Ed è arrivato il 5 maggio. Da mesi, in Francia e un po’ in tutta Europa, si moltiplicano le iniziative per commemorare Napoleone Bonaparte, a duecento anni tondi tondi dalla morte. Non mancano, ovviamente, le polemiche. Allo sconfitto imperatore, senza mai nominarlo, Alessandro Manzoni dedicò un’ode, «Il cinque maggio», che riscosse ovunque grandissimo successo (in tedesco la tradusse nientemeno che Goethe), nonostante la censura austriaca.
Numerosissimi e per lo più inediti sono i documenti del periodo napoleonico che si conservano negli archivi dei comuni piemontesi. Non prive d’interesse, in quello di Settimo Torinese, risultano le carte che si riferiscono alla tragica morte del duca d’Enghien. Per dirla con Manzoni, chi era costui?
Occorre premettere che la pace di Amiens (marzo 1802), pur ponendo temporaneamente fine al conflitto tra la Francia e il Regno Unito, non valse a contenere le ambizioni espansionistiche di Napoleone. La conseguente rottura degli equilibri su cui si fondavano gli accordi provocò il rapido deterioramento dei rapporti fra i governi di Parigi e Londra. Nella primavera del 1803 si riaccese la guerra. Non trascorsero molti mesi che venne scoperto un complotto per abbattere Napoleone e riportare sul trono un erede di Luigi XVI, il re ghigliottinato a Parigi il 21 gennaio 1793. Nella cospirazione erano implicati il generale Jean-Charles Pichegru con i nobili fuorusciti e varie personalità delle Repubblica francese. Molti congiurati caddero nelle mani della polizia; il generale Pichegru, arresta¬to, fu rinvenuto morto in cella.
La faccenda non finì lì. Napoleone Bonaparte volle eliminare ogni residua illusione in coloro che ancora si attendevano da lui l’iniziativa di una restaurazione monarchica. Appena oltre il confine del Reno, nel Baden, viveva il duca d’Enghien, Louis Antoine Henry di Borbone-Condé, che apparteneva a un ramo collaterale dei Borbone di Francia. Nel marzo 1804, per ordine di Napoleone, un piccolo distaccamento di militari violò la sovranità territoriale del Baden, rapì il duca e lo condusse a Vincennes. Dopo un processo apertamente illegale, benché non risultassero prove a suo carico, il duca venne fucilato nel fossato del castello.
In seguito al fallito complotto, Napoleone ricevette messaggi da ogni parte della Francia, a cui apparteneva anche il piccolo Piemonte, dopo l’annessione del 1802. Il 18 germinale dell’anno XII repubblicano (8 aprile 1804), si riunì la municipalità di Settimo Torinese per esprimere i propri sentimenti di fedeltà a Napoleone Bonaparte. Su sollecitazione della prefettura, il «maire» Giovanni Battista Bancheri convocò pure i notabili del paese, i pubblici funzionari, il parroco Bartolomeo Fantino e i sacerdoti della parrocchia.
Esordì il «maire»: «Sia noto a chi di dovere siasi non tra guari scoperta una cospirazione e trama avente per scopo il rovesciamento della Repubblica francese, di cui noi siamo stati ammessi a far parte, e l’assassinio dell’eroe del secolo, Bonaparte, primo console della medesima». Egli passò, quindi, a stigmatizzare il tradimento «tanto atroce ed inaudito» del duca d’Enghien, ringraziando la Provvidenza divina «che veglia costantemente sul destino della Repubblica e sulla preziosa vita del primo console». Infine, dopo essersi appellato «a tutti i buoni cittadini amanti dell’ordine, tranquillità e sicurezza pubblica», il «maire» diede lettura di una circolare del generale Jacques François Menou, amministratore della ventisettesima divisione militare, e di un decreto prefettizio. Una copia del verbale della riunione, con le firme di tutti gli intervenuti, fu subito inviata alla prefettura di Torino che, forse, provvide a trasmetterla a Parigi.
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