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CHIVASSO. Da dodici ad otto ospiti causa "Covid": l'altra Chivasso che nessuno vuol vedere

CHIVASSO. Da dodici ad otto ospiti causa "Covid": l'altra Chivasso che nessuno vuol vedere

Il dormitorio di via Nino Costa è stato aperto nel 2015. Aveva 12 posti

CHIVASSO. Era il primo novembre del 2015, quando, in via Nino Costa 48, apriva il dormitorio pubblico per senza fissa dimora. Nato da un’idea della giunta Ciuffreda, la cui assessora alle politiche sociali era Annalisa De Col, era stato realizzato attraverso una convenzione con il CISS, il consorzio dei servizi sociali. Quest’ultimo avrebbe messo a disposizione i locali, mentre il comune si sarebbe occupato della gestione, col solo onere del rimborso delle utenze verso il consorzio, come si apprende dalla delibera di giunta 77/2014, con cui vennero stanziati inizialmente 130 mila euro per il progetto. “C’era una grande consapevolezza per il sociale e per il problema dei senzatetto - ci spiega la consigliera di LiberaMente Claudia Buo, all’epoca assessore al bilancio -. Molti di loro cercavano rifugio presso l’ospedale o dormivano in macchina, come purtroppo accade anche ora, ma si spera meno frequentemente. L’istituzione del dormitorio è stato un grande passo in avanti”. Inizialmente la struttura aveva a disposizione 12 posti letto, suddivisi in quattro camere. Inoltre la metà dei posti era riservata a residenti della Città, e poi a caduta, a cittadini degli altri 18 comuni del consorzio, i quali potevano usufruire del servizio per non più di 30 giorni. Sono accolti solo utenti di sesso maschile. Poi, col passare del tempo, conoscendo meglio l’utenza, le regole sulla permanenza si sono alleggerite, permettendo agli ospiti soggiorni più lunghi. Inoltre, a causa della pandemia, i posti letto sono stati ridotti da 12 a 8, per consentire un distanziamento all’interno delle camere. “Per essere accettati è necessario avere tutti i documenti in regola, essere vaccinati o avere un tampone negativo recente - racconta Salvatore, uno dei due operatori del dormitorio -. Generalmente ci vengono inviati ospiti dagli assistenti sociali, che li hanno seguiti attraverso vari percorsi, riabilitativi ad esempio, e che continuano ad occuparsi di loro per altri progetti”. La struttura apre tutti i giorni alle 19.15 fino alle 7:15 del giorno successivo: gli ospiti arrivano fino a tarda serata, mentre la sveglia suona alle 6, per la prima colazione, che si consuma nella cucina del dormitorio. “Appena arrivano devono togliere le scarpe, mettere le ciabatte ed andare subito a fare la doccia - illustra l’altro operatore, Nicola -. Il bagno va lavato ogni volta che viene utilizzato. Tutte le mattine invece, disinfettiamo e laviamo tutti i locali, mentre una volta alla settimana vengono cambiate le lenzuola”. Attualmente il dormitorio è al completo, e abbiamo avuto l’opportunità di parlare con alcuni ospiti della struttura. Giancarlo, di 60 anni, originario della Calabria, ma vissuto da sempre nel Torinese, ci racconta del suo passato da trasportatore: “In seguito ad un problema della vita, la patente mi è stata declassata da C a B, e dal 2007 non ho più potuto guidare camion. Non ho avuto la fortuna di una contribuzione continua e dovrò aspettare ancora sette anni per la pensione. Sono a Chivasso da 5 anni, e il dormitorio mi ha accolto tre volte, mi sono sempre trovato bene, è un servizio fondamentale. Certo, forse se fosse aperto anche di giorno…Giancarlo ha anche cercato lavoro come magazziniere, ma è considerato troppo vecchio per questa mansione, di solito affidata ai più giovani e fisicamente prestanti. Ora entrerà a fare parte di un progetto propostogli dall’assistente sociale, che riguarderà l’ambito turistico a Ivrea. Anche Damian, di 53 anni, sta cercando lavoro, come imbianchino. E’ arrivato dalla Romania e fatica ancora un po’ con l’italiano. “Ho ricevuto molte proposte e promesse - ci dice - ma alla fine non è arrivato nulla. Vorrei solo fare quello che sono capace e trovarmi una casa. Questa è la vita”. Al di là della retorica pietista che generalmente accompagna il discorso sui clochard, conoscere questa realtà dovrebbe avere una duplice valenza. Tutti i chivassesi dovrebbero avere coscienza di quest’altra faccia della loro città, che molto spesso non vedono, o non vogliono vedere. La città di tutti coloro che stanno ai margini, di cui spesso ci si dimentica. Inoltre, in un Paese stravolto dalla crisi e dalla pandemia, dove più di 5 milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà, le politiche sociali rappresentano uno dei punti principali di quello che dovrà essere il disegno della nostra nazione negli anni a venire. E’ un semplice invito alla politica, quella buona, a riappropriarsi del proprio ruolo, senza cadere nell’eccessivo assistenzialismo, ma neanche nel più totale menefreghismo. Quello del dormitorio di Chivasso è un virtuoso esempio da cui partire, ma starà a tutti noi continuare.

