I muratori che costruirono l'asilo infantile di via Regina Pacis
Superbonus, bonus facciate, ecobonus e sisma bonus: c’è da smarrirsi nella giungla dei benefici fiscali per le ristrutturazioni edilizie. Di certo, un primo effetto è sotto gli occhi di tutti: il rilancio di un settore che versava in profonda crisi da circa un quindicennio. Ma, come dicevano i latini, «nec pulchrum pomum quodlibet esse bonum» ossia non tutto ciò che luccica è oro. Infatti l’abnorme aumento dei costi potrebbe innescare una nuova e pericolosa depressione.
Nelle carte d’archivio degli ultimi secoli, i piccoli impresari edili sono chiamati mastri da muro. In Settimo Torinese, a qualche anno dalla restaurazione monarchica del 1815, se ne contavano almeno sedici. I loro nomi sono riportati in una relazione statistica dell’epoca. Si tratta di Pietro Aragno, Carlo Audenino, Matteo Audenino, Antonio Boine, Giovanni Battista Boine, Angelo Borra, Giovanni Colomba, Giuseppe Converso, Stefano Converso, Giuseppe Migliotto, Maurizio Franco, Giuseppe Navello, Domenico Taragna e Pietro Taragna. A questi bisogna aggiungere i fratelli Carlo, Domenico e Tommaso Romano nonché i fratelli Matteo, Giacomo Antonio e Giuseppe Valzo.
Il mestiere del mastro muratore si tramandava solitamente di padre in figlio, talvolta per molte generazioni. Le tecniche edilizie erano assai diverse da quelle odierne. Tutto veniva eseguito manualmente, a partire dalle opere di sterro. I progetti si redigevano solo per lavori di un certo impegno, che comportavano particolari difficoltà: desiderando innalzare una modesta casa di campagna (un «ciabòt», in piemontese), il committente si affidava all’esperienza e alla pe¬rizia di un capomastro, facendo a meno del geometra.
Largamente impiegati nelle opere di muratura erano i ciottoli di fiume che consentivano notevoli risparmi rispetto ai laterizi. L’«Istruzione per le riparazioni necessarie a farsi alla casa della comunità», un documento redatto nel 1735, fornisce interessanti notizie sull’attività ordinaria dei «mastri da muro» settimesi. Dando disposizioni per il restauro dell’edificio, i pubblici amministratori chiesero all’impresario di utilizzare esclusivamente «mattoni nuovi, ben cotti e scelti, senza alcuna pietra, con calcina forte, impastata con sabbia grigia»‚ «terrosa»‚ «nitosa» (dal piemontese «nita», vale a dire melma o fanghiglia), «molto grassa e crivellata». Assai diffusi, all’epoca, erano i muri «a scarpa», cioè con una superficie obliqua rispetto al piano verticale affinché la solidità del manufatto risultasse maggiore alla base. Nel documento del 1735 si precisa che le scarpe delle lesene dovevano avere uno spessore di quattro once al livello del suolo (diciassette centimetri), «col pendio [...] per l’altezza di piedi sette mezzo liprandi» (circa tre metri e ottantacinque).
Poi l’introduzione del cemento armato rivoluzionò il lavoro dei «mastri da muro». In Settimo Torinese, una delle prime opere realizzate adottando questa tecnica fu la ricostruzione del cosiddetto Casone, presumibilmente tra la fine del diciannovesimo secolo e la Grande guerra. Nel vecchio edificio, durante la prima metà dell’Ottocento, i frati torinesi di San Tommaso avevano impiantato una modestissima manifattura per tessere il panno bigello dei sai. Concepito in funzione della sua destinazione industriale (conceria di pellami), a due piani fuori terra, con cortile al centro e ballatoio, il nuovo Casone ebbe una struttura portante in cemento armato, decisamente massiccia, forse sovradimensionata. L’edificio fu demolito nel 1990.
Le più note imprese di costruzione attive in Settimo Torinese nel periodo fra le due guerre mondiali, quando ormai la tecnica del cemento armato risultava largamente diffusa, erano le seguenti: Delsedime, Caucino, Fratelli Gabetti, G. Aragno, Doria & C., Fratelli Aragno, Fratelli Bessone, P. Aragno, D. Chiabotto, G. Boccardo, G. Fava e A. Tortonese. Molto affermata in Settimo, l’impresa Delsedime operava anche nel vicino capoluogo di regione e nei dintorni.
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