L'assalto di un lupo, stampa popolare del XIX secolo
Iquotidiani hanno diffuso la notizia a caratteri cubitali: «I lupi sono arrivati alle porte di Torino» (Corriere della sera) e «Attenti al lupo» (La Stampa). Le televisioni non sono state da meno: «Allarme lupi alle porte di Torino» (Studio aperto); «Lupi vicini alla città: è boom di avvistamenti» (Sky Tg24); «I lupi sono alle porte di Torino» (Tg5); «Lupi a Torino» (Tgcom24). Prescindendo dalla scarsa originalità dei titoli, c’è poco da commentare: un branco di fiere stabilmente insediatosi sotto la Mole o giù di lì, fra la collina di Superga e San Mauro, suscita interesse e clamore, meritandosi i più ampi servizi degli organi d’informazione. E se sgozza alcune pecore nell’Isolone di Bertolla (ma la notizia rilanciata in febbraio è vecchia di circa un anno), si può andare a nozze. In ogni caso finiscono per apparire meno remoti i tempi in cui la comparsa di questi animali nei paraggi di cascine e borghi isolati risvegliava ancestrali paure.
Nessuna belva fu tanto aborrita e temuta quanto il lupo. Accade spesso di reperire, fra le vecchie carte d’archivio, documenti sulla sua presenza nelle più diverse località. Per secoli, infatti, il lupo è stato una presenza abituale nei boschi del Canavese e delle valli di Lanzo, Susa e Pinerolo, sino a Torino. A lungo, la memoria delle sue vittime si è trasmessa di generazione in generazione, anche quando le fiere non rappresentavano più una reale minaccia per gli uomini. «Ancora oggidì sono rammentati bambini stati sgozzati, donne e uomini assaltati o morsi», scriveva il corografo Antonino Bertolotti, originario di Lombardore, nella seconda metà del diciannovesimo secolo, riferendosi alla zona di San Maurizio Canavese. In Piemonte, i lupi erano classificati in due categorie: quelli che si pensava uccidessero solo gli animali domestici e quelli che non esitavano ad assalire anche gli esseri umani. Da questi ultimi, gli astuti e sanguinari «luv ravass», occorreva guardarsi con grande attenzione.
Benché maggiormente diffusi nell’alto Canavese, nella Vauda e in tutto l’arco alpino, i lupi venivano talvolta segnalati pure nella pianura del Po, a Chivasso, Brandizzo, Settimo e persino nelle vicinanze di Torino. Il che accadeva soprattutto nei periodi di freddo intenso e di gelate fuori stagione, come nell’inverno 1616-17 quando le fiere comparvero dalle parti dell’Abbadia di Stura. Una grande battuta ebbe luogo attorno a Volpiano nel 1726: le cronache ricordano che vi presero parte anche venti uomini di Gassino, armati di tutto punto. Il 9 gennaio 1766 il consiglio comunale di Settimo approvò l’operato del sindaco Michele Quaglia che aveva aderito alla richiesta del «grand veneur» (il capo delle cacce reali) per una fornitura di carne allo scopo di collocare bocconi avvelenati nella campagna.
Non sempre la prudenza era sufficiente a scongiurare le tragedie. Nel 1717 un lupo solitario si aggirava nei pressi dell’airale del castello di Brandizzo. Don Nicolao Cuniberti riferisce che la gente del paese non si arrischiava a uscire di casa se non in gruppo e armata di bastoni. Nonostante le misure precauzionali, il lupo uccise quattro persone (Giovanni Benessa, Francesco Ferreri, Giuseppe Gosso e Michele Guglia), come risulta dai registri di morte della parrocchia.
Una vera invasione di lupi si verificò nel 1816, al termine delle guerre napoleoniche, allorché i cantoni svizzeri del Ticino e del Vallese bandirono colossali battute di caccia. Stanati dalle loro montagne, i lupi sconfinarono in Piemonte e furono segnalati un po’ dovunque, anche nei dintorni della capitale. Il governo sabaudo sottovalutò la questione e non assunse tempestivi provvedimenti. Quando, finalmente, decise di agire, era troppo tardi. Il 29 settembre 1816 il parroco di Settimo diede sepoltura a un giovane del paese, il quattordicenne Matteo Quaranta, sbranato il giorno prima da un lupo mentre si trovava al pascolo non lontano dalla cascina Pista. Purtroppo non è verificabile la voce secondo cui a Mappano, in un edificio di strada Goretta poi conosciuto quale «ciabòt dij luv», si preparavano i bocconi avvelenati per le fiere, utilizzando carne di cane, noce vomica e arsenico.
Dopo l’invasione del 1816, il pericolo dei lupi andò scemando. Nel Canavese, come riferiscono i cronisti locali, l’ultima grande battuta di caccia ebbe luogo intorno a San Giorgio nel 1835. Qualche lupo solitario fu ancora segnalato a San Colombano Belmonte, nella valle dell’Orco e nell’Eporediese, ma si trattava di avvistamenti sporadici perché i tempi stavano cambiando: per i lupi, come per molti altri animali selvatici, non c’era più posto nei boschi del Piemonte. Ultimamente, però…
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