia moderna della Russia.
L’immagine più immediata di questa crisi arriva dal Baltico. Primorsk, da solo, movimenta oltre 1 milione di barili al giorno di Urals e diesel russi. Ust-Luga ha esportato nel 2025 quasi 33 milioni di tonnellate di prodotti petroliferi. Quando due snodi di questo peso vengono colpiti, non si ferma soltanto una catena logistica: si incrina il meccanismo con cui il Cremlino trasforma il greggio in liquidità e la liquidità in capacità strategica. A seguito di incendi, sospensione dei carichi e la difficoltà russa a redistribuire rapidamente volumi, il capo di Transneft (la società statale russa che gestisce oltre 70.000 chilometri di gasdotti e oleodotti), Nikolaj Tokarev, ha ammesso che spostare quei flussi in tempi brevi non è per niente semplice.
Ma fermarsi ai porti sarebbe un errore. Il vero significato di questa crisi è che non colpisce un solo punto del sistema, bensì più nervi insieme. Novorossijsk, dove i carichi viaggiano sotto piano, e soprattutto Družba, che oggi non è più soltanto una pipeline ma una linea di frizione politica dentro l’Europa. Qui le versioni restano divergenti: Ungheria e Slovacchia accusano Kiev per il blocco dei flussi, mentre l’Ucraina sostiene che il danno sia legato a un attacco russo di fine gennaio e afferma di essere al lavoro per ripristinare il transito. Questo dettaglio non è secondario, perché mostra come l’energia sia ormai entrata in una zona grigia in cui logistica, propaganda e pressione diplomatica si sovrappongono.
È su Družba che il danno logistico si trasforma in danno politico. Viktor Orbán ha deciso di sospendere le aste di capacità per il trasporto di gas verso l’Ucraina nel terzo trimestre e di ridurre gradualmente i flussi finché il petrolio non tornerà a scorrere attraverso la pipeline. L’Ucraina aveva contrattato dall’Ungheria per marzo circa 180 milioni di metri cubi di gas, vale a dire il 28% del totale mensile previsto, e che il decreto ungherese impone anche di immagazzinare altri 800 milioni di metri cubi di gas nel sistema nazionale. È qui che la guerra del petrolio smette di essere soltanto un’offensiva contro Mosca e diventa una frattura concreta nello spazio europeo.
Poi c’è il mare, che in questa storia è molto più di uno sfondo. La flotta ombra russa è il simbolo della sopravvivenza energetica di Mosca sotto sanzioni: navi vecchie, proprietà schermate, passaggi di bandiera, triangolazioni, assicurazioni opache. Il Regno Unito ha autorizzato le proprie forze armate ad abbordare queste petroliere nelle acque britanniche, mentre Londra stima che circa il 75% del greggio russo viaggi oggi attraverso questa rete e afferma di aver già sanzionato 544 imbarcazioni. Keir Starmer ha giustificato la stretta sostenendo che l’aumento dei prezzi del petrolio rischia di favorire Vladimir Putin, e che proprio per questo bisogna agire contro i canali che consentono alla Russia di continuare a monetizzare la guerra.
Anche il Nord Europa si muove nella stessa direzione. Associated Press riferisce che, durante il summit della Joint Expeditionary Force (IEF), tenutosi all'inizio di marzo a Helsinki e ospitato dal Presidente finlandese Alexander Stubbi - Paesi partner hanno promesso una linea più dura contro la flotta ombra. AP ricorda inoltre che la petroliera Altura, colpita vicino al Bosforo, trasportava 140.000 tonnellate di greggio ed era già sotto sanzioni europee per il suo coinvolgimento nel commercio di petrolio russo. Zelenskij ha chiesto espressamente di aumentare la pressione sulle esportazioni energetiche russe, sostenendo che petrolio e gas restano una delle fonti decisive del finanziamento bellico del Cremlino.
Fin qui, se vogliamo mantenere una lettura lineare, si colpisce il petrolio russo e si indebolisce la Russia. Ma il mercato petrolifero non è lineare… È un organismo nervoso, interdipendente, spesso crudele. Reuters, infatti, ricorda che le entrate da petrolio e gas valgono circa un quarto del bilancio statale russo e sono centrali per un’economia da 2,6 trilioni di dollari. Colpire l’export, dunque, significa colpire davvero un cuore finanziario. Ma non basta riportare questo per aver spiegato il quadro, perché se i volumi scendono e, nello stesso momento, il prezzo globale sale, il colpo si attenua. La Russia può perdere capacità logistica e continuare tuttavia a beneficiare di una rendita di prezzo. È precisamente ciò che suggeriscono i movimenti delle ultime ore: Putin stesso ha invitato a non “sprecare” le maggiori entrate petrolifere, segnalando che il Cremlino è perfettamente consapevole del vantaggio temporaneo prodotto dal rialzo del greggio.
Ma perché il mondo, e in parte ancora anche l’Europa allargata, non riesce a fare a meno del petrolio russo?
La prima risposta è brutale: manca un sostituto rapido, abbondante e poco costoso. Barclays ha avvertito che una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz potrebbe togliere dal mercato 13-14 milioni di barili al giorno, mentre la domanda globale, secondo l’IEA, si colloca attorno a 104-105 milioni di barili al giorno. Nello stesso rapporto Barclays osserva che l’elasticità dell’offerta oggi è strutturalmente più debole rispetto al passato: la spare capacity di OPEC+ rende meno di quanto promesso e la crescita dei produttori non OPEC+ rallenta dopo anni di sotto investimenti. Per esemplificare: se togli una quota rilevante di petrolio russo mentre anche il Medio Oriente vacilla, il sistema non ha abbastanza muscoli per sostituirla in fretta.
La seconda risposta riguarda i flussi fisici. Con le rotte occidentali sotto attacco, Mosca continua comunque a esportare verso l’Asia: i flussi via pipeline e via mare verso la Cina, inclusi i corridoi Skovorodino-Mohe, Atasu-Alašankou ed ESPO Blend via Koz’mino, valgono circa 1,9 milioni di barili al giorno; a questi si aggiungono circa 250.000 barili al giorno dai progetti Sakhalin-1 e Sakhalin-2 e circa 300.000 barili al giorno verso la Bielorussia. Questo significa che il petrolio russo non è solo “una fonte”: è già innestato in infrastrutture, contratti e geografie industriali che non si smontano dall’oggi al domani.
La terza risposta è il prezzo. Il petrolio russo, quando riesce a raggiungere il mercato, resta appetibile perché spesso arriva con sconto o con condizioni commerciali che compensano il rischio politico e logistico. Reuters riferisce che, nella crisi aperta dalla guerra con l’Iran e dal quasi stop di Hormuz, Paesi asiatici “affamati di carburante” come Vietnam, Thailandia, Filippine, Indonesia e Sri Lanka si stanno mettendo in fila per assicurarsi forniture russe. India e Cina restano i grandi acquirenti, ma la platea si allarga proprio perché in tempi di scarsità il greggio russo, per molti importatori, non è una scelta ideologica: è una necessità economica e industriale.
La quarta risposta riguarda la raffinazione. Non tutti i greggi sono identici e non tutte le raffinerie possono cambiare dieta da un giorno all’altro senza costi tecnici e commerciali. Questo vale in Asia, ma vale anche in Europa centrale. Reuters ricorda che, all’inizio del 2026, solo Ungheria e Slovacchia continuavano a ricevere petrolio russo, grazie alle esenzioni ancora operative, e che la proposta della Commissione europea di trasformare il phase-out in un divieto permanente è stata rinviata proprio a causa del nuovo contesto geopolitico. Formalmente la quota russa nel mix petrolifero UE è ormai attorno all’1%, ma politicamente e industrialmente quel residuo conta ancora molto dove esistono impianti, contratti e vulnerabilità costruiti negli anni attorno a Družba.
La quinta risposta è ancora più scomoda: non serve che l’Europa compri molto petrolio russo perché il petrolio russo continui a pesare sull’Europa. Basta che lo compri il resto del mondo. Il petrolio è un mercato globale: se l’Asia assorbe più barili russi, libera o sottrae altri barili da altre aree; se il greggio russo si blocca, la pressione si scarica su tutto il sistema; se il Brent sale, pagano tutti, anche quelli che quel petrolio non lo acquistano direttamente. È per questo che Reuters collega il danno all’export russo ai timori sul Medio Oriente e al rialzo del greggio fino a 106,99 dollari al barile per il Brent e 94,06 dollari per il WTI. In un mercato interconnesso, il petrolio russo resta importante anche per chi ha smesso di comprarlo quasi del tutto.
L’economia russa è dunque vulnerabile perché dipende dalle entrate energetiche, ma proprio per questo, quando il sistema globale entra in tensione, quella stessa dipendenza può trasformarsi in una protezione parziale. Se i volumi esportati scendono ma il barile sale, Mosca non vince automaticamente, ma nemmeno crolla... Per questo il colpo agli export terminal, alla flotta ombra e alle pipeline è reale; e per questo, allo stesso tempo, il mondo continua a temere che stringere troppo e troppo in fretta sul petrolio russo provochi un nuovo shock di prezzo.
Anche Goldman Sachs ragiona dentro questa logica: ha alzato la previsione media del Brent 2026 da 77 a 85 dollari al barile, indicando per marzo e aprile una media di 110 dollari e ipotizzando, in scenario estremo, punte fino a 135 dollari. Non è soltanto una previsione di prezzo: è la misura di quanto il mercato percepisca come pericolosa l’idea di perdere contemporaneamente quote di offerta mediorientale e quote di offerta russa. In questo senso il petrolio russo non è solo il combustibile della guerra di Putin: è anche uno degli ammortizzatori imperfetti che il mercato mondiale usa ancora per non esplodere del tutto.
Per questo la Russia oggi appare insieme più fragile e più indispensabile di quanto si vorrebbe ammettere. Più fragile, perché i suoi porti occidentali sono vulnerabili, le sue petroliere sono braccate, le sue pipeline sono diventate ostaggi della geopolitica e persino il mercato interno va protetto, tanto che il vicepremier Aleksandr Novak non esclude un nuovo divieto all’export di benzina per evitare carenze domestiche. Più indispensabile, perché il resto del mondo non ha ancora costruito un’alternativa abbastanza ampia, rapida e sostenibile per sostituirla senza pagare prezzi altissimi.
Ed è qui che la guerra dell’energia smette di essere un capitolo della guerra in Ucraina e diventa qualcosa di più: uno specchio brutale delle dipendenze del mondo. Tutti dicono di voler ridurre il peso del petrolio russo, tutti, o quasi, hanno interesse a farlo, ma quando le rotte si stringono, quando Hormuz trema, quando l’offerta globale si irrigidisce e quando il prezzo sale, riaffiora la verità che nessuno ama scrivere troppo chiaramente: il petrolio russo non è ancora solo il problema della Russia. È ancora una parte della soluzione precaria con cui il mercato prova a non collassare.
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