Questa è una storia che comincia lontano, in un’epoca d’incontenibili passioni politiche e di temperamenti animosi. Vale la pena di rispolverarla a qualche settimana dalle cerimonie commemorative del 4 novembre.
Correva l’anno 1921. La prima guerra mondiale era terminata da poco tempo: ancora sanguinavano le ferite della «inutile strage», secondo la coraggiosa denuncia del pontefice Benedetto XV. A Gorizia e sul Monte Grappa, nelle trincee del Carso e sull’altopiano di Asiago, a Caporetto e nei campi di prigionia austriaci erano morti più di ottanta cittadini di Settimo Torinese, tutti giovani, parecchi con moglie e figli. Nel tessuto sociale, il conflitto aveva inoculato fermenti nuovi, non governabili sul piano politico. Valori, costumi, modelli di vita e di lavoro: tutto pareva vacillare di fronte all’inquietudine febbrile delle masse.
Il Comune era retto da una compagine di amministratori socialisti che aveva sbaragliato lo schieramento liberalcattolico alle elezioni del 17 ottobre dell’anno prima. Oltre al sindaco Luigi Raspini, ne facevano parte Domenico Aragno, Stefano Rovasetti, Giovanni Gilardi e altre figure storiche della sinistra.
Uno scontro memorabile si scatenò quando la Società militare chiese l’appoggio del Comune per porre un «ricordo marmoreo» in memoria dei caduti in guerra. Il sodalizio era presieduto da Carlo Benedetto, maestro elementare e consigliere della minoranza a palazzo civico. La risposta della giunta municipale fu netta. «Dato il carattere politico della Società, l’atto commemorativo – dedusse il sindaco – non sarà disgiunto da cerimonie esterne patriottiche inneggianti alla guerra». Solo se i proponenti avessero accettato di concordare col Comune «la dicitura da riportarsi sull’epigrafe» e il tenore di tutte le manifestazioni celebrative, «qual si conviene a disgraziate vittime di una guerra funesta», gli amministratori pubblici avrebbero patrocinato l’iniziativa.
Fu allora che scoppiò il finimondo. La Società militare fece ricorso al prefetto. Per contro, la giunta approvò una richiesta alternativa della Lega proletaria mutilati invalidi e reduci di guerra, un sodalizio che si prefiggeva di tutelare gli ex combattenti nell’ambito di politiche tese alla lotta di classe. Rispettivamente sostenute dagli ambienti liberaldemocratici e dalla Casa del popolo, le due associazioni antagoniste si scontrarono in senso tutt’altro che metaforico.
Il braccio di ferro fu estenuante. Poi la giunta Raspini scese a più miti consigli, autorizzando la Lega proletaria a collocare la propria lapide sulla facciata del municipio, mentre un piccolo spazio sopra il peso pubblico, all’esterno dello stesso edificio (ora via Roma), fu destinato alla Società militare. Tuttavia le polemiche continuarono perché la dirigenza di quest’ultima giudicò indecoroso il sito assegnatole.
A mettere tutti d’accordo, di li a breve tempo, provvidero i fascisti. Tra una manganellata e una dose di olio di ricino, le camicie nere si adoperarono per sostituire le due lapidi con una in cui, dopo i nomi dei caduti della Grande guerra, figurava anche quello di Luigi Origlia, lo squadrista morto durante uno scontro a fuoco nei giorni burrascosi della Marcia su Roma. Infine, il 28 agosto 1927, fu inaugurato un grandioso monumento, opera dello scultore Umberto Baglioni. Ma i fascisti se lo ripresero una quindicina di anni più tardi, per utilizzarne il bronzo a sostegno dell’ennesimo sforzo bellico richiesto all’Italia.
Nel 1956 sarà Luigi Raspini, ancora una volta in veste di sindaco, a inaugurare l’attuale monumento in onore dei «gloriosi caduti per la patria e per la libertà». «Roba che succede in quel paese che dovrebbe essere grande come il mondo», avrebbe forse commentato Giovannino Guareschi.
Commentiscrivi/Scopri i commenti
Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce
Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter
...
Dentro la notiziaLa newsletter del giornale La Voce
LA VOCE DEL CANAVESE Reg. Tribunale di Torino n. 57 del 22/05/2007. Direttore responsabile: Liborio La Mattina. Proprietà LA VOCE SOCIETA’ COOPERATIVA. P.IVA 09594480015. Redazione: via Torino, 47 – 10034 – Chivasso (To). Tel. 0115367550 Cell. 3474431187
La società percepisce i contributi di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70 e della Legge Regione Piemonte n. 18 del 25/06/2008. Indicazione resa ai sensi della lettera f) del comma 2 dell’articolo 5 del medesimo decreto legislativo
Testi e foto qui pubblicati sono proprietà de LA VOCE DEL CANAVESE tutti i diritti sono riservati. L’utilizzo dei testi e delle foto on line è, senza autorizzazione scritta, vietato (legge 633/1941).
LA VOCE DEL CANAVESE ha aderito tramite la File (Federazione Italiana Liberi Editori) allo IAP – Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.