DAL DORMITORIO. La storia di Andrea, fra malasanità e abusi

Andrea è nato a Chieri nel 1990, da genitori siciliani, più precisamente di Catania. I suoi problemi sono iniziati nel 2015, quando abitava nell’astigiano. Nel luglio di quell’anno, a causa di forti dolori alla testa e strane visioni, si è recato all’ospedale di Asti. Qui, i medici non hanno prontamente riconosciuto il suo male, e l’hanno dimesso più volte. Fino ad un giorno, quando in seguito a ripetute allucinazioni, Andrea è caduto in un coma profondo. Era dato per spacciato, il primario aveva già avvertito i suoi genitori di prepararsi al peggio. “Non so come, forse per miracolo, o forse per quel sentimento di attaccamento alla vita, ce l’ho fatta. Ho riaperto gli occhi - spiega il giovane -. Ho pensato che mia madre fosse la donna del campo e mio padre l’uomo del mulino. Non so come spiegarlo, ero in un’altra dimensione”. Piano piano, guardando video e foto, ha ripreso coscienza di sé e dei propri familiari, oltre che la capacità di parlare. Ma il percorso riabilitativo era ancora lungo. “Dopo sono stato mandato per 3 settimane alla Casa di Cura Sant’Anna, sempre ad Asti. Sono state 3 settimane d’inferno. Sentivo una mia vicina di stanza che invocava la morte, era straziante - continua -. Avere la meningite ti cambia totalmente, non avevo 24 anni in quel periodo, mentalmente ne avevo 7, ero come un bambino. Dopo delle incomprensioni con una oss, i miei genitori hanno trovato un modo per farmi spostare”. Solo con il trasferimento alle Molinette di Torino, Andrea ha iniziato a scorgere la fine del tunnel. “Gli operatori delle Molinette mi hanno dato fiducia, mi hanno dato la forza di andare avanti, sono tornato a vedere e ho iniziato di nuovo a camminare. In poche settimane sono riusciti a risollevare la mia situazione, pensavo di non potercela fare”. Ma i guai di Andrea non sono terminati così. Con la malattia del padre ed altri problemi economici, Andrea è stato ricoverato in psichiatria, dove ha scoperto di avere una disforia di genere dalla nascita. Per chi non lo sapesse, la disforia di genere è il malessere percepito da coloro che non si identificano nel genere sessuale della nascita. Ricapitolando, dopo questo travagliato percorso sanitario, Andrea ha lasciato definitivamente gli ospedali, ed è entrato nel circuito dei dormitori e degli assistenti sociali, non potendo permettersi, col solo reddito di cittadinanza, neanche alcuni medicinali che gli sarebbero necessari. “Qui al dormitorio di Chivasso mi trovo bene - conclude -. Ho avuto delle esperienze negative in un dormitorio a Torino, dove ho subito minacce e percosse da un’altra ospite, che mi accusava di pedofilia e uso di droghe, cercando di farmi espellere dalla struttura. Al momento sto cercando di ottenere giustizia per quello che mi è successo. Confido nel futuro”.
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