Cerca

Giovanni Cena, il poeta degli umili

Giovanni Cena, il poeta degli umili

Montanaro all'inizio del XX secolo

I manuali scolastici di storia della letteratura italiana lo ignorano. In altri testi è unicamente ricordato per il suo legame sentimentale con Sibilla Aleramo, la poetessa e narratrice nota per l’impegno femminista. Ma Giovanni Cena fu poeta tutt’altro che mediocre. Di lui disse Salvator Gotta: «Fu per tanti anni sepolto nel dimenticatoio. Da esso bisogna trarlo. Bisogna che l’Italia ricordi Giovanni Cena con gratitudine ed impari ad amarlo». Nato a Montanaro nel 1870 da genitori molto poveri, Cena ebbe un’infanzia difficile. «Mio padre – lasciò scritto – era tessitore. C’era al mio paese, Montanaro, un castello rovinato in cui abitavano alcune famiglie. Noi avevamo due cameroni a pian terreno, senza finestre, che avevano servito da prigione e tenevano ancora gli anelli alle pareti di pietra sempre biancicanti di salnitro». «Quando non nevicava – aggiunse – andavamo a far legna nei boschi dei signori, raccogliendo soltanto il seccume ed i ceppi putridi, che vendevamo ad un soldo il fascio; stando tutto il giorno nei boschi e portando sulla schiena fino al villaggio due o tre fasci, guadagnavamo sette od otto soldi. Perciò l’inverno si mangiava meno». Allievo di Arturo Graf all’Università di Torino, Giovanni Cena pubblicò il poemetto «Madre» (1897), la raccolta di liriche «In umbra» (1899), il romanzo a sfondo sociale «Gli ammonitori» (1904) e il volume di poesie «Homo» (1907). Coi proventi della seconda edizione di «Madre» si recò a Parigi e a Londra. La direzione del periodico letterario «Nuova Antologia» accolse alcuni suoi articoli, quindi lo chiamò a Roma e lo assunse come caporedattore. «È necessario – sosteneva Giovanni Cena – che il letterato sia la voce dei suoi simili, ma per essere tale non basta volgere gli occhi attorno e parlare. Non bisogna parlare se non quando la parola è indice di una “azione” e può diventare in lui “azione”». In modo molto coerente, Cena cercò di tradurre in pratica i propri convincimenti, impegnandosi in un’opera di promozione sociale e culturale a favore della povera gente che viveva nell’Agro romano e nelle Paludi pontine. Queste ultime – un rettangolo di 50 chilometri per 35, fra Anzio e il Circeo – erano un vero inferno. Vestiti di stracci e rosi dalla malaria, i contadini abitavano in capanne di legno e zolle. Secondo un censimento di fine Ottocento, in tutto l’Agro romano vivevano stabilmente circa sedicimila persone, sistemate in 761 case, 435 capanne e 34 grotte. Ma la popolazione quadruplicava quando giungevano i lavoranti stagionali. «Tutta la palude è come un fiore / lutulento che il sol d’agosto cuoce / con non so che dolcigna afa di morte», scrisse in versi Gabriele D’Annunzio. Nelle Paludi pontine e nell’Agro romano, in collaborazione col pedagogo e artista Alessandro Marcucci, Sibilla Aleramo, la filantropa tedesca Anna Fraetzel e il medico igienista Angelo Celli, Cena creò una rete di scuole e di asili d’infanzia. Benché privo di mezzi, si batté con entusiasmo contro l’ignoranza e l’analfabetismo, insegnando le più elementari nozioni di civiltà e di igiene. La sua opera fu animata dalla volontà che i contadini acquisissero piena coscienza di poter aspirare a una vita più umana e più giusta. Allo scoppio della prima guerra mondiale, il comitato da lui promosso assunse il servizio di assistenza civile con cinquantatré segretariati e dodici asili infantili. Colpito dalla polmonite fulminante dopo un’esperienza fra i soldati, come giornalista di guerra, Giovanni Cena morì di lì a poco nella sua povera stanzetta di Roma, nel dicembre 1917. La salma è sepolta a Montanaro dove il poeta era solito tornare ogni anno, in autunno.
Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori